David Meghnagi ha parlato di Freud

Le sfide della Memoria, tra politica e dibattito pubblico, ricerca e didattica. Quali le sue ricadute sull’antisemitismo di oggi? Una riflessione

di David Meghnagi *

Una difficile sfida 

La didattica intorno alla storia e alla memoria della Shoah è tra le sfide più complesse con cui confrontarsi, perché mette in gioco competenze e specializzazioni diverse: storia e geografia, psicologia e pedagogia, antropologia culturale, filosofia e letteratura. Per non parlare della storia della scienza e della medicina; del simbolismo religioso, della storia sociale ed economica e del diritto (solo per fare un esempio si pensi al concetto “genocidio”, introdotto per la prima volta nel 1944 da Raphael Lemkin e alle sue implicazioni e sviluppi nel dibattito giuridico contemporaneo. La tragedia della Shoah ha coinvolto l’intera civiltà umana. Non solo i territori in cui si è consumato lo sterminio, ma anche i luoghi verso cui le persone in fuga cercavano scampo. La guerra coinvolse le colonie e nel caso specifico dell’Africa settentrionale e del Vicino Oriente, se le forze dell’Asse non fossero state sconfitte a El Alamein, le comunità ebraiche del mondo arabo e lo stesso Yishuv (l’insediamento ebraico nato con il movimento di rinascita nazionale ebraica) avrebbe subito un destino analogo a quello riservato agli Ebrei europei. Le camere a gas mobili, utilizzate dalle Einsatzgruppen nel corso dell’avanzata dell’esercito tedesco sul fronte orientale, erano pronte per essere usate, con l’appoggio e il sostegno dei seguaci del Muftì di Gerusalemme, al Cairo e ad Alessandria; a Tel Aviv e a Gerusalemme come a Damasco e Bagdad. Non per caso nei mesi in cui le truppe britanniche si trovarono in difficoltà, a Tel Aviv come a Gerusalemme, il romanzo di Franz Werfel sullo sterminio degli Armeni era tra i più letti.

Composto a Damasco nel 1929 e pubblicato quattro anni dopo, il libro di Werfel racconta la storia di sofferenze del popolo armeno con i suoi tragici epiloghi. La sua ricostruzione romanzata era una prefigurazione angosciata del pericolo che incombeva sugli ebrei con l’ascesa del nazismo in Germania. Come intuito da Scholem e Benjamin nel loro fitto e doloroso carteggio, le opere di Kafka descrivevano il pericolo che la società europea stava incubando e che avrebbe coinvolto ebrei e non ebrei. “Il mondo di Kafka – scrive Scholem in una lettera del 1934 –è il mondo della rivelazione”  in quella “prospettiva in cui viene ricondotto al proprio nulla”. Facendogli eco, quattro anni dopo, Benjamin affermava con lucida premonizione: “Il mondo di Kafka, spesso così sereno e popolato di angeli, è l’esatto complemento della sua epoca, che si accinge a sopprimere grandi masse degli abitanti di questo pianeta. Non è escluso che l’esperienza che corrisponde a quella dell’uomo privato Kafka sarà fatta da grandi masse soltanto in occasione di questa loro eliminazione” Quando Benjamin e Scholem, separati dai mari e dai continenti, riflettevano su un futuro incerto e carico di pericoli, la guerra non era ancora scoppiata e la diplomazia europea, nonostante la corsa al riarmo della Germania nazista, si illudeva con la capitolazione di Monaco, di poterla evitare. Intrecciando destini individuali e collettivi, sullo sfondo di massacri e deportazioni, Werfel ha dato voce alla storia degli abitanti di sette villaggi armeni assediati sul monte Mussa Dagh, e della loro tenace resistenza contro gli assalti dei Turchi, sino al loro salvataggio per opera di una nave francese. Nei mesi in cui le armate tedesche minacciavano dalla Cirenaica la presenza britannica nel Vicino Oriente, era chiaro che nel caso di un ritiro temporaneo delle truppe britanniche dalla regione nell’eventualità di un attacco tedesco a tenaglia dal Caucaso e dalla Cirenaica, il sogno di  rinascita nella terra dei padri avrebbe rischiato di andare per sempre perduto.  La lotta sarebbe stata per una morte diversa, come accadde poi nel Ghetto di Varsavia nell’aprile del 1943 e negli altri ghetti dell’Europa orientale. In quei mesi nelle comuni dei kibbutz, si discuteva su come organizzare la resistenza sulle colline di Galilea e nel deserto dove sorge l’antica fortezza di Massada, luogo simbolo della resistenza alle distruzioni romane.

