Sempre e comunque, anche nei giudizi critici, chi crede nella democrazia deve coltivare l’amore per Israele

Taccuino

di Paolo Salom

Voci del lontano occidente

“Right or wrong, my Country”. In altre parole: che faccia bene o che faccia male, è il mio Paese e lo difendo. Ecco: questo, a mio avviso, dovrebbe essere l’atteggiamento nei confronti di Israele non solo degli ebrei della Diaspora, ma di chiunque, nel lontano Occidente, creda nella democrazia e nella convivenza civile. Tornate con il pensiero a quanto accaduto nelle ultime settimane. Provate a immaginare un Medioriente senza lo Stato ebraico.

Non soltanto Eretz Israel (e possiamo affermare con buona certezza che non si chiamerebbe “Palestina”, ma Giordania o Siria se non Egitto) sarebbe in fiamme, ma la situazione di tutti noi che viviamo in Europa sarebbe critica: antisemitismo montante, vecchi fantasmi che si riaffacciano nella politica di Paesi che hanno visto intere comunità sparire nel gorgo della Shoah. Basti qui citare il caso della Polonia con la legge approvata dal Parlamento di Varsavia, che impone severe restrizioni nella pubblica discussione di chi abbia partecipato (e dove) alla persecuzione degli ebrei.

“Right or wrong my Country”, atteggiamento un tempo assai diffuso e “normale”, in particolare negli USA. Stava a segnalare la coesione di un popolo, la fedeltà (nel senso di affezione) alla propria Storia, ombre e inciampi compresi. Sappiamo che l’espressione è passata di moda. Ma riteniamo anche che, per noi almeno, conservi tuttora un significato essenziale: non importa quale sia la nostra posizione politica, non importa chi sia alla guida del governo di Gerusalemme, noi stiamo dalla parte di Israele. Stiamo dalla parte di Israele perché – con sfumature diverse, ovviamente – siamo tutti consapevoli del miracolo irripetibile che l’ultimo secolo ci ha donato: uno Stato degli ebrei, risorto nella terra degli ebrei, unico luogo al mondo che parla di noi con la stessa lingua, da millenni.

Scopriamo le carte: oggi, per quanto la situazione strategica sia delicata, difficile e troppo spesso sanguinosa, Israele non ha nemici in grado di imporre sconfitte drammatiche. Non in Medio Oriente almeno. Israele – e gli ebrei della Diaspora, tutti noi – può trovare la sua nemesi soltanto se perdiamo di vista l’importanza dell’unità, della comunanza di interessi. Immagino il pensiero di molti lettori: “Ma allora non possiamo criticare quanto avviene nello Stato ebraico?”. Al contrario. La critica è doverosa, addirittura necessaria alla crescita del Paese (qualunque Paese!). Quello che suggeriamo qui non è nemmeno lontanamente una sospensione del giudizio. Piuttosto, è uno stimolo a condire i nostri pensieri il più possibile con la medicina che cura ogni possibile stortura: Ahavat Israel, l’amore per Israele, anche se qualche suo politico ci sta antipatico. Tutto qui.

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