Mosè in punto di morte

Parashat Haa’zinu. La morte del Profeta Mosè

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
La nostra Parashà è composta di due parti ben distinte: nella prima parte, Mosè, giunto al momento supremo in cui sta per lasciare la sua vita terrena, si rivolge per l’ultima volta al suo popolo, benedice le varie tribù e, attraverso un ben preciso esame delle loro qualità peculiari, vaticina il loro futuro. Infine, con affetto, quasi in contrapposizione con le predizioni delle sventure che sarebbero capitate al popolo se non avesse obbedito alla volontà del Signore, chiude con una visione radiosa del futuro di Israele: “Israele sarà sicuro nella sua dimora, la sorgente di Giacobbe sgorgherà solitaria in un paese di frumento e di mosto, e dove il cielo stilla rugiada. Te felice, o Israele!…” (33,28-29).

Nella seconda parte è descritta la morte del più grande dei profeti avvenuta “’al pì ha-Shem”, “nel bacio del Signore”, e la sua sepoltura, eseguita dall’Eterno stesso.
Vogliamo soffermarci sulla figura di Mosè, l’iniziatore dell’opera, e su quella di Giosuè, il suo continuatore.
Nel momento in cui Mosè, prossimo alla morte, sta per lasciare il suo popolo proprio quando questo si accinge ad affrontare i forti popoli cananei e ad entrare nella Terra che Dio gli ha promesso, la successione diviene problema della massima importanza ed urgenza. La successione al ruolo coperto per tanti anni da Mosè, non è cosa di poco conto!
Mosè ha tenuto per quaranta anni in mano il suo popolo nella situazione più difficile e precaria. Mai ha usato la forza o il castigo per farsi obbedire. Quindi non per paura, ma perché lo amava e si fidava di lui il popolo lo ha seguito.
Il passaggio di potere da Mosè a Giosuè si svolge con semplicità, ma con una carica emotiva straordinaria: Mosè impone le sue mani sul capo di Giosuè che, a capo chino, riceve l’investitura. Le mani appoggiate sul capo, come abbiamo osservato, hanno un potere e un significato particolari: rappresentano un atto di amore e di benedizione. Sono la trasmissione di una carica, ma hanno anche la valenza religiosa di un riconoscimento da parte di Dio. E la presenza di tutto Israele alla cerimonia, le dà una veste di ufficialità che coinvolge l’intero popolo e lo impegna a sua volta al riconoscimento e all’obbedienza.
Vogliamo fare un breve confronto con quelli che erano gli usi e le abitudini di quei tempi, e non solo di quelli.
La successione a una posizione di primo piano ha sempre portato con sé una carica di ambizione quasi mai scevra da odio e da rancore. La storia è piena di esempi in cui il successore, o l’aspirante successore, cerca con la prepotenza, spesso con la violenza, attraverso congiure e complotti di palazzo, di eliminare il suo predecessore per prenderne il posto nella superba convinzione di essere migliore di lui e di poter portare a compimento il compito meglio di lui. In quanto ai potenti, essi hanno sempre guardato con timore, spesso con odio, i loro possibili successori, quando non se ne sono liberati in modo cruento.
In un certo senso anche fra il popolo ebraico, al tempo di Korach si erano manifestati dissensi, smania di potere, complotti per esautorare Mosè. Non è questo che accade fra Mosè e Giosuè. Mosè trasmette il potere al suo successore con un atto di amore e di benedizione: “E Giosuè, figlio di Nun, fu riempito dello spirito di sapienza perché Mosè gli aveva imposto le mani” (34,9).
