Esorcisti e zombie ma con la kippà

di Rossella De Pas

Pensavate che Regan, la bambina indemoniata che rigurgita una verde pureè di piselli nel film L’Esorcista fosse solo frutto della tradizione cristiana o della fantasia malata di uno sceneggiatore di Hollywood? Sbagliato.

In fatto di possessioni, esorcismi, presenze demoniache dentro corpi indemoniati, l’ebraismo non è da meno. Solo che finora l’argomento era stato poco indagato e solo di recente l’antropologia storica si è dedicata allo studio del complesso fenomeno. Che ha radici profonde nella tradizione qabbalistica che si sviluppò in Europa dopo la cacciata degli ebrei dalla Spagna. Con alle spalle un immenso lavoro di ricerca, arriva oggi J. H. Chajes, professore di storia ebraica all’Università di Haifa, con il primo libro organico sui posseduti ebrei: un saggio ricchissimo di testimonianze portate per la prima volta alla luce, e tale da candidarsi a futuro caposaldo della storiografia accademica sul fenomeno della stregoneria (J.H. Chajes, Posseduti ed Esorcisti nel Mondo Ebraico, Bollati Boringhieri, pp. 315, 38,00 euro).

L’opera è strutturata in cinque capitoli: il primo affronta le teorie mistiche e le pratiche magiche che facevano dell’esorcismo un fenomeno coerente all’interno della società ebraica tradizionale; il secondo consiste nell’interpretazione delle narrazioni di possessione nella Safed del XVI secolo; il terzo esamina i rituali utilizzati dagli ebrei nel trattamento dei posseduti e esplora il rapporto tra identità di genere, -tra maschi e femmine per capirci-, e possessione tra gli ebrei nella prima età moderna; infine, arriva un’analisi dell’uso delle narrazioni circa la possessione in un’opera che si proponeva di combattere le eresie metafisiche che sconvolsero gli ebrei di Amsterdam nella seconda metà del XVII secolo.

In incipit il professor Chajes ci spiega, come da tradizione, che l’anima umana è formata da tre componenti: nefesh (anima vitale), ruah (anima, spirito) e neshama (anima razionale), immaginati in maniera diversa a seconda delle affiliazioni metafisiche della persona. I qabbalisti spagnoli distinguevano in particolare il gilgul, -spirito che si riteneva correggesse i peccati-, dall’ibbur, che era un fenomeno positivo che riguardava principalmente i Giusti (in questo e nell’alto mondo). L’ibbur assume una connotazione negativa per la prima volta con R. Moshe Cordovero (1522-1570), il più importante qabbalista di Safed della sua epoca, che spiega che la tradizione per cui l’uomo ebreo, alzandosi la mattina, recita tre ringraziamenti a D-o (per non essere nato schiavo, nato donna e nato gentile), esprime in realtà la riconoscenza ed il sollievo per non essere stato impregnato o posseduto, durante la notte, dall’anima di uno schiavo, di una donna o di un gentile.

Queste benedizioni sono quindi un mezzo per annullare gli ibburim nel caso sgraditi intrusi, durante la notte, si siano impossessati del nostro corpo, benedizioni che quindi potrebbere considerarsi come veri e propri esorcismi liturgici. Se da un lato alcune pratiche potrebbero allontanare gli ibburim negativi, dall’altro alcune pratiche sono state elaborate dai rabbini spagnoli per creare un contatto positivo con i morti. Secondo lo Zohar, durante i periodi di crisi, i saggi si recavano a visitare le tombe dei Giusti che li avevano preceduti per ottenere la loro protezione ed il loro aiuto.

Questa forma di hishtathut (prosternazione cimiteriale), divenne particolarmente rilevante tra i qabbalisti di Safed-Zfat del XVI secolo. Nella Spagna dell’epoca si svilupparono in particolare la teoria della reincarnazione e della possessione: ad esempio il magghid era una forma di possessione positiva da parte di spiriti buoni, mentre il dibbuk causava effetti negativi, definito anche come una sorta di “maggidismo al contrario”. E che dire del rapporto particolare che lega vivi e morti? Il caso di Safed-Zfat nel XVI secolo è celebre: la città era divisa tra viventi e defunti, visto e considerato che il cimitero era alle porte della città. Con così tanti corpi sotterrati al suo interno, diventava quindi il luogo naturale per il contatto visionario con i deceduti: come non stupirsi se la letteratura prodotta fosse così pervasa da incontri quotidiani con apparizioni? I morti apparivano ai viventi di Safed impadronendosi dei loro corpi, come emerge dai vari esempi riportati dall’autore.

