Lettere per la prossima generazione - 2/10

01/09/2009

Lettera n. 2: il prezzo delle cose e il valore delle cose

Sara, David,

Viviamo tempi difficili. Dominano il crollo finanziario, la recessione economica e l’incertezza. La gente ha perso i propri risparmi, il lavoro e persino la casa. Che cosa di fa in momenti come questo? La risposta migliore è stata data da un politico americano: mai sprecare una crisi. Si impara di più dai momenti difficili che dai momenti buoni.

L’ideogramma cinese per “crisi” significa anche “opportunità”. Forse è per questo che i Cinesi sono in giro da tanto tempo. Conosco solo una  lingua che va oltre, ed è l’ebraico: il termine ebraico che indica la crisi è mashber, e significa anche “sedia per il parto”. Le crisi, in ebraico, non sono soltanto opportunità – sono doglie – da cui nasce qualcosa di nuovo. Ed è per questo che gli Ebrei sopravvivono ad ogni crisi da 4000 anni, emergendone ancora più forti di quanto fossero prima.

Ciò che il crollo finanziario dovrebbe insegnarci è che stavamo diventando ossessionati dal denaro: stipendi, incentivi, il costo delle case, e costosi generi di lusso di cui potevamo fare a meno. Quando domina il denaro, ricordiamo il prezzo delle cose ma ne dimentichiamo il valore. Si tratta di un grave errore. Il crollo finanziario è accaduto perché la gente prendeva in prestito denaro che non poteva rendere, per comprare cose di cui non aveva bisogno, per ottenere una felicità che non sarebbe durata.

La società consumistica nella sua totalità si basa su domande stimolanti, che generano spese allo scopo di produrre una crescita economica. Per questo è necessario ribaltare i valori genuini. La pubblicità crea migliaia di lusinghe che attirano la nostra mente su ciò che non abbiamo, mentre la vera felicità (come ci insegnano i Pirké Avot) sta nel gioire di ciò che abbiamo.

Quindi – curiosamente – una società consumistica è un meccanismo per creare e distribuire l’infelicità. Per questo, un’epoca di benessere senza precedenti è divenuta anche un’epoca  caratterizzata da sindromi da stress e malattie depressive senza precedenti. La cosa più importante che tutti noi possiamo imparare dalla crisi economica attuale è: pensare meno al prezzo delle cose e maggiormente al loro valore.

C’è stato un momento nella Torà in cui il popolo ha iniziato ad adorare l’oro, costruendo un vitello d’oro. È interessante notare, se si legge con attenzione la Torà, che subito prima e subito dopo l’episodio del vitello d’oro, Mosé aveva dato al popolo un ordine, quello di osservare lo Shabbat. Perché proprio questo ordine?

Shabbat è l’antidoto al vitello d’oro, perché è il giorno in cui smettiamo di pensare al prezzo delle cose, concentrandoci sul loro valore. A Shabbat non possiamo vendere ne’ comprare, non possiamo lavorare o pagare altre persone perché lavorino per noi. Trascorriamo invece questo giorno con la famiglia e gli amici attorno al tavolo preparato per lo Shabbat. In sinagoga,  rinnoviamo il nostro contatto con la comunità; ascoltiamo la Torà, ricordando a noi stessi la nostra storia e preghiamo, ringraziando Dio per le benedizioni che ci ha concesso.

Famiglia, amici, comunità, il senso di appartenenza a un popolo e alla sua storia e, soprattutto, ringraziare Dio: si tratta di cose che hanno un valore, ma non un prezzo. Per metterla in un altro modo: nella gestione del tempo, uno dei principi di base è imparare a distinguere tra ciò che è importante e ciò che è urgente. Nel corso della settimana, tendiamo a reagire alle pressioni immediate. Ne consegue che ci concentriamo su ciò che è urgente, ma non necessariamente importante.

Il migliore antidoto che sia mai stato inventato è lo  Shabbat. A Shabbat celebriamo ciò che è importante ma non urgente: l’amore tra marito e moglie, tra genitori e figli. I legami di appartenenza. La storia di cui facciamo parte. La comunità che sosteniamo e che ci sostiene nei momenti di gioia e di dolore. Ecco gli ingredienti della felicità. Nessuno ha mai avuto come ultimo pensiero: “Vorrei aver trascorso più tempo in ufficio”…

I tempi difficili ci ricordano quello che i periodi buoni ci fanno dimenticare: da dove proveniamo, chi siamo e perché siamo qui. Ecco perché i tempi difficili sono i tempi migliori per piantare i semi della futura felicità.

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