Festival di Venezia: Hadas Yaron vince la Coppa Volpi come miglior attrice

Spettacolo

L’attrice israeliana Hadas Yaron, protagonista del film di Rama Burshstein, Fill the Void, ha vinto la Coppi Volpi come migliore attrice della 69a edizione del Festival del Cinema di Venezia. La Yaron, che nel film della Burshstein ha interpretato il ruolo della giovane sposa Shira, è la prima attrice israeliana a ricevere questo importante riconoscimento.
Il Leone d’Oro come miglior film è stato vinto dal regista coreano Kim Ki-Duk per il film Pietà; Leon d’argento a Paul Thomas Anderson, per “The Master”.

La Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile è stata assegnata a Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman, protagonisti di “The Master”.

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Lunghi applausi per il film di Rama Burshtein, Fill the Void, presentato ieri, 2 settembre,  al Festival del Cinema di Venezia e al quale oggi (3 settembre) molti giornali concedono spazio e commenti.

Ambientato a Tel Aviv, girato quasi interamente in interni, fra le mura domestiche della famiglia Meldelman, il film di Rama Burshtein racconta il mondo famigliare, e soprattutto femminile, di una famiglia di hassidim di Tel Aviv. La storia ruota attorno al matrimonio della diciottenne Shira, promessa sposa ad un coetaneo e poi, dopo la morte  per parto della sorella, messa di fronte alla scelta di rinunciare al predestinato sposo, per prendere in marito il cognato, rimasto vedovo.

Fra i tre film in concorso che hanno per tema il matrimonio – quello della Burshtein, e quelli di Terence Malick e della danese Susanne Bier – “Fill the Void” si presenta senz’altro come il più affascinante, anche per il suo “esotismo”. Propone infatti uno sguardo su un mondo che è per lo più sconosciuto, e lo mostra da un punto di vista tutto interno, di chi di quel mondo fa parte.

Rama Burshtein infatti è un’ebrea ultra-ortodossa e spiega che il film narra una storia realmente accaduta di cui venne a conoscenza proprio partecipando al matrimonio. Allora si chiese “se quell’unione avesse a che fare con i sentimenti, con la famiglia, con il dovere, o che altro. E da lì nacque l’idea del film” ha spiegato la regista stessa durante al conferenza stampa di ieri.

Quando Burshtein ha proposto il progetto di “Fill the Void”,  il produttore, Y. Amir si è mostrato subito affascinato dalla storia, dall’idea di mostrare il mondo dei hassidim visto dall’interno e, soprattutto con uno sguardo non stereotipato. “E’ una sorta di Jane Austen del mondo hassidico”, osserva Amir.
Proprio questo sguardo dall’interno rende il film originale rispetto ad altre prove su questo argomento – si pensi a Kadosh di Amos Gitai. Ma anche l’assenza del confronto con il mondo secolarizzato, lo rende un’opera fuori dei consueti schemi. “Il mondo religioso è interessante di per sé, senza doverlo collegare al mondo secolare”, spiega la Burshtein. “Il film parla delle relazioni, delle scelte che avvengono in quel  mondo”.

“Fill the Void”, dichiara ancora la regista, “non è né una critica, tantomeno una celebrazione del mondo hassidico; ne è semplicemente il racconto, la descrizione da parte di chi in quel mondo vive quotidianamente. E’ una finestra su un mondo semi-sconosciuto; non c’è alcun messaggio politico in esso”, osserva la regista.

Le donne, sottolinea Rama Burshtein,  hanno un ruolo centrale in tutta la vicenda – Shira, sua madre, la madre del vedovo Yochav….

“Quando guardavo al mondo ortodosso 20 anni fa, per me che ne vivevo fuori, non era invitante. Era legato a come vedevo le donne… Poi quando sono entrata a farne parte, ho scoperto che ci sono donne che fanno film per donne, che scrivono e producono film, e contemporaneamente fanno bambini, talvolta lavorano e guadagnano per la famiglia. Nella vita di tutti i giorni sono donne forti, dominanti. Fanno tutto da sole. Sono come delle superdonne”.

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