L’ampliamento degli orizzonti della ricerca e le conseguenze sulla didattica

Gli orizzonti della ricerca, in un primo tempo limitati al periodo bellico, si sono progressivamente ampliati ed estesi al periodo di incubazione che l’ha preceduto: la prima guerra mondiale con le sue devastanti conseguenze in ogni sfera della vita pubblica e privata e di lì a cascata sui processi di incubazione che hanno fatto da sfondo all’ascesa del nazismo. Un esempio concreto di questi sviluppi, sono la monumentale ricerca di Poliakov sull’antisemitismo e sul mito ariano e quelle di Mosse sulle origini culturali del Terzo Reich, sul fallimento del dialogo ebraico tedesco e sul razzismo. Senza togliere nulla alla specificità di ogni singola fase, gli studiosi hanno esteso la loro ricerca a temi della storia culturale di breve e lungo periodo: il darwinismo sociale e l’eugenetica, le ideologie coloniali e la cultura medica con i suoi pregiudizi, l’antisemitismo di matrice religiosa cristiana e quello “razziale”. Non per caso il fascismo italiano avrebbe giustificato la legislazione antisemita come un’estensione metropolitana a quanto già attuato nei possedimenti coloniali. Per non parlare della tragedia armena in cui il Comando militare tedesco, che tra il 1904 e il 1907 aveva accumulato una vasta “esperienza” in Africa con gli Herrero, fatti morire di fame e di sete, avvelenando i pozzi, ha fornito un supporto al suo alleato nel processo di distruzione messo in atto  dal regime turco.

La didattica deve sapere tenere conto delle successive rappresentazioni collettive, come parte di uno scontro fra sistemi e visioni diverse della politica, della cultura e della società, che influenza  dall’interno la storiografia, le scienze sociali, la psicologia, la teologia, l’arte e la letteratura.  Nel caso specifico degli Herrero, la loro tragedia  è stata identificata con il Rapporto Whitaker delle Nazioni Unite del 1985, come uno dei primi tentativi di genocidio, inteso come sterminio di un’intera popolazione, del XX secolo. Quanto alle altre potenze coloniali europee, solo per citare degli esempi, la dominazione belga in Congo ha fatto 10 milioni di vittime. Per non parlare delle corresponsabilità franco-belghe in anni recenti per quanto avvenuto in Ruanda. La dominazione britannica in Sudan tra il 1882 e il 1903 ha avuto come conseguenza la riduzione della popolazione da 9 a 3 milioni. Nella guerra di aggressione contro le popolazioni etiopi, le truppe italiane fecero uso di armi chimiche.

Un percorso di formazione specialistico deve sapersi confrontare con gli usi ideologici che di quella pagina tragica del Novecento sono stati fatti, con il racconto e la rappresentazione della storia e con le modalità di trasmissione della memoria collettiva.

Alla luce delle considerazioni svolte, gli sviluppi attuali dell’odio  antiebraico nel mondo arabo islamico non sono da considerarsi il mero prodotto del conflitto che ha tragicamente opposto per decenni le aspirazioni del movimento sionista a quelle del nazionalismo arabo. Sono anche e soprattutto il risultato di un processo storico più ampio e complesso, che ha radici nella cultura religiosa islamica e che investe dall’interno le narrazioni religiose e nazionaliste che hanno fatto da sfondo al crollo dell’Impero ottomano e alla fine del Califfato e che negli Anni Trenta ha visto una alleanza organica politica e ideologica tra importanti settori del nazionalismo arabo e islamico e le Potenze dell’Asse.

