di Nina Deutsch
Selezionato nella sezione Fuori Concorso, il nuovo documentario del regista israeliano ripercorre la visione di Yitzhak Rabin attraverso materiali d’archivio e testimonianze, raccontando anche la realtà della comunità beduina di Khan al-Ahmar. Un’opera che invita a riflettere sul dialogo e sulla pace, in un periodo di scarsa visibilità internazionale per il cinema israeliano. Al Lido saranno presenti anche lo scrittore Eshkol Nevo, con l’adattamento di un suo libro firmato da Nanni Moretti, e il regista Avi Mograbi con un nuovo cortometraggio.
Il Festival di Venezia 2026 accende i motori. La scorsa settimana il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e il direttore artistico Alberto Barbera hanno svelato il programma ufficiale dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, in calendario al Lido dal 2 al 12 settembre. Un’edizione che, nelle intenzioni del suo direttore, rifletterà le grandi tensioni del nostro tempo: «Alla Mostra tutti i maggiori problemi del contemporaneo si trovino riflessi o echeggiati in film che non si accontentano di essere semplice cronaca: le guerre, il cambiamento climatico, le migrazioni, le fratture e i conflitti famigliari, le crescenti tensioni sociali, il lascito delle vicende storiche del passato», ha dichiarato Barbera all’Ansa.
Tra le opere più attese della sezione Fuori Concorso figura Road to Jericho, il nuovo documentario del regista israeliano Amos Gitai, una coproduzione tra Francia, Regno Unito e Israele della durata di 90 minuti. Il film rappresenta una presenza significativa in un momento particolarmente complesso per il cinema israeliano, che negli ultimi anni ha incontrato crescenti difficoltà a trovare spazio nei grandi festival internazionali.
«È un risultato straordinario in un periodo in cui i film dei registi israeliani vengono esclusi da alcuni dei principali festival del mondo», ha dichiarato Gitai a Ynet News dopo aver appreso della selezione. «L’accoglienza del film mi ha profondamente commosso. Quest’anno a Cannes non era presente nemmeno un film israeliano. Per questo sono particolarmente felice che Alberto Barbera abbia apprezzato il mio lavoro».
Per Gitai quello con Venezia è un rapporto consolidato. Sette suoi lungometraggi, tra cui Kadosh, Kippur e Rabin, The Last Day, hanno già concorso per il Leone d’Oro, mentre nel 2024 aveva presentato fuori concorso Why War. «Venezia è un festival che amo molto», racconta il regista. «Riesce a coniugare il cinema d’autore con quello più popolare e mantiene vivo il dialogo tra diversi modi di fare cinema».
Come anticipa anche la scheda ufficiale della Biennale, Road to Jericho prende avvio da un viaggio ideale tra Gerusalemme e Gerico, ricordando che il primo accordo firmato da Yitzhak Rabin riguardava proprio Gaza e Gerico. Il percorso conduce fino a Khan al-Ahmar, piccolo villaggio beduino di circa 300 abitanti, da anni minacciato dalla demolizione. Un destino che, secondo il regista, si pone in netto contrasto con la visione politica dell’ex primo ministro israeliano.
Gitai definisce l’opera «un viaggio nel tempo e nella memoria». Il documentario intreccia materiali d’archivio, musica, testimonianze e frammenti della sua stessa filmografia. Accanto alle immagini storiche compaiono figure come Arthur Miller, Samuel Fuller, Jeanne Moreau, Danny Huston, Hanna Schygulla, Pina Bausch, Irene Jacob, Bahira Ablassi, Sarah Arensburg e Menashe Noy.
Uno dei nuclei più significativi del film è rappresentato dalle interviste che Gitai realizzò negli anni a Yitzhak Rabin. L’ex premier vi riflette sul futuro di Gaza e Gerico e sulla possibilità di costruire una pace negoziata. «Rabin voleva ridisegnare il Medio Oriente e si interrogava su come arrivare a un accordo», osserva il regista. «Purtroppo oggi la parola “pace” è scomparsa dal vocabolario. La pace non si ottiene con la forza: nasce dagli accordi. Ci saranno sempre difficoltà e ostacoli, ma i conflitti nei quali viviamo devono essere disinnescati».
Il documentario segue anche la storia della tribù beduina Arab al-Jahalin, costretta a lasciare il Negev nel 1948 e successivamente stabilitasi tra il deserto della Giudea e la regione di Binyamin. Oggi quella comunità continua a confrontarsi con restrizioni urbanistiche, ordini di evacuazione e controversie legate ai propri diritti.
«Lungo la strada per Gerico alcuni architetti italiani hanno costruito una piccola scuola per i bambini della tribù utilizzando pneumatici e fango, perché non era consentito impiegare blocchi di cemento», racconta Gitai. «Seguo quella scuola da dieci anni e continuo a documentare i pericoli che minacciano la sua esistenza».
Alla domanda su possibili contestazioni anti-israeliane durante il festival, il regista si mostra prudente ma fiducioso. «Di solito non ci sono proteste contro di me. Con il mio lavoro si apre un dialogo, ed è questa la strada giusta. Non posso sapere cosa accadrà, ma non me lo aspetto».
Gitai conclude spiegando che Road to Jericho nasce da un sentimento di dolore, ma anche da un forte legame con la terra raccontata. «È un film che pone domande necessarie. Oggi esiste il timore di tornare a scenari di distruzione che appartengono alla storia, ma che rischiano di ripetersi».
La presenza israeliana alla Mostra non si limiterà a Road to Jericho. Lo scrittore Eshkol Nevo sarà infatti rappresentato dall’adattamento cinematografico della sua raccolta di racconti Hungry Heart, diretto da Nanni Moretti e in concorso per il Leone d’Oro con It Will Happen Tonight, “Succederà questa notte”. Anche il regista israeliano Avi Mograbi presenterà il cortometraggio Wild Asparagus nella sezione delle presentazioni speciali fuori concorso.
Secondo quanto annunciato dalla Biennale, a presiedere la giuria internazionale sarà l’attrice e regista Maggie Gyllenhaal, affiancata, tra gli altri, dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania.
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