Boicottaggio di Israele: botta e risposta fra accademici

Opinioni

di Davide Foa

Da sinistra Glen Weyl e Steven Levitsky
Da sinistra Glen Weyl e Steven Levitsky

Siamo sionisti da una vita. Per questo abbiamo scelto di boicottare Israele”. Così si intitola un articolo apparso qualche giorno fa sul Washington Post, scritto da Steven Levitsky e Glen Weyl, il primo professore ad Harvard, il secondo assistente all’Università di Chicago.

“Dobbiamo fare i conti con la realtà”, scrivono i due accademici, “come possiamo continuare a stringerci attorno a uno Stato che nega permanentemente i diritti fondamentali ad un altro popolo?”

Paragonando il caso israeliano a quello della Rhodesia e del Sudafrica, Levistsky e Weyl definiscono Israele uno stato di apartheid e scrivono che “ la permanente sottomissione dei palestinesi porterà inevitabilmente ad un isolamento di Israele dalle democrazie occidentali.” Muovono dunque una forte critica alle politiche dei governi israeliani che hanno permesso lo sviluppo di un’occupazione permanente di territori, dove la crescita dei coloni e degli ultra-ortodossi ha favorito “lo sciovinismo ebraico e promosso l’alienazione della crescente popolazione araba.”

I due affermano inoltre di aver supportato per molti anni Israele e i suoi governi, anche quelli con cui non si trovavano d’accordo; oggi però, ritengono che senza pressioni esterne Israele non cambierà le proprie posizioni anti-democratiche.

Per questo, Levistsky e Weyl hanno scelto di boicottare tutta l’economia israeliana. “Finché Israele non si impegnerà in un serio processo di pace che possa o stabilire un indipendente stato palestinese o garantire una piena cittadinanza democratica ai palestinesi, noi non potremo continuare a sovvenzionare dei governi le cui azioni minacciano la sopravvivenza di Israele”.  Insomma, un boicottaggio tutto particolare che, a loro modo di vedere, è mosso “dall’amore per Israele e dal desiderio di salvarlo”.

handelAppena una settimana dopo l’uscita del loro articolo, è arrivata la pronta risposta del giornalista israeliano Yoaz Hendel direttamente su Ynet. Ai due accademici, che vedono nelle occupazioni e nelle colonie il principale ostacolo alla pace, Hendel risponde che queste sono nate dopo il 1967 e dunque non possono essere l’unico motivo di un “conflitto nazionale e religioso di più lunga data”. Tant’è che la stessa OLP nacque nel 1964 , tre anni prima delle zone occupate.

Vedendo nelle parole dei due americani una visione di Israele per molti aspetti utopistica, che vorrebbe uno stato assolutamente democratico, Hendel scrive: “benedetti i sognatori che siedono lontano dalla portata dei coltelli palestinesi, lontano dai razzi aumentati da Hamas dopo l’uscita di Israele da Gaza, lontano da paesi disintegrati e da musulmani che massacrano i loro correligionari.”

Secondo il giornalista israeliano, i due accademici americani partono da presupposti sbagliati quando sostengono che Israele sia nata in seguito alle persecuzioni ebraiche in Europa; “il desiderio di essere persone libere nella nostra nazione, come ha scritto Naftali Herz Imber nel 1878, non ha niente a che vedere con alcun disastro, neanche con i pogrom scoppiati tre anni dopo in Russia.”

Il sogno democratico di Levitsky e Weyl deve inoltre fare i conti, secondo Hendel, con la Dichiarazione d’Indipendenza israeliana, dove non compare alcun cenno alla democrazia, al massimo si parla di valori liberali.

Hendel invita quindi i due americani a visitare Israele, da loro definito stato di apartheid. “ Venite a visitarci- siete invitati anche se ci boicottate. Venite a vedere cosa succede negli ospedali dove le troupe di medici e i malati sono un mix di arabi e ebrei (…). Guardate con i vostri occhi se c’è una separazione religiosa e razziale in Israele”.

Se la vostra decisione è di boicottarci, fatelo. Abbiamo conosciuto nemici peggiori. Però non chiamatelo Sionismo”.

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