La didattica sulla Shoah, ha stentato a trovare in ambito accademico una sua definizione disciplinare e solo dagli anni ‘60, con la discussione pubblica avviata dal Processo Eichmann, ha progressivamente conquistato ambiti che dapprima erano rimasti ai margini o limitati ai contributi di eccezione. In particolare fra gli intellettuali esuli o reduci dai campi che in contrasto con i luoghi comuni dei primi decenni seguiti alla guerra furono in grado di confrontarsi con la frattura epocale che si era determinata con la tragedia dello sterminio. Per citarne alcuni che da angolature diverse hanno posto Auschwitz al centro della loro riflessione: Primo Levi, Paul Celan, Elie Wiesel, Vassily Grossman, per la letteratura e per la testimonianza; Adorno, Horkheimer, Marcuse, Gunther Anders e Arendt, tra gli esuli ebrei tedeschi in America.

Nonostante la quantità e la qualità scientifica dei lavori specialistici sull’argomento, la ricaduta che se ne ha nelle opere di più larga diffusione non è all’altezza della sfida. Le cerimonie commemorative e le dichiarazioni solenni, importanti e necessarie per tenere viva l’attenzione e la consapevolezza dei pericoli attuali, rischiano di diventare col tempo dei contenitori vuoti, se non sono accompagnati nelle sedi deputate (le scuole, le università e i media) da un approfondimento critico oltre che da una divulgazione che sia all’altezza della sfida.

Il Giorno della memoria: luci e ombre

Dopo essere stata “rimossa” o derubricata e ridimensionata a favore di letture meno allarmanti e consolatorie, che hanno in parte coinvolto anche il mondo ebraico, la memoria della Shoah è progressivamente assurta a mito di fondazione di quel che l’Europa e il mondo non avrebbero più voluto che si ripetesse.

Nella crisi che ha coinvolto le grandi narrazioni ideologiche del Novecento, la memoria della Shoah ha finito per riempire un vuoto identitario e di appartenenza, assumendo il valore di un paradigma. La tragedia è assurta a simbolo del male assoluto e a pietra di paragone di ogni evento ed è anche divenuta un terreno di scontro morale e culturale, oltre che politico.

In nome di una riparazione impossibile, agli Ebrei si è affidato il ruolo di custodi di un rito che la società fatica a fare proprio. In quanto tali, essi sono chiamati anche a essere tutori di quel rito. Si è venuta a creare una situazione nuova e complessa dalle molteplici sfaccettature, fatta di luci e ombre. Una situazione carica di ambiguità irrisolte e di potenziali pericoli. Se gli Ebrei non partecipano al rito o non lo “conducono” in prima persona, il rischio è che altri se ne approprino trasformandolo in un’arma puntata contro di loro. La società può illusoriamente pensare di liberarsi da un’immagine opprimente prendendone le distanze e riguadagnando così la falsa pace perduta.

Nel lungo periodo, la gestione del rito rischia di esporre gli Ebrei a nuove false accuse che hanno come sfondo la banalizzazione della memoria della Shoah, in nome di altre memorie: una forma di cannibalismo simbolico in cui alle vecchie accuse, si aggiunge quella di godere di una presunta rendita di posizione da cui altri popoli, con le loro sofferenze, sarebbero esclusi. Quanto più il rito è affidato agli Ebrei, tanto più la memoria della tragedia rischia di appartenere solo a loro. Poco importa se la data scelta del 27 gennaio, è una data simbolo per tutti. Se gli Ebrei rinunciano, il rito può essere assunto da altri anche contro di loro, per esempio rovesciando, in nome della Shoah, l’accusa di perpetrare su altri popoli quelle stesse sofferenze che essi hanno un tempo ingiustamente subito: “Come è accaduto che un popolo che ha tanto sofferto ripeta coi Palestinesi ciò che ha subito ad opera dei Tedeschi?”. La domanda puntualmente arriva dopo un dibattito, o la proiezione di un filmato con il povero testimone nella scomoda posizione di doversi “giustificare”.

