di Nathan Greppi
Uscito nel 2002, nel periodo della Seconda Intifada, il documentario racconta l’intervento militare israeliano avvenuto nell’aprile di quell’anno nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, al fine di combattere le cellule terroristiche locali. Un film pieno di falsità, ammesse poi dallo stesso regista. Ma la denuncia fattagli dai sei riservisti israeliani per diffamazione ha portato al divieto della distribuzione del film in Israele solo diciannove anni dopo.
Ha fatto assai discutere l’ovazione ricevuta al Festival del Cinema di Venezia dal documentario NAZA, che accusa i militari dell’IDF di aver colpito premeditatamente i civili a Gaza.
Il film, che ha vinto il Premio speciale della giuria, è stato realizzato dai giornalisti di +972 Magazine, un sito israeliano di estrema sinistra le cui firme hanno in più occasioni minimizzato o giustificato il terrorismo di Hamas, e che in Italia ha allacciato già nel 2013 dei legami con i No Tav della Val Susa.
Sebbene sia inedito lo sdoganamento che certe opere stanno trovando dopo il 7 ottobre in eventi e festival prestigiosi, esse tuttavia presentano dei precedenti storici. Uno che vale la pena di ricordare è Jenin, Jenin, documentario realizzato dall’attore e regista palestinese (con cittadinanza israeliana) Mohammad Bakri, deceduto l’anno scorso.
Distorsione della realtà

Uscito nel 2002, nel periodo della Seconda Intifada, il documentario racconta l’intervento militare israeliano avvenuto nell’aprile di quell’anno nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, al fine di combattere le cellule terroristiche locali. In quegli anni, infatti, molti attentatori suicidi partivano proprio da Jenin per andare in Israele a farsi esplodere sugli autobus e nei locali.
All’uscita del film, Bakri è stato denunciato da cinque riservisti israeliani e accusato di aver manipolato la realtà, intervistando unicamente palestinesi del posto senza verificare la veridicità della loro versione dei fatti né dare ascolto all’IDF per un eventuale contraddittorio. Nello stesso periodo, due parenti del regista, Ibrahim e Yassin Bakri, hanno confessato di aver aiutato un attentatore che aveva provocato la morte di nove persone e il ferimento di altre decine.
Nel 2003, le tesi della pellicola di Bakri sono state smontate dal regista franco-israeliano Pierre Rehov, che nel suo documentario The Road to Jenin ha dimostrato come diversi testimoni palestinesi intervistati da Bakri avessero falsificato intenzionalmente le loro testimonianze. Inoltre, il regista palestinese aveva riportato una traduzione errata dall’arabo, in modo che i sottotitoli includessero parole come “genocidio” e “massacro” che però gli intervistati non avevano mai pronunciato.
È stato dimostrato che Bakri aveva manipolato i tagli delle sequenze per creare la falsa impressione che i civili fossero stati uccisi intenzionalmente, il che non era vero. In una scena, in particolare, si ha la percezione che un corazzato per il trasporto delle truppe avesse investito di proposito dei prigionieri palestinesi distesi per terra. Tempo dopo, lo stesso Bakri ha ammesso in tribunale che tutto ciò non era mai avvenuto.
Battaglia giudiziaria
A causa di queste mistificazioni, nel 2003 il Consiglio israeliano di revisione dei film ha vietato la circolazione in Israele di Jenin, Jenin. Tuttavia, poco tempo dopo la Corte Suprema d’Israele ha annullato questa decisione.
In seguito alla denuncia dei cinque riservisti israeliani, che avevano partecipato all’operazione a Jenin, nel 2007 Bakri è stato portato in tribunale per diffamazione. Ma anche in questo caso, la Corte Suprema ha respinto la condanna, sostenendo che nonostante il documentario fosse “effettivamente pieno di cose non vere”, i querelanti non erano individualmente identificabili nel film e pertanto non potevano affermare di essere stati diffamati personalmente.
La svolta è avvenuta nel 2021, quando il Tribunale distrettuale di Lod ha riconfermato il divieto della distribuzione del film nello Stato Ebraico. La motivazione adottata è stata che il tenente colonnello Nissim Meganji, che ha partecipato all’operazione a Jenin del 2002, è facilmente riconoscibile nelle immagini utilizzate da Bakri.
