di Nina Deutsch
Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, premiato a Venezia, racconta una guerra terribile e solleva accuse che richiedono indagini. Ma quando la denuncia diventa la tesi di un progetto deliberato di annientamento da parte di Israele, servono prove all’altezza della gravità dell’accusa. Perché le vittime civili e le sofferenze di israeliani e palestinesi impongono uno sguardo che non può essere parziale.
Da giorni, intorno a NAZA, infuria una polemica che ha ormai travalicato i confini del cinema. Il documentario dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, vincitore del Premio Speciale della Giuria e accolto da una standing ovation di circa 25 minuti, è diventato in breve tempo uno dei casi più controversi della rassegna. Se ne occupano i media israeliani e internazionali, intervengono ministri e parlamentari, l’esercito respinge con fermezza le accuse contenute nel film, mentre i suoi autori vengono celebrati da una parte dell’opinione pubblica e duramente contestati dall’altra. Ma che cosa racconta davvero questo documentario e, soprattutto, quali prove porta a sostegno della sua tesi?
Il titolo NAZA è un acronimo ebraico, Nezek Akrai, espressione utilizzata in ambito militare per indicare il “danno collaterale”. Il film, della durata di circa 80 minuti, raccoglie le testimonianze di 24 persone presentate come membri dell’apparato militare e di intelligence israeliano. Gli intervistati, rimasti anonimi per ragioni di sicurezza, parlano di sistemi di selezione degli obiettivi, dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, della rapidità con cui vengono individuati i bersagli e del numero di vittime civili che può essere considerato accettabile in relazione all’eliminazione di un singolo obiettivo. Il film è stato realizzato segretamente nell’arco di tre anni, con interviste notturne sui tetti di Tel Aviv e con volti e voci modificati digitalmente. Prodotto da The Guardian e JW Films di James Wilson, NAZA vuole dunque portare lo spettatore dentro meccanismi della macchina bellica israeliana che, secondo gli autori, sarebbero rimasti finora nascosti.
È precisamente qui che il documentario compie il passaggio più importante e più discutibile. Perché una cosa è indagare come un esercito stabilisca i propri obiettivi, quali margini di rischio accetti e quante vittime civili consideri compatibili con un determinato attacco; altra cosa è affermare che da questi meccanismi emerga un progetto deliberato di annientamento. Tra le due proposizioni non c’è una differenza semantica: c’è la necessità di una prova.
IDF respinge tutte le accuse
L’esercito israeliano ha respinto categoricamente le accuse. L’IDF ha contestato la possibilità di verificare le testimonianze anonime e ha messo in dubbio che gli intervistati abbiano avuto i ruoli e il livello di accesso necessari per conoscere i processi descritti nel film. Ha inoltre negato che sia l’intelligenza artificiale a decidere autonomamente chi debba essere colpito, sostenendo che la selezione e l’approvazione degli obiettivi restano responsabilità umane. Sono, per ora, affermazioni dell’esercito e non una prova definitiva dell’infondatezza delle testimonianze di NAZA. Ma proprio per questo il problema centrale rimane quello della verifica.
Nel frattempo il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha ordinato una revisione legale del documentario e un’indagine sulla possibile divulgazione non autorizzata di materiale classificato utilizzato nella sua produzione. Zamir ha accusato il film di distorcere deliberatamente la realtà e di formulare false e gravi accuse contro i militari israeliani. L’inchiesta sulla possibile fuga di materiale classificato riguarda però la produzione del documentario e non costituisce, di per sé, una risposta alle accuse di merito contenute nel film.
È un clima rivelatore. NAZA sostiene di voler mostrare dall’interno il funzionamento della macchina bellica israeliana; l’esercito contesta la metodologia e la credibilità delle fonti; mentre dal mondo politico arrivano accuse di tradimento e antisemitismo. E in mezzo c’è un pubblico internazionale che spesso conosce poco la complessità del conflitto e che rischia di assumere il documentario come una sorta di certificazione morale proveniente dall’interno della società israeliana.