In un convegno di due decenni presso la Facoltà di Lettere di Roma Tre, si arrivò alla decisione di vietare domande che non fossero in tema. La decisione era il segno di un disagio che metteva gli organizzatori nella scomoda posizione di limitare il diritto di parola. Ben altra avrebbe dovuto essere la risposta. Essendo i temi fra loro intrecciati occorreva entrare nel merito dei problemi, mettendo a fuoco  le derive  di un dibattito e le parole malate che facevano da sfondo allo sviluppo di un antisemitismo “nuovo”, che  proietta sulla realtà di uno Stato e di una nazione le immagini demoniache che un tempo erano rivolte agli ebrei.  “Come mai”, chiesi ad uno che dal pubblico riproponeva molti dei luoghi comuni del conflitto mediorientale,  “quando si parla di Israele  le persone  tendono a chiedere  con falsa innocenza, come abbiano fatto le vittime di ieri a trasformarsi in ‘carnefici’, mentre tale domanda non si fa mai per gli altri? Come mai le stesse persone che si sbracciano per la presunta trasformazione delle vittime in “carnefici”, quando si parla del terrorismo di matrice nazionalista e islamista arabo e palestinese   tendono al contrario a “comprendere” e a derubricare, o peggio a giustificare in nome di ingiustizie storiche subite?”Non sarà questo modo di argomentare la spia di un’ambivalenza irrisolta nel rapporto con l’ebraismo che trasforma gli ebrei in simboli di un discorso altrui e oggetti di proiezioni che negano la realtà concreta della loro esistenza?”. “Se da un  lato”, aggiunsi, gli Ebrei sono arbitrariamente e falsamente accusati di avere tradito una storia, mentre dall’altro si arriva a giustificare il terrorismo in nome delle ingiustizie subite, non sarà questo un problema che sta a monte della discussione e che andrebbe indagato e sviscerato? Non sarà da qui che dovremmo cominciare, se vogliamo curare le parole malate e costruire un’autentica cultura del dialogo finalizzata a creare le condizioni per un composizione morale e politica dei conflitti?”

L’estetismo ipocrita può giustificare per una parte il male compiuto con la memoria della sofferenza patita. Con gli ebrei procede in un modo opposto. Lo si è visto in modo ignobile con il terrorismo suicida antiisraeliano prima che le città europee cominciassero tragicamente a vivere la stessa esperienza.  Non sarà questo un problema politico oltre che morale, che chiama in causa i codici stessi con cui è letta la realtà? In questa perversa logica, l’andamento della crisi mediorientale fissa i tempi, le forme e la virulenza di un dibattito che sta a monte e che con l’acutizzarsi della crisi mediorientale può assumere  un carattere virulento, al punto che le istituzioni ebraiche, che predispongono l’invio dei testimoni per lo svolgimento del rito, hanno preso la sana abitudine di affiancare il testimone con un giovane preparato a rispondere su questi temi. Il testimone tornato dall’inferno può parlare solo ed esclusivamente dell’inferno. L’esperto di politica può invece rispondere sul resto, entrando con ciò nel merito delle storture prodotte dalla disinformazione  e dalla non conoscenza.