“Il querelante, un privato cittadino richiamato in servizio militare dallo Stato d’Israele durante l’Operazione Scudo Difensivo, si ritrova presentato nel film in questione come qualcuno che minaccia e ruba l’intera proprietà di un’altra persona, un anziano indifeso, nel quadro di una realtà ‘alternativa’ che è interamente il prodotto dell’immaginazione dell’imputato”, ha dichiarato in quell’occasione la giudice Halit Silash. Nella querela contro il regista, Meganji ha dichiarato che “il suo buon nome è stato colpito, il suo onore è stato infranto e la sua identità di soldato morale ed etico è stata macchiata”.
Ipocrisia e faziosità
Fare un parallelismo tra NAZA e Jenin, Jenin viene naturale non solo per i temi trattati e l’abuso del termine “genocidio”, ma anche per l’ipocrisia dei cineasti coinvolti: sia Bakri che Yuval Abraham e Rachel Szor recitano la parte delle vittime quando attaccano quello stesso sistema che gli ha garantito diritti e opportunità che non avrebbero in nessun altro paese del Medio Oriente.
Nel 2017, ospite di un festival palestinese in Libano, Bakri è stato intervistato dal giornale filo-Hezbollah Al Akhbar, al quale ha detto che “normalizzare le relazioni con il nemico sionista equivale a tradire gli interessi del popolo palestinese”.
A sfatare la sua narrazione ci ha pensato l’editorialista israeliano Ben-Dror Yemini, il quale ha scritto sul sito Ynet che “anche se Israele ci provasse, e non lo farebbe, non riuscirebbe ad imporre un decimo dell’oppressione e delle uccisioni che hanno dovuto subire i palestinesi da parte del Libano o delle forze di Hezbollah in Siria. Perché il Libano ha adottato una politica ufficiale di apartheid. I palestinesi non hanno il diritto di utilizzare i servizi sanitari del paese, non hanno il diritto di possedere alcuna proprietà e sono banditi da una lunga lista di professioni”.
Yemini ha anche aggiunto: “Secondo ogni parametro possibile, la situazione degli arabi sotto il dominio israeliano – dentro e al di là della Linea Verde – è di gran lunga migliore di quella dei loro fratelli in Libano. Bakri ha visitato i campi profughi vicino a Beirut e ha visto la povertà e la miseria che vi si trovano, ma la sua istigazione era diretta contro Israele. Questo è ciò che fanno i propagandisti. Alimentano l’inganno, e in particolare quello peggiore di tutti: l’autoinganno”.
Un’altra analogia è dovuta al fatto che a dispetto della loro narrazione faziosa, entrambi i documentari sono stati osannati dal mondo del cinema italiano, come se questo fosse spinto più da un fervore religioso che dalla ricerca della verità. Nel 2008, diversi attori e registi italiani come Mario Monicelli, Saverio Costanzo, Moni Ovadia, Giuseppe Bertolucci e Marco Tullio Giordana hanno firmato un appello di solidarietà nei confronti di Mohammad Bakri.
Una tendenza diffusa
L’odio del regista palestinese per Israele si è trasmesso anche ai suoi figli Adam, Ziad e Saleh, tutti e tre attori attivi nel boicottaggio, e questo nonostante i loro stessi lavori sfatino il mito che dipinge Israele come un paese di apartheid. Nel film israeliano del 2007 La banda, Saleh Bakri viene visto simulare un rapporto sessuale con l’attrice ebrea Ronit Elkabetz, il che non sarebbe stato nemmeno concepibile sotto un vero regime di segregazione razziale.
Bakri non è stato l’unico teorico del “genocidio” a Jenin ad aver usufruito di ciò che di buono Israele ha da offrire. Saeb Erekat, già segretario generale dell’OLP, nel 2002 ha veicolato nei media occidentali la bufala secondo cui l’IDF avesse assassinato 500 civili nel campo profughi di Jenin. In realtà, c’era stato uno scontro in cui hanno perso la vita circa 50 guerriglieri palestinesi e 20 soldati israeliani.
Prima di morire di Covid, nel 2020, Erekat era stato ricoverato presso il Hadassah Medical Center di Gerusalemme. Dopo aver istigato per anni l’odio contro Israele, nei suoi ultimi giorni ha chiesto cure mediche a quello stesso Stato che aveva osteggiato.



