Accoglieremmo i nostri Fratelli d’Israele ?

Opinioni

Guido Ceronetti
Guido Ceronetti

Una riflessione di Guido Ceronetti sull’antisemitismo

Israele nella sua interezza è stato ferito a morte dai demoni della nazione tedesca; frau Merkel lucidamente lo sa e se ne cruccia; l’Europa dell’Unione no; l’America di Obama neppure; la Francia antidreyfusarda incurabile no. L’eccezionale vittoria dei Sei giorni opera di straordinari strateghi ne ha indossata la mortalità. L’atomica di Dimona fu una vocazione a una morte suicida lontana. Ci vogliono, come una rana esopica, far ingoiare un miliardo di maleamati Africani, ma una Europa molto più razionale che si preoccupi del suo sempre attuale problema ebraico di vita e di morte lo ha rimosso, non ci riguarda. Qualche buco bisognerà che lo lasciamo libero per i nostri fratelli ebrei di Israele se saranno costretti a tornare alle nazioni d’origine e a quell’America ipnotizzata da Putin e dovremmo dare uno spazio dove rifondare l’Erez perché i loro ragazzi caparbi e votati militarmente possano rifondare una patria da Dan a Beersheba. È impossibile che tutti vogliano morire per la pianura delle moschee o dar fuoco alle micce di Dimona. Dirà la futura archeologia: qui un piccolo popolo sperimentò le più ardite utopie dei secoli moderni, la comunità kibbutzista, una libera società socialista. Qui ripetiamo, dirà triste l’archeologo alzando gli occhi dai manoscritti del Mar Morto, come l’odio più selvaggio e frenetico di tutto questo sogno ha soffocato il respiro.

E, più degno di rimpianto, l’intreccio delle relazioni tra generazioni di una cultura coranica lievitante, in grado di rompere l’uniformità immobile del pensiero islamico per intraprendere insieme all’eterno pensiero biblico un irresistibile moto di ricerca di Dio comune. L’Europa d’oggi è una tana enorme di antisemiti che s’ignorano o si mascherano. Quando si trattasse di accogliere i nostri fratelli israeliani profughi le porte spontaneamente aperte sarebbero poche; le molte cristiane e atee chiuse farebbero il ripugnante gesto della quenelle di Dieudonné.

I preti si affannano per accogliere islamici da tutta l’Africa, ma non so quanti parroci e vescovi per il con-troesodo degli Ebrei che scegliessero la via della nuova Golah si muoverebbero. Nello stesso tempo non ci sarebbe nessun ritorno a una Palestina indipendente come predicano i nostri intellettuali: non ci sarebbe che un immenso vuoto. Israele di cento anni dopo insediato dalla fine del secolo XIX e l’entità Palestina sono due siamesi: se li separi li uccidi: Intendersi o morire. Gaza di Hamas esulterebbe, forse, Teheran avrebbe raggiunto il fine insensato di Khomeini, ma Gerusalemme non pullulerebbe che di focolari spenti, di fornelli con ragnatele. Léon Poliakov al termine della sua storia dell’antisemitismo, scriveva che stanco di rappresentare il destino umano, Israele si era cercato un angolo nella terra delle lontane origini per tirarsi fuori dagli orrori e dagli inesorabili abissi della storia. Ma non poteva essere così per un popolo destinato proprio a rappresentare carnalmente e spiritualmente il destino umano e al di là di questo di essere un’idea trascendente dell’Essere. Il popolo palestinese senza più accanto Israele, (“il resto d’Isai” ) maledirebbe i suscitatori d’odio che li hanno spinti alle Intifade e creato abissi d’odio dove avrebbe dovuto fiorire l’amore. Dovremmo essere come Europa e Italia protettori costanti di Israele; ma li proteggeremmo davvero o li ghettizzeremmo di nuovo? Vedendo l’esercito nostro sorvegliare le porte delle sinagoghe mentre vanno o escono da scuola frotte di scolari uguali a quelle di tutto il mondo, mi riempio di tristezza e di angoscia. Quando finirà questa umiliazione alla civiltà inferta dall’antisemitismo, come possiamo accettarla? Facciamo che il crimine (Deus avertat) venga a verificarsi; che la testa di Medusa si fissi su una di quelle porte dove sono scritte lettere in una lingua arcana uscita cento anni fa da un lunghissimo sonno, lettere d’ombra e di lamento, quante voci di genitori cristiani e islamici si unirebbero per cacciare fuori quei poveri bambini ebrei anziché accoglierne altri da oltremare? L’Intifada dei coltelli non perseguiterebbe l’Israeliano che risbarcasse sulla sponda nord del Mediterraneo? Di più enigmatico, di più incendiario dell’antisemitismo non c’è al mondo nessun altro veleno. Arriva e coglie dovunque… Ebrei, campanella di lebbrosi… Dappertutto, inguaribile Europa. Ci pensiamo in Europa a non digrignare miserabilmente i denti, a non ricalcitrare oscenamente all’idea di un controesodo ebraico prima che il quadratino dell’Erez sia regolato da un silenzio spaventoso dove ora è il deserto fecondato e là invisibilmente si rialzi per nuove guerre senza fine la testa orrenda del Leviatano?

La Repubblica, 4 novembre 2015