Un aspetto surreale di questa pratica si è visto nelle celebrazioni per il 25 aprile a Roma, in cui chi partecipa al corteo al seguito delle insegne della Brigata ebraica (che ha partecipato alla liberazione del nostro Paese), si trova nella necessità di doversi difendere e proteggere dagli attacchi e dagli insulti di chi porta le insegne di movimenti che per ragioni ideologiche e politiche, nel corso del Secondo conflitto mondiale erano schierati con le  Potenze dell’Asse (si pensi all’alleanza organica del Muftì di Gerusalemme con il fascismo e il nazismo).  Se invece gli Ebrei assolvono al rito, in cambio dei “vantaggi” che derivano dal ruolo di “sacerdoti” a cui sono chiamati, il rito stesso rischia di essere svuotato, finendo per appartenere solo a loro. Il “rito” è salvo ma non per sempre. Il pericolo è solo momentaneamente allontanato, con gli Ebrei nella scomoda posizione di doversi confrontare con un duplice ricatto: l’obbligo di ricordare perché gli altri dimenticano unito all’accusa di costringere gli altri in una posizione di colpa perenne. Una forma più subdola di  questa forma di cannibalismo simbolico può essere l’invito agli ebrei di rifuggire da tentazioni particolariste che assolutizzano la Shoah a discapito di altre tragedie col risultato di provocare  dei cortocircuiti indesiderati, di cui sarebbero in questo caso loro stessi responsabili. Nelle sue formulazioni brutali l’invito può trasformarsi in una accusa generalizzata contro una presunta pretesa degli ebrei di ricordare esclusivamente i propri morti, di ricordar non i giusti in generale, ma  solo quelli che hanno salvato gli ebrei. Non è difficile cogliere in questa falsa e perversa accusa il riemergere di fantasmi antichi e virulenti dell’antisemitismo preconciliare e del marcionismo.

La scelta dei giusti operata da Yad Vashem ha tra i suoi pilastri teologici e culturali di riferimento il dialogo biblico di Abramo con la Divinità con il suo possente rifiuto dell’idea di una colpa collettiva. “I giusti delle nazioni”  hanno salvato degli ebrei in condizioni particolarmente estreme, a rischio della vita propria e dei famigliari, hanno riaffermato  con il loro gesto l’idea che l’umanità è una ed i popoli che la compongono un insieme di famiglie affratellate, in cui nessuno per dirla con il Midrash potrebbe dire mio padre è meglio del tuo”.

Al popolo ebraico devastato diceva di non perdere la fiducia nella speranza che per secoli lo ha tenuto in vita. Agli  israeliani usciti vittoriosi, dopo una spaventosa  guerra di distruzione subita appena cinque anni dopo la Shoah, il richiamo ai giusti fra le nazioni era un esplicito appello a mantenere vive le frontiere dello spirito, e a mantenere viva, nonostante tutto, la speranza in un futuro diverso con i vicini e con il mondo, per sé e per i figli. Un appello di pace in cui universalismo e specificità sono fra loro legati, alimentandosi a vicenda.  Il nazismo intendeva riplasmare l’intera società umana sulla base di una base classificazione folle, in cui gli ebrei erano l’archetipo del male da distruggere e annientare non solo fisicamente, ma in ogni forma simbolica. Tutto ciò che nel delirio nazista era considerato ebraico, dalla scienza all’arte e ad ogni altro aspetto della vita sociale doveva essere  violentemente estirpato: la democrazia, il valore della vita umana, la libertà e con esse i valori fondanti su cui poggia la convivenza umana.  Come ha mostrato Hilberg, il progetto di distruzione è avvenuto per fasi. Ciascuna fase ha reso possibile quella successiva. Non averlo pienamente compreso è stata una grave responsabilità. La storia non si fa con i se. Ma è importante per lo sviluppo del senso critico, poter immaginare come sarebbero potute andare diversamente andare le cose, se si fossero fatte alcune scelte piuttosto che altre. Per esempio   se i comunisti non avessero considerato i socialdemocratici peggio dei nazisti, Hitler avrebbe potuto essere fermato in tempo. Se le democrazie occidentale non avessero capitolato a Monaco, la macchina di distruzione nazista avrebbe potuto essere in parte fermata. Se l’Unione Sovietica non avesse siglato il patto Molotov-Rippentrop,  con cui i due paesi si erano spartiti la Polonia, aprendo la strada all’aggressione nazista contro la Francia, un elemento importante della concatenazione degli eventi che portarono alla guerra sarebbe stato in parte bloccato. Se nel 1944 quando l’intero ebraismo ungherese era mortalmente in pericolo, gli Alleati  avessero bombardato le strade ferrate che portavano ad Auschwitz, 400.000 ebrei avrebbero potuto essere salvati…

