La Statua de Rambam nella Juderia di Cordoba

Le corone della Torà: il mito e il senso della “discussione” nell’ebraismo. Conservare la rivelazione, espanderne il valore

Libri

di Ugo Volli

[Scintille. Letture e riletture] Ogni cultura ha le sue forme caratteristiche di espressione: la tragedia e la filosofia per la Grecia antica, il romanzo per l’Europa moderna, le liriche sull’istante (haiku) per il Giappone classico e così via. La cultura ebraica, almeno a partire dalla Mishnà (ma ce ne sono tracce anche prima) ha scelto due forme correlative: il commento e la discussione. La discussione è la forma caratteristica del Talmud, ma il suo contenuto è in sostanza un commento alla Torà. Anche i testi mistici più innovativi e sconvolgenti, come lo Zohar, hanno la forma del commento.

Alcuni dei più grandi pensatori ebraici, come Rashi, Ramban (il Nachmanide) e perfino Maimonide, hanno scritto soprattutto o quasi solo commentari, spesso in discussione fra loro. La ragione ovvia della scelta del commento è la volontà di essere fedeli alle proprie radici storiche, culturali e religiose, e insieme la necessità di adeguare il loro dettato alle mutate circostanze, non solo nel senso di estendere la Legge a situazioni e oggetti che non esistevano ai tempi della sua rivelazione, ma anche di rispondere alle sfide intellettuali, religiose e culturali del mondo circostante.

Nella dialettica del commento vi è dunque un movimento di conservazione e uno di espansione.

Il primo si traduce nel letteralismo di un’ermeneutica che punta soprattutto a chiarire, a spiegare, a risolvere le oscurità. Il secondo movimento porta a estendere i contenuti del testo commentato, a fargli dire cose che non c’erano (o almeno che nessuno si è accorto che ci fossero). In questo caso vi è sempre un rischio di estendere arbitrariamente il senso, o addirittura di falsificarlo. Di qui la necessità di regole per l’interpretazione e della discussione per precisarla, delimitarla, eventualmente rifiutarla.

Notevole parte del pensiero ebraico si muove in questo perimetro dell’interpretazione e delle sue regole, che spesso si radicalizza come il problema del rapporto fra linguaggio e mondo, o addirittura fra alfabeto e creazione. Un libro recente di Massimo Giuliani, Le corone della Torà (Giuntina), inquadra con grande maestria e intelligenza questo tema, in tutte le sue sfaccettature. Le corone di cui si parla nel titolo sono quelle che, in un notissimo aneddoto talmudico (Menachot 29b) Mosé vede Dio disegnare sopra le lettere della Torà; gliene chiede la ragione, gli viene risposto che qualcuno ci farà sopra delle sottili interpretazioni; anzi Mosè stesso viene mandato a sentire la lezione dell’interprete, che è il grande Rabbi Akivà; e poi però assiste anche al suo destino di straziante martirio.

Queste decorazioni non servono dunque solo a fare onore al testo sacro, ma anche a mostrarci il percorso storico di arricchimento che esso seguirà nel tempo, sia pure in mezzo alle persecuzioni. Alludono inoltre al carattere plurale, dialettico e insieme regolato del lavoro interpretativo. Giuliani ci parla poi del metodo di Rashì, delle regole ermeneutiche del Talmud che finiscono perfino fra le preghiere quotidiane, della lettura “critica” della Torà e degli episodi in cui essa stessa contiene interpretazioni, per esempio di sogni – e ancora di storytelling, di midrash, della “stratigrafia semantica” dei testi ebraici. È una riflessione colta e acuta, una premessa metodologica preziosa per quella “lettura infinita” (Banon) che è il cuore della vita ebraica.

 

Massimo Giuliani,
Le corone della Torà, Giuntina,
pp. 400, euro 20,00.

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