Israele: un rapporto responsabile tra cittadinanza e pubblica amministrazione è la chiave del successo vaccinale

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie] Il successo della campagna per i vaccini in Israele, oltre alle ripetute manifestazioni e agli attestati di stima per la velocità e la determinazione all’obiettivo, ha sollevato anche i prevedibili rilievi critici, se non addirittura polemici. Non ci riferiamo a quel piccolo ma agguerrito mondo che legge ogni cosa del Paese come espressione di una vocazione intrinsecamente “razzista” e complottista. I deliri, ancorché inquietanti, comunque fastidiosi, tanto più se riferiti a una vicenda come quella pandemica, vanno ridimensionati. Ovvero, se non li si deve sottovalutare, non possono neanche essere enfatizzati, trattandosi invece di una cortesia che si farebbe, nel qual caso, ai deliranti.

Piuttosto, a fare riflettere sono invece quelle frasi di senso comune che vengono ripetute acriticamente anche da coloro che dovrebbero essere fonte autorevole. Quindi, maggiormente attenti a ciò che vanno dicendo, poiché le loro affermazioni si riflettono su un pubblico spesso molto ampio. Giornalisti, studiosi e opinion maker propendono infatti ad attribuire l’esito rassicurante della lotta alla pandemia al fatto che Israele sia in «guerra». Contro il mondo arabo e, aggiungono incautamente non pochi “esperti”, nei riguardi dei suoi vicini. Che da diverso tempo, oramai, una pace, ancorché fredda, ossia senza troppi entusiasmi, garantisca la tangibilità dei confini con l’Egitto e la Giordania, sembra interessare a pochi. Ma il punto, a ben pensarci, non è neanche questo. Poiché il cliché di una nazione che si sarebbe modellata, in maniera pressoché esclusiva, sulla base dell’esperienza militare, ancorché difensiva, è uno degli equivoci che ne accompagnano la lettura storica.

Beninteso, più si parla d’Israele, con sicumera e protervia, meno la si conosce. Un rapporto inversamente proporzionale, che liquida la sua storia – e le sue identità – con una serie di frasi fatte. Irritanti nella loro compiaciuta inconsistenza. Dopo di che, alcuni incisi si impongono. Il primo di essi è che per ottenere dei risultati occorre dotarsi della volontà (e quindi degli strumenti e delle risorse) per raggiungerli. Se le divisioni politiche nel Paese sono esacerbate, la capacità di coordinamento nelle emergenze è invece una garanzia rodata. La qual cosa non implica nessuna militarizzazione degli spiriti, e neanche un tocco magico riferibile a una qualche “genialità innata”, condivisa come tale dagli ebrei. Piuttosto, a fare la differenza è la determinazione nel garantire la coesione civile nazionale. Un impegno tanto più rilevante dal momento che storicamente Israele è la confluenza di numerosi flussi migratori, raccogliendo persone delle più diverse origini, culture, idiomi e abitudini. Fare cittadinanza, ossia alimentare un rapporto responsabile tra individui e amministrazioni pubbliche, implica un patto di reciproca lealtà. Che si misura non sulle parole ma nelle condotte quotidiane.

La funzione dello Stato, al riguardo, è quella di garantire giustizia e protezione da quegli eventi che sfuggono al controllo e alla capacità di gestione dei singoli cittadini. Il grado di evoluzione di una nazione non lo si misura esclusivamente dalla qualità delle sue classi dirigenti (non solo quella politica, per capirci) ma anche dalla funzionalità delle singole amministrazioni. Pubbliche e private. Poiché chi conosce Israele sa che una parte rilevante della campagna per i vaccini è stata assolta dalle quattro più importanti assicurazioni mediche nazionali, parte del sistema sanitario israeliano, che hanno garantito il funzionamento di centri sanitari in tutto il Paese. Non grandi ospedali né policlinici o ambulatori saturi di persone bensì strutture territoriali capaci di soddisfare la domanda vaccinaria della collettività.

Un ulteriore fattore di differenziazione rispetto alle affaticate esperienze europee è la capacità di fare di necessità una sorta di virtù. La vaccinazione di massa è infatti anche una formidabile opportunità per censire la popolazione rispetto ai suoi bisogni sanitari, introducendo quindi una variante epidemiologica che può essere poi utilizzata nella digitalizzazione dei dati più importanti della comunità nazionale. Sapere quale sia lo “stato di salute” dei molti – non c’è bisogno di uno screening approfondito per avere un quadro di riferimento – è fondamentale per calibrare la risposta rispetto ai bisogni (e quindi alle risorse) per i tempi a venire.

I Big Data, al riguardo, non hanno a che fare con il “grande fratello” bensì con il soddisfacimento delle esigenze collettive. La stessa procedura di prenotazione, anch’essa informatizzata, è un indice di elevata razionalità. Poiché la digitalizzazione dei servizi pubblici, che in Italia rischia invece di rivelarsi una clamorosa discrasia, in Israele da tempo è stata avviata, venendo quindi rodata anche e soprattutto nei casi delle emergenze nazionali. L’esercito è parte di questo percorso ma non si sostituisce alle autorità civili, dalle quali peraltro dipende completamente per i grandi processi decisionali. C’è una morale, nella vicenda pandemica: sopravvivono e migliorano i loro standard di vita quegli individui e le collettività che sanno adattarsi al mutamento dell’ambiente, sia locale che planetario. Non bisogna cercare in ciò, a tutti i costi, un principio etico bensì un dato che si riflette nel tempo, ossia la capacità di comprendere che alla radice dell’esistenza c’è il principio della resistenza. La storia, nel qual caso, non sarà passata invano.

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