Giosuè accetta la carica con tale timore ed umiltà, che lo stesso Mosè, più tardi, si sente in dovere di rincuorarlo e incoraggiarlo: Mosè chiamò Giosuè e gli disse in presenza di tutto Israele: `Sii forte e fatti animo, perché tu entrerai con questo popolo nel paese che l’Eterno giurò ai loro padri… e l’Eterno cammina Egli stesso dinanzi a te, Egli sarà con te, non ti lascerà e non ti abbandonerà. Non temere e non ti perdere d’animo! (31,7-8).
Giosuè ha accompagnato Mosè durante tutti i lunghi anni di permanenza nel deserto: gli è stato vicino, fedele e silenzioso, sempre pronto alle sue richieste, sempre attento alle sue parole.
Troviamo Giosuè accanto a Mosè nella prima parte della sua salita al monte Sinai.
Lo troviamo fra i dodici esploratori. Quando infatti al ritorno dalla terra di Canaan, dieci degli esploratori, atterriti dalla forza dei popoli cananei, avvertono il popolo della pericolosità della prossima guerra e il popolo disperato si lamenta: “Fossimo pur morti nel paese d’Egitto… perché il Signore ci ha condotto fuori dall’Egitto…” (Num. 14,1), coraggiosamente, insieme a Calev, Giosuè, ferito dalla mancanza di fiducia del popolo, perora la causa dell’Eterno: “Il paese che abbiamo attraversato per esplorarlo è un paese buono, buonissimo. Se l’Eterno ci è favorevole, ci introdurrà in quel paese e ce lo darà!… Non vi ribellate all’Eterno… l’Eterno è con noi!” (14,6-9).
Chiunque avesse sostituito Mosè si sarebbe trovato dinanzi a un compito estremamente arduo. Giosuè non si nasconde le difficoltà di questa sostituzione, e la sua preoccupazione è così evidente che non soltanto Mosè, ma il popolo e Dio stesso cercano di rassicurarlo: “Sii forte e fatti animo!” gli raccomandano ripetutamente.
Non fierezza e orgoglio sono quindi la reazione di Giosuè dinanzi alla importante carica che gli viene affidata, al glorioso compito che lo attende, ma umile accettazione e timore di non esserne all’altezza, consapevolezza che di Mosè ce n’è uno soltanto, e che sostituirlo sarà compito immane. “Sii forte e fatti animo”, gli raccomanda il Signore che, per infondergli coraggio, ripete per lui il miracolo del mar Rosso, dividendo le acque del Giordano perché il popolo, preceduto dall’Arca Santa portata dai Sacerdoti, possa attraversarlo all’asciutto. Dalla ripetizione del miracolo Giosuè trarrà coraggio e fiducia nell’aiuto del Signore, e il popolo prenderà esempio e vedrà che Dio è con Giosuè così come è stato con Mosè, e obbedirà alla sua voce, così come aveva obbedito alla voce di Mosè.
Giosuè è il figlio spirituale di Mosè, e la sua morte, lungi dal portargli la fierezza di una successione, gli porta l’immenso dolore per la perdita di un padre. Alla fine del Deuteronomio troviamo scritto: “Mosè, servo dell’Eterno, morì qui, nel paese di Moab, come il Signore aveva comandato. E l’Eterno lo seppellì nel paese di Moab… e nessuno fino a questo giorno ha saputo dove fosse la sua tomba” (34,5-6).
Tutto il popolo pianse la morte del grande Maestro.
Ma nessuno poté assistere al suo funerale, né andare a pregare sulla sua tomba.
Ben conosce l’ebraismo i pericoli della “idolatria” dell’uomo. Mosè era una figura troppo grande, troppo amata dal popolo: vi era perciò il pericolo che a poco a poco il ricordo dell’uomo, la preghiera presso la tomba dell’uomo, offuscasse e prendesse il posto dell’immagine di Dio, della preghiera rivolta a Dio.
Mosè è sempre presente tra il suo popolo.

Ma non è la sua immagine terrena, fisica, quella che vive tra noi, in noi, bensì il ricordo del suo pensiero, del suo insegnamento, che era l’insegnamento di Dio. E il modo in cui noi possiamo rendere omaggio al nostro Maestro, non è quello di andare a piangere o a pregare sulla sua tomba, ma quello di mettere in pratica i suoi insegnamenti.

Di Elia Kopciowski

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