Le reazioni della politica israeliana
Sul piano politico la reazione in Israele è stata ancora più dura. «Ho sentito parlare di questo documentario, ed è sconvolgente – ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu in un video di un minuto pubblicato sui social –. Stiamo combattendo l’incitamento all’antisemitismo in tutto il mondo, ma quando proviene da dentro di noi, è intollerabile». Il ministro della Cultura e dello Sport Miki Zohar ha definito il film e il lavoro dei suoi autori un atto di tradimento e ha annunciato l’intenzione di chiederne la revoca della cittadinanza. Anche altri esponenti politici, tra cui Itamar Ben-Gvir, Naftali Bennett e Avigdor Lieberman, hanno criticato duramente il documentario.
Dall’altra parte, esponenti dell’opposizione e della cultura israeliana hanno difeso a spada tratta il diritto degli autori di denunciare ciò che ritengono crimini commessi a Gaza e la necessità di discutere pubblicamente le accuse. Oltre mille esponenti dell’industria cinematografica hanno firmato una petizione a sostegno dei cineasti, denunciando che questi ultimi erano oggetto di una «campagna di istigazione e denigrazione». Intervistato dall’emittente israeliana N12, l’attore e sceneggiatore israeliano Shlomi Elkabetz ha dichiarato: «Si tratta di questioni, sollevate nel film, che devono essere esaminate, non messe a tacere».
Necessità di indagini e verifiche sui contenuti di NAZA
Ma proprio qui occorre distinguere. La guerra a Gaza ha prodotto una sofferenza immensa e le accuse di possibili crimini devono essere indagate. Il punto è capire se gli elementi raccolti da NAZA dimostrino davvero la tesi del film. Perché NAZA non si limita a documentare vittime civili o a contestare i metodi della guerra israeliana: sostiene l’esistenza di una politica deliberata di annientamento. E questa parola cambia tutto: non descrive soltanto una condotta, ma un’intenzione. È proprio questa intenzione che il film non riesce a dimostrare.
La versione di Levi Tabachnikov
Un elemento particolarmente interessante arriva da una testimonianza israeliana diretta, con nome e cognome, che introduce una versione dei fatti più complessa di quella proposta da NAZA. Levi Tabachnikov, soldato e riservista israeliano, ha raccontato di aver partecipato alla guerra e, prima ancora di vedere il film, ha descritto una parte della pianificazione militare alla quale aveva assistito. Durante un briefing relativo all’operazione “Gideon’s Chariots”, ha riferito che il primo obiettivo indicato era il trasferimento della popolazione civile per proteggerla dai combattimenti. Ha parlato dell’evacuazione dalle aree interessate dagli scontri e delle cortine di fumo utilizzate per delimitare le zone operative, precisando: «Non abbiamo preso di mira queste persone».
Tabachnikov non sostiene di conoscere ciò che è avvenuto in ogni unità o in ogni zona della Striscia e non afferma che eventuali violazioni non siano mai avvenute. Al contrario, sostiene che dovrebbero essere investigate caso per caso. Ma respinge l’idea che esistesse una politica sistematica di uccisione dei civili e afferma di aver visto la protezione della popolazione civile entrare nella stessa pianificazione operativa.
Questa testimonianza non assolve l’IDF e non può, da sola, smentire le accuse contenute nel documentario. Introduce però un elemento che un’inchiesta giornalistica su una presunta politica militare sistematica dovrebbe necessariamente considerare. Se NAZA vuole ricostruire dall’interno il funzionamento dell’apparato israeliano, non può selezionare soltanto le testimonianze che conducono nella stessa direzione e ignorare quelle che presentano un quadro diverso. È qui che il documentario mostra tutta la sua parzialità.
Anche il richiamo alla memoria assume un peso particolare. Abraham ha parlato più volte della propria identità israeliana ed ebraica e ha rivendicato il diritto di criticare il proprio Paese senza accettare che ogni accusa contro Israele venga automaticamente bollata come antisemitismo. Lui e Szor hanno inoltre richiamato Primo Levi e la memoria della Shoah per parlare dei meccanismi di disumanizzazione che, a loro giudizio, possono essere riconosciuti nella guerra di Gaza. Abraham ha precisato di non voler equiparare Gaza all’Olocausto, ma di riconoscere, a suo giudizio, analoghi meccanismi di disumanizzazione.
È un richiamo moralmente potente. Ma proprio per questo richiede cautela: la memoria, per quanto autorevole, non può sostituire la prova. Il paragone storico può aiutare a interrogarsi sui meccanismi della disumanizzazione; non può diventare, da solo, la dimostrazione di un’intenzione genocidaria o di un progetto di annientamento.