Uno dei casi più eclatanti è quello raccontato da Elijah Falcon e firmato da altri tre rabbini di Safed che, con lui, avevano assistito all’evento. Davanti a circa 100 persone, l’anima morta si era manifestata per mezzo del corpo esanime della donna posseduta che, inizialmente, aveva emesso ripetutamente un ringhio disumano. Tra la donna posseduta, appartenente alla famiglia Zarfati, e lo spirito, quello di Shmuel Zarfati, ben conosciuto dalla comunità locale, c’era stata probabilmente una relazione per la quale la giovane si sentiva in colpa. Grazie all’esorcismo la donna venne liberata ma, dopo solo otto giorni, venne riposseduta e morì.

La Safed del XVI secolo aveva tutte le peculiarità per diventare l’epicentro di una rinascita della possessione da parte di spiriti nella società ebraica: un numero considerevole di rifugiati iberici (molti conversos) ne aveva fatto la sua nuova casa, vivendo a stretto contatto con le tradizioni islamiche; gli abitanti, inoltre, abitavano praticamente a pochi metri dai loro morti, essendo il cimitero racchiuso all’interno della città. Il terzo capitolo offre una panoramica dell’esorcismo nel mondo ebraico: il primo esorcista fu re David che, con il suono della sua arpa, riuscì a liberare re Saul dallo spirito maligno che lo tormentava. E anche il Nuovo Testamento affronta il tema, in particolare nei Vangeli di Luca e e Marco. Il Vangelo di Marco termina con l’indicazione dei segni che permettono di riconoscere il vero cristiano, primo dei quali è praticare esorcismi: “…E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni…”.

Anche in ambito ebraico, nella letteratura talmudica e midrashica, vengono riportati vari episodi di esorcismi, che rimarranno costanti nella storia ebraica anche con il passare dei secoli. Lo Shoshan Yesod ha-’Olam (Giglio, fondazione del mondo) è il più importante testo magico ebraico del basso Medio Evo. Compilato principalmente nei primi decenni del XVI secolo ad opera di R. Yosef Tirshom, un qabbalista di Salonicco di cui sappiamo poco, questo testo fu particolarmente importante in quanto comprendeva passi significativi, se non addirittura intere opere, di periodi precedenti nella storia della magia ebraica. Nel complesso, le tecniche esorcistiche comprese nei testi medievali sono similari a quelle praticate in antichità: comprendono sia scongiuri sia operazioni basate sulle proprietà occulte degli oggetti, mescolando magia naturale e demoniaca per ottenere il loro pieno effetto. In epoca moderna l’approccio ebraico e quello cristiano all’esorcismo diventano molto simili, a causa di un reciproco indebitamento nei confronti di tradizioni magiche arabe e antiche. Ovviamente quando la Chiesa trasferì il compito di praticare esorcismi ai sacerdoti, le tecniche esorcistiche subirono una standardizzazione. Con la Riforma, Cattolici e Protestanti si diversificarono: la teatralità dell’esorcismo cattolico sembra avere avuto la meglio sulla forma protestante, assolutamente più introspettiva.

Il quarto capitolo analizza l’apporto femminile alla religiosità e alla magia nel mondo ebraico: spesso sottovalutate se non addirittura dimenticate, vi furono donne davvero importanti per la storia ebraica, come la Sonadora, Francesca Sarah di Safed, Rachel Aberlin, la figlia di Rabbi Rafael Anav. Alcune delle donne che si sono distinte eccellevano soltanto nel campo della magia e della divinazione tecnica ma la maggior parte univa all’attività magica la chiaroveggenza, gli stati di trance estatica, l’attività visionaria in sogno e durante la veglia, e i dono profetici.

Il quinto ed ultimo capitolo analizza il Nishmat Hayyim di Menasseh ben Israel, tipico esempio dello sviluppo culturale della comunità ebraica di Amsterdam del XVII secolo. L’opera, dopo l’antologia di storie di dybbuk di Gedalyah Nigal, è la raccolta più ampia di narrazione di possessione in tutta la storia della letteratura ebraica: raccoglie storie classiche di possessione ambientate a Safed e racconti originari della Galilea, dell’Africa, dell’America del Sud e dell’Asia che Menasseh aveva sentito da conoscenti che avevano viaggiato in tutto il mondo. Quest’opera non è il tipico trattato qabbalistico o filosofico; è più un attacco all’ateismo dilagante dell’epoca attraverso la dimostrazione dell’esistenza del demoniaco: è un’opera di “demonologia poetica”. La strategia di  Menasseh era fondamentalmente quella di condurre il lettore dai demoni alle anime e dalle anime a D-o: con l’obiettivo di accettare la prova tangibile dell’esistenza di un regno demoniaco e, a cascata, di convincersi dell’esistenza del regno divino.