Rabin e quel clima d’odio che lo circonda(va)

Opinioni

di Davide Foa

haber
Eitan Haber

Si chiama Eitan Haber, di professione fa il giornalista, ed è stato probabilmente il più grande collaboratore, o meglio “uomo dietro le quinte”, di Yitzhak Rabin.

Oltre a scrivere molti dei discorsi del primo ministro, Haber organizzò visite ufficiali di Rabin all’estero e prese parte ai negoziati segreti con la Giordania, che portarono alla firma dello storico accordo nel 1994.

Non a caso, fu proprio Haber a trasmettere l’annuncio del governo in quella tragica notte del 4 novembre 1995, in cui si affermava “con sgomento, grande tristezza e profondo dolore, la morte del primo ministro e ministro della difesa Yitzhak Rabin, ucciso da un assassino (…)”.

Oggi, a vent’anni dall’assassinio, tramite Ynet il giornalista israeliano ammette di non aver fatto abbastanza, ai tempi, per fermare l’odio e le false informazioni che gravitavano intorno a Rabin.

“Una silenziosa e gradevole isola in un mare tempestoso”, così Haber descrive la situazione in cui lui, capoufficio, e gli altri dipendenti della segretaria di Rabin si trovavano a lavorare. Riparati da un ambiente sicuro, non riuscirono a percepire il clima d’odio e le proteste echeggianti contro la politica di Rabin.

Parecchie minacce arrivarono per posta: scatole di scarpe con gatti morti dentro, simboli nazisti e tanto altro. Queste non furono visti da Rabin, a cui semmai venivano riferite.

D’altra parte, il primo ministro dimostrò più volte, come ricorda Haber, di voler fronteggiare i propri oppositori; una volta, per esempio, protestò contro la decisione del corpo di sicurezza di farlo uscire dal retro dell’Hotel Hilton: “insistette per lasciare l’albergo dalla porta principale, di fronte ai contestatori che bruciavano di rabbia.”

Secondo Haber, Rabin trasmise il suo atteggiamento impavido ai suoi collaboratori; in questo modo, si creò un clima di ingiustificata tranquillità, che impedì l’adozione delle necessarie misure di sicurezza.“Abbiamo acquisito lo spirito del comandante”, racconta il giornalista che poi ammette: “è stata colpa nostra.”

Così, gli impiegati dell’ufficio di Rabin, tra cui si mette anche Haber, non si resero conto della pericolosità e del successo che stava guadagnando la campagna diffamatoria contro il primo ministro; giravano notizie e informazioni false, ma capaci di “fissare fermamente dei fatti distorti nelle menti delle persone”.

Per esempio, si diffuse l’idea che gli accordi di Oslo prevedevano la divisione della terra d’Israele, quando in realtà nell’accordo non si fece mai riferimento ad uno “Stato palestinese”.

Oppure, si diceva che il governo israeliano rifornisse i palestinesi di fucili. “Falso. (…) Israele domandò- e ricevette- un elenco del numero di fucili arrivati presso l’Autorità Palestinese non per il tramite del governo.”

Questi sono solo alcuni esempi delle tante notizie false che, secondo Hebert, si sono imposte “nel cuore di un largo pubblico, che ancora crede a queste false dichiarazioni e slogan.”

L’assassinio di Rabin non va dunque considerato come un episodio imprevedibile, lontano dalla realtà, tutt’altro; senza quel clima di falsità e odio, che Haber sente di non aver fermato, probabilmente Amir non avrebbe premuto il grilletto.

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