Perché un giornale come Haaretz è così ossessionato da Israele?

Opinioni

di Angelo Pezzana

La domanda scomoda: Haaretz…

Una prima pagina di Haaretz
Una prima pagina di Haaretz

Tra i quotidiani israeliani che leggo ogni giorno, non manca mai Haaretz, che alcuni critici particolarmente ostili definiscono “giornale arabo scritto in ebraico”: una definizione che, al di là dell’ironia, ne sottolinea abbastanza bene la tendenza ideologica. Infatti non è soltanto un giornale dell’opposizione, come potrebbe esserlo, per esempio, Yediot Haaronot, il più diffuso fra quelli in vendita, mai tenero nei confronti delle varie politiche governative, ma con una redazione con posizioni variegate.

No, Haaretz evidenzia la parte palestinese, ne difende le ragioni, evitando con cura qualunque tematica che possa mettere in discussione la politica dell’Autorità palestinese. Questo avviene su molti livelli, dalla cronaca alle analisi, ogni accadimento è utile per interpretarlo in funzione critica verso Israele. Haaretz, da un punto di vista giornalistico, è fatto molto bene: in modo particolare le pagine culturali sono di ottimo livello. Quello che colpisce il lettore, diciamo non a priori critico verso il proprio Paese, è questa specie di tutela verso tutto ciò che riguarda il conflitto con i palestinesi, che Haaretz si è assunta e che distingue ogni pagina del quotidiano, includendo, con una meticolosità costante, tutte le notizie che possono mettere in cattiva luce la società israeliana nel suo insieme.
Prendo a caso alcuni titoli.
“Quasi il 20% dei giovani russi arrivati in Israele negli anni ’90 se ne sono andati via” (10 maggio 2017, a piena pagina, sotto la testata). Non metto in dubbio la verità statistica citata, ma che bisogno c’era di pubblicarla in quella evidenza? Stessa data, stessa prima pagina, con il titolo “Graffiti spray anti-arabi a Gerusalemme Est e Galilea”, con una grande fotografia che illustra il pezzo. In prima pagina una scritta su un muro? Stessa data, a pagina 2, titolo a mezza pagina: “Sparare a un giovane palestinese armato di un coltello a Gerusalemme non era necessario, dice una testimone”. Occorreva leggere il pezzo per sapere che un poliziotto stava per essere accoltellato.
“Come gli arabi fecero fiorire il deserto di Israele più di 1.500 anni fa” (7 maggio 2017, prima pagina, con foto, in basso a destra). Ma allora anche gli arabi sanno come si può fa fiorire il deserto, mica solo gli ebrei, viene da pensare.
“Mio padre è un terrorista come Mandela” (5 maggio 2017, piena pagina) Gideon Levy presenta il figlio di Marwan Barghouti – cinque ergastoli per i crimini commessi – come un attivista di Fatah in prigione, paragonandolo a Nelson Mandela, che di crimini non ne aveva mai commessi, ma lottava contro l’apartheid in Sud Africa. L’equazione è evidente: Israele è come il Sud Africa se Barghouti è come Mandela.
La rassegna potrebbe continuare all’infinito, le citazioni meritevoli di segnalazione sono pressoché presenti ogni giorno in quasi tutte le pagine del quotidiano. E gli esempi che ho citato sono tra i meno gravi.
Perché questa ossessione? Certo non per aumentare le vendite, Haaretz è tra i meno diffusi.
L’edizione ridotta – ovviamente in inglese – viene venduta all’interno del New York Times, il che ne facilita la lettura a un pubblico internazionale. Ma è sufficiente per spiegare una scelta così assoluta?

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