Dan Shechtman: “Non esistono regole che non si possano infrangere”

di Mara Vigevani

“Siamo in sette con il titolo di professore emerito al Technion, due dei quali hanno già ricevuto il Premio Nobel, io sono il terzo, una media abbastanza buona no?” racconta sorridendo Dan Shechtman, Premio Nobel per la Chimica e decimo israeliano a ricevere il più prestigioso riconoscimento mondiale.

Imbarazzato dall’interesse delle telecamere e dei fotografi che lo seguono ovunque, “da quando è stato reso noto che ho vinto il Nobel, mi è stata rubata la mia vita, non vedo l’ora di poter tornare al mio microscopio”, si sfoga.

Shechtman, nato a Tel Aviv nel 1941, proviene da una famiglia di emigrati dalla Russia con la seconda alyà. Suo nonno creò la prima casa editrice israeliana, mentre la nonna fu tra le prime designer di gioielli. Una famiglia da sempre vicina al Labour, laici, fieri e contenti di vivere in Israele. “Ho 4 figli, tre ragazze, tutte e tre psicologhe e un figlio fisico”, racconta orgoglioso. “Tre psicologi per famiglia, mi pare sia la giusta media di ogni famiglia ebraica, no?”

Come userà il Premio?

“Verrà tutto destinato all’educazione dei miei nove nipoti. In Israele le Università sono ottime, ma il sistema educativo non lo è. Nessun insegnante potrà mai essere ottimo se non viene pagato a sufficienza per mantenere la propria famiglia. Io sono ora qui grazie ai miei professori, ma allora tutto era diverso”.

Shechtman non è solo uno scienziato, ma si sente prima di tutto un insegnante. “Ricordo molto bene il mio morè di fisica, era iracheno, parlava strano, con parole da vocabolario e con forte accento arabo. Un giorno mi chiamò alla lavagna e mi fece risolvere un problema. Lo risolsi e lui disse una semplice frase “Dan capisce la fisica”. Ricordo fino ad oggi l’orgoglio che provai in quel momento.”

Secondo lei perché Israele produce così tanti Premi Nobel?

“Siamo un Paese giovane e soprattutto siamo dei liberi pensatori, educati fin da piccoli all’indipendenza. Gli ostacoli non ci fanno paura e le regole non sono dogmi. Certo spesso questo modo di vivere porta al caos totale, ma porta anche a varcare confini scientifici, filosofici e del sapere in generale, che altri non osano.

Ricordo che alla Hashomer Hatzair più volte ci lasciarono in un bosco al buio e dovevamo riuscire a tornare a casa da soli. Avremmo avuto sì e no 13 anni. In quei momenti ho imparato il gusto dell’indipendenza, ho imparato a non demordere e soprattutto a credere in me stesso”.

Il premio Nobel a Shechtman è stato infatti anche definito il premio alla ostinazione: affermare che a livello atomico la materia può organizzarsi in un modo diverso dagli schemi ripetitivi osservati da sempre suonava come un’eresia.

A Shechtman era stato addirittura chiesto di lasciare il suo gruppo di ricerca, nell’Istituto Nist (National Institute of Standards and Technology). Il direttore del laboratorio gli regalò addirittura un libro di cristallografia perché ricominciasse a studiare.

Allo scetticismo della comunità scientifica è subentrato poi interesse finché  l’Unione Internazionale di Cristallografia ha deciso di modificare la definizione di “cristallo”.

Che consiglio dà ai giovani scienziati?

“Siate specializzati, imparate tutto di un unico argomento. Se pensate di aver scoperto qualcosa e tutti sono contro di voi, ascoltate le altre voci. Ma se nessuno vi convince continuate per la vostra strada, non abbiate paura, non esistono regole che non si possano infrangere”.

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