La politica dello sterminio si è sviluppata per fasi. Giunti al potere, i nazisti hanno messo in opera la seconda e poi la terza fase: la definizione di chi era ebreo e la sua riduzione alla condizione di paria sociale. Con lo scoppio della guerra e la violenta conquista di vasti territori dell’Europa orientale con una folta presenza ebraica si è passati alla quarta fase. La demonizzazione si è nutrita di un odio religioso e culturale coltivato per secoli, ampiamente diffuso in ogni strato della società europea.

Dopo Auschwitz l’antisemitismo può esprimersi in modo apparentemente rispettabile solo se prende di mira gli ebrei come Stato, demonizzando Israele e deformando la tragedia di un conflitto che ha ormai un secolo, sino a renderlo irriconoscibile. Il cerchio del nuovo antisemitismo si chiude con l’accusa rivolta agli Ebrei di voler fissare gli altri popoli in un sentimento di colpa perenne per acquisire “privilegi” e coprire le “colpe” di Israele.

La memoria coinvolge le passioni e il pensiero della gente, è fatta di ricordi personali, di storie famigliari. È una cosa ben diversa dalla storia insegnata. Man mano che l’evento si allontana e il rito si svuota, come si è svuotato quello della Resistenza in Italia che aveva il vantaggio di essere una memoria condivisa da tutto l’arco costituzionale, il rischio è che chi non si riconosce nei valori della società occidentale, o peggio è in aperto contrasto con essa, possa identificare gli Ebrei con i mali di questa società.

L’odio per Hollywood diventa una fonte di irritazione per la memoria di Auschwitz. L’odio per la civiltà occidentale e per il potere americano si trasforma in odio contro Israele. Poco importa che Israele sia un paese piccolo circondato sin dalla sua costituzione da paesi ostili e da sempre esposto alla minaccia di una distruzione.

In ambito psicoanalitico, dopo le ricerche pionieristiche di Bettelheim (1976) e gli studi sulla cripta di A. Torok (1993), sulla scia degli sviluppi della ricerca sulla testimonianza, si è assistito a una ripresa di interesse della tematica della trasmissione del trauma e dei processi di elaborazione del lutto che avevano ispirato le ultime opere di Freud, in particolare i tre tormentati saggi sul Mosè. Sulla scia del dibattito che si è aperto con il Processo Eichmann, in ambito sociale e filosofico si è assistito a una ripresa di interesse sul tema del male e della scelta. Più recentemente gli approcci storiografici hanno riposto una attenzione maggiore alla dimensione giuridica e psicologico sociale. Le ricerche sperimentali condotte da Stanley Milgram sui meccanismi dell’obbedienza gettavano una luce nuova e inquietante sui meccanismi che possono fare da sfondo alla realizzazione di un progetto di sterminio. Spostando la riflessione dal tema dell’aggressività a quello dell’obbedienza, Milgram metteva in luce il ruolo che ha l’unità cognitiva di un processo per la consapevolezza dei pericoli e il ruolo svolto dalla delega nel processo di sdoppiamento delle funzioni del Super-io, con la conseguente necessità sul piano della prevenzione e della difesa dell’ordinamento democratico, di inerire norme e vincoli che rafforzino nelle persone la capacità di resistere a ordini ingiusti e immorali). Gli esperimenti di Milgram, fortemente criticati per il trauma arrecato a chi vi aveva partecipato, hanno aperto la strada a una riflessione più matura sui pericoli insiti nella società contemporanea per la crescente frammentazione delle funzioni svolte sul lavoro e in ogni ambito professionale.

