La Polonia oggi: una nazione in crisi di modernità, che si auto-reclude in un recinto “sovrano”

Opinioni

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie] Che cosa succede nella Polonia del presidente Andrzej Sebastian Duda e del premier Mateusz Jakub Morawiecki, entrambi esponenti del partito conservatore Diritto e giustizia?
Perché le polemiche sui diritti civili da tempo stanno chiamando in causa la democrazia, denunciandone la consunzione? Qual è la traiettoria di una classe dirigente dove le componenti populiste, animate da un nazionalismo illiberale e, a tratti, filo-clericale, da tempo oramai ispirano le scelte più impegnative, dal tentativo di imbrigliare l’autonomia della magistratura a quello di rinegoziare frontalmente il rapporto con l’Unione europea, di fatto rendendo inapplicabili le regole di un organismo del quale si continua a fare parte?

Poco o nulla si comprende se, per esprimere una opinione al riguardo, ci si basa solo su un momentaneo fermo immagine. Bisogna invece guardare ai mutamenti che hanno chiamato in causa l’Europa dell’Est, dal 1989 ad oggi, ragionando anche sulle grosse difficoltà di integrazione dei paesi che ne sono parte dentro l’Unione europea.
Al pari di altre società, anche la Polonia è transitata dal regime comunista a un’esperienza affaticata di democrazia, per più aspetti incompiuta. I conti con il passato, a partire dalla feroce occupazione nazista, tra il 1939 e il 1944, per poi transitare attraverso il lungo periodo del dominio sovietico, non sono mai stati fatti fino in fondo.
Coni d’ombra, compromissioni, reciprocità d’interessi sono passati in sordina quando l’una, e poi l’altro, si sono esauriti. Un esempio in tale senso è il recente colpo di spugna nel merito delle restituzioni dei beni sottratti durante la Shoah. Chi si era adoperato altrimenti, e tra di esse quelle forze politiche e sindacali autenticamente democratiche, di fatto è stato successivamente posto ai margini dei processi decisionali.

Più di trent’anni sono oramai trascorsi dai percorsi di liberalizzazione che si sono aperti con il 1989. Una nuova generazione di dirigenti, maturata proprio nel decennio successivo alla caduta del muro di Berlino, ha quindi preso il potere. Offrendosi come leadership in grado di guidare il Paese, facendo tuttavia a meno della mediazione democratica, presentata come un inutile vincolo rispetto agli interessi diretti ed immediati della collettività.

Lo stile populista, da questo punto di vista, ha raccolto molti consensi nel corso del tempo. È avvenuto in Polonia ma anche in Ungheria e in altre nazioni dove, dinanzi anche alle difficoltà delle élite legate ai partiti più tradizionali (liberali, socialdemocratici, socialisti e democratico-cristiani), si sono avvicendati, alternati e poi sostituiti gruppi di potere spesso cementati al loro interno da un sostanziale scetticismo nei riguardi del liberalismo come sistema di regole di garanzia.
Un comune denominatore, in questi ultimi dieci anni, è divenuta la diffidenza nei confronti dell’Unione europea, della quale si continua comunque a fare parte sia per calcolo d’interesse economico sia per difesa nei confronti di un vicino molto ingombrante qual è la Russia.

La grande spaccatura che ancora oggi attraversa la Polonia rimane comunque quella che corre tra la popolazione rurale e società urbana. Nel primo caso, il conservatorismo cattolico costituisce il fattore dominante nella formazione di un’identità politica e civile. Nel secondo, invece, l’apertura verso l’Occidente e, soprattutto, nei riguardi del sistema di valori democratici e pluralisti, è molto più accentuata.
Permane il fatto che le difficoltà economiche del ceto medio, al pari di molti altri paesi europei, siano tra i fattori che hanno maggiormente inciso, in questi anni, nell’orientare una parte decisiva dei consensi, non solo di quelli elettorali, verso i partiti più tradizionalisti.
Una società a sua volta stanca e affaticata dagli effetti dei processi di globalizzazione, si rivela maggiormente propensa ad accordare credito a chi formula l’appello a chiudersi dentro un recinto “sovrano” per meglio affrontare i molti problemi che attraversano una nazione in crisi di modernità.