FATELESS, la Shoah vista con gli occhi di un adolescente

Spettacolo

La storia inizia 60 fa, quan- do un ragaz- zo sporco e denu- trito, appena adole- scente, usciva dal campo nazista di Buchenwald: era Imre Kertész, lo scrittore ungherese che nel 2002 avrebbe ricevuto il Premio Nobel per la letteratura.

Aveva descritto la sua esperienza di deportazione, prigionia e infine liberazione in un romanzo autobiografico intitolato ‘Fateless’ pubblicato a Budapest nel 1975: da noi è edito da Feltrinelli con il titolo “Essere senza destino”.

Eppure, in quegli anni in Ungheria il romanzo era uscito fra l’indifferenza del pubblico e l’ostilità della critica: non si perdonava all’autore lo scandalo di aver provato anche in campo di concentramento qualche momento di felicità.

Kertész aveva allora 45 anni e in pieno regime comunista era costretto a guadagnarsi da vivere scrivendo commedie musicali e traducendo classici tedeschi e non pubblicò altri scritti fino al 1988. Allora, con il crollo del blocco sovietico, i suoi libri vennero finalmente pubblicati in tedesco e in altre lingue, ma in Ungheria Kertész rimase sempre poco letto.

Ora all’età di 76 anni egli rivisita le sue passate vicende come sceneggiatore del film dallo stesso titolo, Fateless, dal 27 gennaio nelle sale italiane con il titolo Senza Destino e la colonna sonora di Ennio Morricone. In questa sua ultima opera il leggendario compositore si è avvalso della partecipazione dell’incredibile voce di Lisa Gerrard, cantante dei Dead Can Dance. Tratta dal romanzo del premio Nobel è la storia della tragedia personale di Gyuri Köves, ebreo ungherese non ancora quindicenne catapultato nella realtà agghiacciante dei campi di concentramento nazista: non un film sull’Olocausto, ma il racconto della realtà di un lager visto attraverso gli occhi di un adolescente ebreo.
Il film è più autobiografico del libro, dice l’autore, anche se ne conserva la caratteristica fantastica. Ed è questa caratteristica che più distingue il suo personalissimo resoconto di sopravvissuto all’Olocausto. “Nel film abbiamo cercato con molta fatica di evitare i cliché della Shoah: può essere commovente, ma mai sentimentale.”

Il film, per la regia di Lajos Koltai, è stato presentato al Film Forum di New York e non ha avuto critiche tutte favorevoli: alcuni vi hanno visto la retorica di quello che è ormai un genere cinematografico. Ma dice Kertész: “Non si può restare insensibili rivedendo le immagini della propria storia. Io credo che il film sia bello, ma è una cosa diversa dal libro.”

Il concetto di un film ‘bello’ sull’Olocausto può sembrare strano, come la nostalgia per il campo che l’autore ricorda di aver provato quando fece ritorno a Budapest nel 1945. Ma ‘Fateless’ non è una cronaca dell’Olocausto in quanto tale, bensì è una storia di formazione, del passaggio d’età che avviene in mezzo ai ricorrenti, eterni cicli della barbarie umana.

Nel romanzo, la vicenda è narrata da Gyuri (Gyorgy) Koves, che ha 14 anni nel 1944, quando viene strappato alla sua vita e deportato con centinaia di altri ebrei al campo di sterminio di Auschwitz. Nel film la storia è vista attraverso gli occhi di Gyuri, ma si dipana in modo realistico, con la stessa linearità del romanzo, senza flashback o immagini d’archivio. “Non volevamo sentimentalismi, volevamo vedere le cose con distacco.”

All’arrivo al campo gli viene consigliato di mentire sulla sua vera età e di aumentarsi gli anni per evitare di essere mandato subito a morte. Viene poi trasferito a Buchenwald e a un campo di lavoro dove nei mesi successivi soffrirà la paura, la fame, i maltrattamenti e il freddo terribile ma vivrà anche momenti di umana solidarietà con altri prigionieri. E sarà quella a salvargli la vita: quasi morto di fame, con un ginocchio gravemente ferito, viene salvato dai prigionieri politici che godevano di alcuni privilegi rispetto agli ebrei, fra cui le cure mediche. E’ appunto in questa specie di ospedale che si trova quando arrivano le truppe americane.

Vi è una scena che non figura nel libro, quella in cui un ufficiale americano anche lui ebreo lo esorta a emigrare negli Stati Uniti, ma il ragazzo vuole ritornare a Budapest. Tornare a casa o andare altrove era un dilemma che si poneva allora per molti sopravvissuti: “Ma io non potevo immaginare altro luogo dove tornare se non casa mia, ero un cane randagio”. E solo col ritorno a Budapest dopo la liberazione affiorano le emozioni. La casa non è più quella che Kertész – o Gyuri – aveva immaginato: il padre era morto a Mauthausen, la matrigna si era risposata e nella sua casa viveva ormai un’altra famiglia. Neppure là Gyuri riesce a capire che durante l’Olocausto sono morti più di mezzo milione di ungheresi: se gli chiedono delle atrocità vissute, lui ricorda la sua felicità. “Sì, conclude Gyuri, la prossima volta che me lo chiedono devo parlare di quella, della felicità del campo di concentramento. Se mai me lo chiederanno. E sempre che io non l’abbia dimenticata.”

Non è casuale da parte dello scrittore l’uso della parola ‘felicità’: “Ho preso la parola fuori dal suo contesto quotidiano e l’ho fatta sembrare scandalosa. E’ stato come un atto di ribellione contro il ruolo di vittima che la società mi aveva assegnato. Un voler rendere onore a coloro a cui la storia aveva rubato il destino. Questo è stato un modo di definire il mio destino, il mio fato.”

La cosa che ha più piacevolmente impressionato Kertész quando è uscito il film in Ungheria è stata la quantità di giovani che fanno la coda per vedere il film: “Si immedesimano nel giovane protagonista e capiscono che il suo destino potrebbe essere il loro destino. Semplicemente presi su un autobus. Oggi potrebbe succedere a ciascuno in qualunque parte del mondo.”

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