Conclusione

 L’istituzionalizzazione del “Giorno della Memoria” ha trovato le scuole impreparate e gli insegnanti di fronte a difficoltà cumulative che non potevano essere risolte d’incanto, tanto più che il ritardo coinvolgeva lo stesso mondo accademico. La sfida della didattica, meritevolmente raccolta dal corpo docente, si è dovuta confrontare con la necessità di superamento dei confini arbitrariamente stabiliti fra i diversi ambiti disciplinari. Indicando un modo nuovo di fare didattica che avrebbe avuto implicazioni per ogni ambito disciplinare, mostrando in molti casi il carattere arbitrario e la funzionalità alla riproduzione degli equilibri di potere interni alle università, più che al progresso effettivo della ricerca e del sapere.

È stata questa una delle ragioni per cui quando nell’anno accademico 2005-2006 è stato istituito a Roma Tre il “Master internazionale di II livello per la didattica della Shoah”, il primo interrogativo che ci siamo posti tentando una prima risposta, era come superare queste false antinomie, coinvolgendo studiosi di discipline diverse, in una sfida condivisa, che metteva in discussione i rigidi steccati che separano fra loro le singole discipline insegnate all’università. Lavorando insieme a un progetto didattico, gli psicologi hanno toccato con mano il pericolo di una lettura “puramente” psicologica di problemi che chiamano in causa le dimensioni sociali e storiche dell’appartenenza. Allo stesso modo gli storici comprendevano dall’interno l’unilateralità di un approccio che non tenesse conto delle dimensioni sociali, religiose e psicologiche dei problemi.

In questa prospettiva anche gli iscritti al Master, che nella prima annata erano in larga parte studiosi alla ricerca di un riconoscimento istituzionale di un percorso di studi e di sperimentazione didattica che li aveva accompagnati per anni, avrebbero dovuto appartenere a specializzazioni diverse, nella convinzione che il differente curriculum, al di là delle difficoltà iniziali per la mancanza di conoscenze storiche di base (da colmare rapidamente con la lettura obbligatoria di alcune opere fondamentali sull’argomento, in particolare quelle di Hilberg , Bauer e Bauman, avrebbe rappresentato per i docenti e per il funzionamento del gruppo classe un valore aggiunto, con ricadute inestimabili sulla didattica nella scuola. La scelta di tre autori così diversi non solo è un invito a famigliarizzarsi sin dagli inizi con una complessità e varietà di approcci che non ha pari, ma anche un invito ad approfondirne le matrici e le genealogie culturali. In questa prospettiva i diversi approcci storiografici, come per le altre discipline, possono essere studiati nel loro divenire, diventare essi stessi argomento di ricerca storiografica. Uno dei moduli proposti è la storia della storiografia della Shoah. Un intero corso su cui sto lavorando è la storia stessa della memoria e delle sue rappresentazioni.

Per fare degli esempi concreti, basta pensare alle ricadute che sull’insegnamento nelle scuole della storia della medicina e della biologia. Il discorso potrebbe essere esteso ad altre discipline apparentemente lontane come l’alimentazione, l’attività sportiva e le discipline farmaceutiche. In questa prospettiva, nessun ambito disciplinare potrebbe realmente considerarsi fuori dalle commemorazioni del Giorno della Memoria. A sostegno di questo modo di fare didattica, gli studenti del Master sono stati coinvolti in percorsi di formazione per le scuole che hanno riguardato oltre un migliaio di ragazzi di seconda e terza media delle Regioni Toscana, Lazio e Piemonte, con un test d’ingresso e uno di uscita per la valutazione delle competenze acquisite, che ha coinvolto per la prima volta in Italia anche studenti di origine magrebina e di religione islamica, assumendo una sicura e positiva valenza interculturale e interreligiosa, nel rispetto delle culture di origine e della sensibilità degli studenti e delle famiglie.

