Consapevolezza, attenzione e volontà: come (e perché) deve vivere un ebreo nel mondo

Libri

di Ugo Volli

[Scintille. Letture e riletture]

Nel nostro contesto culturale è difficilissimo spiegare che cos’è l’ebraismo a chi non l’ha studiato e vissuto almeno un po’. L’idea di religione oggi prevalente, come rapporto soggettivo con la Divinità e fede altrettanto soggettiva in alcuni dogmi astratti, non basta per dare ragione della tradizione ebraica. Senza far questione di parole, l’ebraismo è più una forma di vita e un modo di guardare al mondo che una religione, in questo senso: non una teologia, cioè un discorso sulla struttura e sull’azione della Divinità (almeno se si tralascia la Kabbalà, che per la tradizione è “segreta”, cioè separata dalla pratica ebraica), ma piuttosto un sapere sull’uomo e sulla società, su come devono essere per realizzare il loro compito.
Il nuovo libro di Rav Alberto Moshé Somekh spiega esattamente queste cose, espone in maniera sistematica, benché sintetica, quel che la nostra tradizione insegna e come lo fa. Non è dunque un libro sulla struttura dell’universo, su come sono le “cose ultime”, ma su come debba cercare di essere e di comportarsi l’ebreo. Si intitola L’albero capovolto (Giuntina, pp. 239, € 16), richiamando l’immagine tradizionale di una pianta con le radici in alto, che trovano nel Cielo il nutrimento spirituale necessario e col tronco e le foglie, la parte più visibile, che emerge nel mondo. Parte dal rapporto fra uomo e natura, discute il modo di avere relazione col divino, il nesso fra Torà Scritta e Orale, arriva ai doveri della persona verso gli altri e la divinità e si conclude precisando il senso e il modo dello studio e affrontando il problema della ricompensa per la vita buona.

La tradizione ebraica esposta da Rav Somekh è estremamente esigente, richiede al fedele uno sforzo costante e continuo per adeguarsi agli obblighi che gli vengono dalla sua condizione di creatura. Nessun aspetto della vita può essere lasciato a se stesso, all’istinto o alla facilità dell’abitudine; dovunque c’è bisogno di consapevolezza, attenzione e volontà. Le cose del mondo risuonano del senso che viene attribuito loro dai racconti e soprattutto dalla normativa della Torà scritta e orale; per l’uomo dell’Halakhà (cioè della legge o meglio del retto cammino – si tratta di un’espressione di Rav Soloveitchik che l’autore riprende) la realtà non è mai semplicemente il terreno dei fatti e delle opportunità pratiche della vita quotidiana, ma il luogo su cui si proietta un dover essere, l’occasione di una continua spiritualizzazione secondo la Legge.

Il libro di Rav Somekh spiega questo lavoro su di sé e sul mondo, che si concentra nel concetto di mitzvà – l’azione comandata – in una maniera caratteristica della tradizione ebraica: riportando testi dei saggi dell’ebraismo e commentandoli, spiegandoli, confrontandoli fra loro. L’albero capovolto si può leggere dunque come un commento a un’antologia di brani di Torà, intesa nel senso ampio che comprende tutta la tradizione, orale e scritta, fino alle opinioni e spiegazioni di maestri più recenti. In questa maniera Rav Somekh fornisce un esempio concreto del funzionamento del pensiero ebraico, della dialettica fra innovazione e conservazione, unità e discussione, commento e giudizio.

Non è un libro facile, non va letto ma studiato, facendo attenzione ai dettagli e alle note. Ma nella rifioritura recente del pensiero ebraico in Italia, esso costituisce un punto fermo, un’impresa che sotto la dimensione didattica contiene una passione teorica di grande rilievo.

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