Venezia: una Mostra a senso unico
C’è poi un’altra questione, più propriamente cinematografica, che riguarda la completezza della rappresentazione. La Mostra di Venezia aveva già scelto nel 2025 di portare al centro dell’attenzione la tragedia di Gaza con The Voice of Hind Rajab, il film sulla bambina palestinese la cui voce, registrata durante il tentativo di fuga da Gaza, era diventata una delle testimonianze più drammatiche della guerra. Proprio per questo, ci si può chiedere se una rassegna che vuole raccontare il conflitto nella sua interezza non avrebbe potuto dare spazio anche a We Will Dance Again, il documentario di Yariv Mozer sul massacro del 7 ottobre al festival Nova, costruito attraverso le testimonianze dei sopravvissuti e i filmati di quella giornata.
Non per bilanciare una sofferenza con un’altra, né per contrapporre vittime israeliane e palestinesi, ma per restituire al pubblico entrambe le esperienze che hanno segnato questa guerra. Una scelta del genere avrebbe forse reso più completo il racconto veneziano: perché comprendere una tragedia non significa scegliere quale dolore mostrare, ma avere il coraggio di mostrarli tutti.
Infine c’è una questione di responsabilità. Abraham e Szor – già vincitori di un Oscar nel 2025 per No Other Land – parlano a un pubblico internazionale che spesso conosce poco la complessità del conflitto. Presentare Israele come uno Stato impegnato in un progetto sistematico di annientamento dei civili mistifica la realtà del conflitto dandone una rappresentazione falsa e non provata, tanto più in un clima in cui l’antisemitismo è tornato a crescere e la condanna delle politiche di Israele finisce talvolta per scivolare nell’ostilità verso tutti gli israeliani e gli ebrei.
Criticare il proprio governo e il proprio esercito è un diritto, e in una democrazia anche una denuncia radicale deve poter essere ascoltata. Ma proprio per questo chi denuncia ha la responsabilità di distinguere i fatti dalle interpretazioni, le responsabilità accertate dalle intenzioni attribuite. Altrimenti la critica a una politica rischia di diventare, quasi senza accorgersene, il ritratto di un intero Paese.
È qui che NAZA lascia aperta la domanda più importante. Non se Gaza abbia sofferto – perché ha sofferto, e immensamente – ma se quella sofferenza dimostri l’esistenza di un progetto deliberato di annientamento. Ed è proprio su questo passaggio, dal racconto dei fatti alla prova dell’intenzione, che la distanza tra ciò che il film racconta e ciò che riesce davvero a dimostrare rimane ancora troppo grande.
LEGGI ANCHE:
The Jerusalem Post: «Un atto di tradimento»: scontro tra politici sul film NAZA sulla guerra a Gaza; gli autori definiti «odiatori di Israele» https://www.jpost.com/israel-news/politics-and-diplomacy/article-908497
The Times of Israel: Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) respingono le testimonianze contenute nel documentario israeliano che denuncia l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per uccidere a Gaza https://www.timesofisrael.com/idf-rejects-testimonies-in-israeli-made-documentary-about-ai-powered-killing-in-gaza/
Ansa: Netanyahu contro Naza, «intollerabile». L’esercito apre un’indagine https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/09/14/netanyahu-contro-naza-intollerabile.-lesercito-apre-unindagine-_5d168f39-af84-4d00-826c-054a9132015b.html
BBC: Ministro israeliano minaccia di revocare la cittadinanza ai cineasti per un documentario su Gaza. Oltre 700 esponenti dell’industria cinematografica hanno firmato una petizione a sostegno dei cineasti https://www.bbc.com/news/articles/c9vgy8d8256go
Israele.net: La testimonianza di un soldato israeliano che si firma con nome e cognome https://www.israele.net/film-naza-a-venezia-testimonianze-anonime-non-verificabili-non-credibili-e-contradditorie-su-questo-si-dovrebbe-valutare-lattendibilita-di-accuse-cosi-gravi-non-sui-25-minuti-di-applausi-di
Ynet Global: Oltre 1.000 cineasti firmano una petizione a sostegno di Yuval Abraham e Rachel Szor nel contesto della controversia su NAZA https://www.ynetnews.com/culture/article/r1idp78tml