Nella convinzione che solo facendo tesoro dell’esperienza di altri Paesi europei, evitando di ripeterne gli errori, si può vincere la sfida posta dai cambiamenti demografici e culturali che hanno investito il nostro Paese[2]. Ricordo ancora come fosse oggi, il disagio dei funzionari ministeriali e delle direzioni scolastiche con cui avevo avviato il primo contatto, preoccupati per la forte presenza “islamica” in alcune delle scuole scelte. “Non sarebbe meglio avviare” per quelle scuole “un progetto interculturale”, mi disse preoccupata una funzionaria di una delle direzioni scolastiche regionali coinvolte? “E che cosa c’è di più interculturale”, le risposi con tatto e facendo di tutto per non ferirla e per tranquillizzarla, “di una sfida che ha come obiettivo la costruzione di un sentimento di cittadinanza condivisa?” “Non è forse questo”, aggiunsi, “uno degli obiettivi fondamentali che la scuola dovrebbe darsi per favorire l’integrazione culturale degli studenti di ogni credo e di ogni provenienza?  Sarebbe tragico che per una malintesa preoccupazione di non toccare la suscettibilità di famiglie dove vi è una forte presenza di pregiudizi antiebraici collegati di matrice islamica, si debba fare marcia indietro su un tema che coinvolge in modo profondo la costruzione di valori di cittadinanza condivisa. L’Italia ha la fortuna di poter affrontare il problema, facendo tesoro delle esperienze di altri Paesi europei, evitando di ripeterne gli errori”. Non del tutto convinta la funzionaria si fece carico di organizzare gli incontri e alla fine si appassionò al progetto, seguendone le tappe e gli sviluppi, non solo per una verifica di quel che facevamo, ma anche per il tema che aveva finito per coinvolgerla.

Il progetto è stato portato avanti con successo coinvolgendo nel suo insieme oltre mille studenti delle scuole medie (della seconda e terza classe). I risultati della ricerca sono stati presentati in tre distinti momenti: al Liceo Visconti di Roma e presso la Direzione scolastica di Firenze nel 2007, in occasione della Fiera del Libro di Torino nel 2008[3] . Pubblicamente discussi con la partecipazione di un folto pubblico di operatori e di studenti, tali risultati possono essere considerati un esempio di migliori pratiche di didattica della Shoah a livello interculturale.

 

 

* David Meghnagi è Professore di Psicologia Clinica, Psicologia dinamica e Psicologia presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre, ideatore e direttore del Master internazionale di secondo livello in Didattica della Shoah presso l’Ateneo di Roma Tre, docente di Psicologia della Religione e di Pensiero Ebraico al Master Internazionale in Scienza della Religione di Roma Tre.

 

Riferimenti bibliografici

 

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[1] Una versione più ampia di questo saggio,  corredata dai riferimenti bibliografici, è apparsa in Trauma and Memory, dicembre 2020. Cfr. http://www.eupsycho.com/index.php/TM/article/view/354

 

[2] Il progetto “Adotta un ricordo” è stato da me ideato e realizzato insieme a Claudia Hassan  (docente presso l’Università di Tor Vergata), nel cotesto dell’Università di Roma Tre in collaborazione con l’Associazione Europa Ricerca, con il contributo delle direzioni scolastiche delle Regioni Lazio, Piemonte e Toscana e del Comune di Roma.

[3] Per non dimenticare la Shoah… la testimonianza di Liliana Segre, Incontro con gli studenti delle scuole secondarie di II grado, Fiera del Libro di Torino, 12 maggio 2008. Interventi di F. De Sanctis (direttore ufficio scolastico regionale del Piemonte), Colombo (deputato), M. Palmizio (senatore). Presentazione dei risultati: C. Hassan (Università di “Tor Vergata”). Conclusioni di D. Meghnagi (Università Roma Tre).