La storia del boia del Boia

 

“The hangman”, il boia, il carnefice è l’emblematico titolo del film che questa sera, insieme al pluripremiato “Mabul”, chiude a Milano la quinta edizione della Rassegna Nuovo Cinema Israeliano.

Protagonista è Shalom Nagar, il boia del Boia, l’ebreo yemenita che ha eseguito materialmente la condanna a morte per impiccagione di Adolph Eichmann. Come dice la regista del documentario, Netalie Braun, Nagar “è uno che per caso si è trovato in una storia più grande di lui”. Per quasi cinquant’anni si è tenuto dentro il segreto «Mi avevano vietato di raccontare questo segreto”, dice, “non lo sapeva neanche mia moglie»

“E com’è che toccò proprio a te?” gli viene chiesto “Sono yemenita, la Shoah è una cosa soprattutto degli ebrei europei: all’inizio non sapevo nemmeno chi fosse, Eichmann. L’avevo scoperto solo dopo. Un giorno il comandante venne da me, si chiamava Merhavi, e mi chiese: ‘Shalom, ti va di schiacciare il bottone’? È il più grande dei comandamenti: “Cancella la memoria di Amalec”, di chi vuole sterminare gli ebrei… Però io dissi che non volevo. C’era qualcuno che se la sentiva, io ero l’unico che non voleva. Tirarono a sorte. E il comandante mi disse: ‘È un ordine. La sorte ha detto che tocca a te. Lo farai tu’ ” .

Nagar è rimasto segnato tutta la vita da quella esecuzione, da quella prova a cui non potè sottrarsi. Oggi dopo aver passato anni a fare la guardia carceraria, Nagar fa il macellaio alla periferia di Holon e di quella storia parla solo attraverso la Braun.

Il documentario, che è stato premiato al Festival del cinema di Haifa, sarà proiettato alla Cineteca dello Spazio Oberdan alle 17.00 e verrà commentato da Giorgio Sacerdoti, avvocato e docente di diritto internazionale all’Università Bocconi, e da Giuseppe Laras, rabbino emerito del Collegio Rabbinico Italiano.

The Hangman
di Netalie Braun
Spazio Oberdan
via Vittorio Veneto, 2 Milano
ore 17.00

Il commento
di Roberto Zadik

Da cinque anni, il Festival del cinema israeliano regala emozioni, promuove nuovi talenti fra attori e registi anche esordienti e descrive atmosfere e contraddizioni di una società complessa e affascinante come quella israeliana. Anche quest’anno la manifestazione, organizzata in maniera molto efficace dal CDEC, Centro di Documentazione Ebraica, in particolare da Nanette Hayon e da Paola Mortara e in corso allo Spazio Oberdan fino al 10 maggio ha presentato, con la collaborazione di Dan Muggia, israeliano di origini italiane, direttore artistico dell’iniziativa, film di animazione, così come documentari e pellicole vere e proprie di grande profondità contenutistica e di notevole valore artistico. Fra queste particolarmente degni di nota sono stati film come il documentario “Leo Levi-l’uomo con la Nagra” diretto dalla figlia Yaala Levi Zimmerman, in sala accanto al marito, e  presentato allo Spazio Oberdan. La pellicola alterna il ricordo affettuoso di un padre spesso assente dalla famiglia a causa dei lunghi viaggi in giro per il mondo e il tentativo di riassumere una personalità vivace e versatile come quella di Leo Levi, ebreo piemontese scomparso a soli 70 anni nel 1982. Musicologo, sionista, intellettuale ha vissuto fra Italia, al quale rimase sempre molto legato e Israele, sua patria d’adozione, e  grazie al suo contributo ha permesso la conservazione dei canti sinagogali alcuni provenienti da comunità molto piccole che poi sarebbero svanite completamente. Al centro della pellicola, che comincia con la figlia che prepara le lasagne in Israele seguendo la ricetta della nonna, oltre a Leo Levi e al suo talento ci sono amici e parenti, italiani che raccontano in ebraico curiosità e aneddoti della vicenda biografica di Leo regalando al pubblico un ritratto molto coinvolgente. Per buona parte della sua esistenza Leo Levi, segnata da eventi tragici come la detenzione in carcere ai tempi del fascismo e la motrte della moglie,  se ne andava in giro con la sua Nagra, un registratore, e da una comunità all’altra, vagando per le sinagoghe e le città del mediterraneo, registrava canti e preghiere che se no sarebbero finite nell’oblio scriveva articoli appassionati dove criticava la società e la politica del suo tempo, in bilico fra le sue idee politiche di sinistra e la sua religiosità intensa ma moderata.

Oltre ai documentari, davvero interessante anche “Ahead of time” sulla giornalista ebrea americana Ruth Gruber del bravo regista Bob Richman che ha riunito per l’occasione una grande quantità di documenti e di interviste rilasciate dalla Gruber, ricostruendo la vicenda umana e intellettuale di una donna straordinaria, ci sono due film estremamente controversi e duri. Molto forte emotivamente il pluripremiato “Ajami” che oltre alla trama ha attirato l’attenzione del vasto pubblico che domenica sera ha presenziato alla proiezione anche per altri fattori. Primi fra tutti le difficoltà di distribuzione in Italia, è stato solo un giorno nelle nostre sale, e dalla coppia di registi che l’ha realizzato, un israeliano, Yaron Shani  e un palestinese, Scandar Copti che hanno collaborato assieme. Due società opposte e adiacenti, cinque storie parallele che si mischiano e si fondono in un unico insieme e un ritmo palpitante pieno di emozioni che coinvolge una famiglia palestinese e un poliziotto israeliano alla ricerca del fratello scomparso, in un crescendo di situazioni e di colpi di scena, decisamente tragici tutto questo in lingua araba e ebraica. Un altra pellicola decisamente suggestiva e non priva di una forte vena polemica, è “Infiltration” tratto dal romanzo di Kenaz, importante scrittore israeliano che diretto da un solido regista georgiano come Dover Kosashvili racconta le vicende a tratti molto drammatiche di una truppa di militari israeliani descrivendo in maniera un po’ pungente le differenze culturali fra gli immigrati sefarditi e ashkenaziti nei primi anni di vita dello Stato ebraico. Le ultime due serate dell’iniziativa hanno in calendario due film che non possono passare inosservati e che concluderanno le proiezioni. E’ il caso “The hangman” singolare storia di un macellaio yemenita che si troverà, suo malgrado, coinvolto nel processo Eichman e “Mabul” di Guy Nattiv che narra le esistenze e i misteri della famiglia Rosko.

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