di Anna Balestrieri
Era il 6 giugno 1967 quando Aharon Bar-Oz, allora giovane soldato israeliano impegnato nella Guerra dei Sei Giorni, scrisse dal fronte a Naomi Shemer per ringraziarla di una canzone che accompagnava i soldati nei giorni della guerra. Non poteva sapere che quel piccolo messaggio sarebbe entrato negli archivi della Biblioteca Nazionale d’Israele e che, quasi sei decenni più tardi, sarebbe stato proprio lui a riconoscerlo in una teca.
Bar-Oz, oggi 89 anni, ha scoperto per caso che la cartolina da lui spedita nel 1967 faceva parte della mostra permanente della Biblioteca di Gerusalemme. A riconoscerne la grafia è stata invece sua figlia, durante una visita. La scoperta ha portato alla luce anche l’altra metà della storia: la risposta che Shemer aveva scritto al soldato e che la famiglia aveva conservato per 59 anni.
Questo mese Bar-Oz ha consegnato alla Biblioteca anche la lettera di Naomi Shemer, ricongiungendo così due documenti rimasti separati per quasi sessant’anni.
Una canzone nel cuore della guerra

Quando Bar-Oz scrisse a Shemer, «Yerushalayim Shel Zahav», Gerusalemme d’oro, era una canzone appena nata. Era stata eseguita per la prima volta da Shuli Nathan alla vigilia della festa dell’Indipendenza, il 15 maggio 1967, appena tre settimane prima dello scoppio della Guerra dei Sei Giorni.
Il brano era già diventato popolare, ma gli eventi che seguirono ne avrebbero trasformato definitivamente il significato. Durante la guerra, Shemer si recò nel Sinai per esibirsi davanti ai soldati. Il 7 giugno, mentre era in viaggio, apprese dalla radio che le forze israeliane avevano riconquistato Gerusalemme Est e la Città Vecchia.
Fu allora che aggiunse alla canzone un quarto verso, trasformando «Gerusalemme d’oro» nel brano indissolubilmente associato alla riunificazione della città.
«Siamo tornati alle cisterne, al mercato e alla piazza del mercato; uno shofar risuona sul Monte del Tempio nella Città Vecchia»: così recita il nuovo verso, scritto da Shemer in un piccolo taccuino degli indirizzi che aveva con sé, non avendo a disposizione altro foglio.
La canzone, nata prima della guerra, finì così per diventare una sorta di colonna sonora della vittoria israeliana e uno dei simboli musicali più riconoscibili della storia dello Stato d’Israele.
«Ben fatto. E ancora ben fatto»
Un giorno prima della riconquista della Città Vecchia, Bar-Oz aveva scritto a Shemer dal campo di battaglia. La sua cartolina esprimeva l’entusiasmo dei soldati per quella musica che li accompagnava durante il conflitto.
«Ben fatto! E ancora ben fatto», scriveva il soldato. «La vostra canzone Yerushalayim Shel Zahav è diventata parte della nostra vita negli avamposti».
Bar-Oz raccontava che i suoi compagni non smettevano di cantarla e apprezzarla: «Una canzone come questa diventa un’icona, soprattutto in questi giorni in cui la nazione combatte e vince».
Shemer conservò la cartolina. Nel 2010 il documento entrò a far parte delle collezioni della Biblioteca Nazionale d’Israele, insieme al suo archivio personale e ad altri materiali relativi alla sua attività artistica.
La cartolina, una prima versione dello spartito di «Yerushalayim Shel Zahav» e il piccolo taccuino sul quale Shemer aveva scritto il verso dedicato alla Città Vecchia sono stati esposti nel nuovo edificio della Biblioteca, inaugurato nel 2023.
Mancava però un dettaglio: per anni nessuno sapeva chi fosse l’uomo che aveva scritto quella cartolina.
La scoperta durante una visita
Il mistero si è risolto durante una recente visita guidata alla mostra permanente. Una delle partecipanti ha riconosciuto immediatamente la grafia. Era quella di suo padre, Aharon Bar-Oz.
Da quel momento la Biblioteca ha potuto mettersi in contatto con la famiglia e ricostruire l’altra metà della vicenda. Bar-Oz aveva infatti conservato per tutto questo tempo la risposta di Shemer, incorniciata e appesa a una parete della sua casa.
La lettera è datata 15 giugno 1967, durante la festività ebraica di Shavuot. Shemer ringraziava il soldato e gli scriveva: «Sono contenta che tu e tutta la tua unità possiate ora essere congratulati per la vostra vittoria, ed è bello sapere che ho potuto aiutarvi da lontano, almeno attraverso la canzone».
Una risposta semplice, ma che oggi acquista un significato storico particolare: fu scritta pochi giorni dopo la fine della guerra che aveva cambiato profondamente la geografia e la memoria di Israele.
Una corrispondenza che diventa patrimonio
Per 59 anni le due lettere hanno avuto destini diversi. La cartolina è diventata un documento d’archivio, esposto al pubblico; la risposta è rimasta nella casa di chi l’aveva ricevuta.
Ora le due parti della corrispondenza sono finalmente tornate insieme, all’interno dello stesso archivio.
A metà agosto Bar-Oz è arrivato a Gerusalemme per consegnare personalmente la lettera alla Biblioteca Nazionale. Il documento sarà così conservato insieme agli altri materiali dell’archivio di Naomi Shemer, consentendo di ricostruire non soltanto la storia di una delle canzoni più celebri della musica israeliana, ma anche il rapporto diretto tra la musica popolare, i soldati al fronte e la memoria collettiva.
La vicenda mostra anche un aspetto meno evidente del lavoro di un’istituzione come la Biblioteca Nazionale: gli archivi non conservano soltanto documenti, ma possono permettere a persone e famiglie di riconoscere, decenni dopo, un frammento della propria storia dentro quella di un intero Paese.
La piccola cartolina del 1967, dunque, non è più soltanto una testimonianza della popolarità di «Gerusalemme d’oro». È diventata il punto di partenza per una storia familiare ritrovata e, insieme, per la ricomposizione di una corrispondenza rimasta incompleta per quasi sei decenni.





