I sogni infranti del maresciallo Tito

Libri

di Marina Gersony

Dalmazia, Spalato, 1922. C’è una grande fotografia, in una pacchiana cornice d’oro, da cui prende inizio l’epopea degli Altaras, sefarditi balcanici di modeste origini ma dal piglio intraprendente: ci sono il nonno Leon, famigerato giocatore di carte; la moglie Regina e i sei figli, tra cui Jacov, (trasformato in seguito nel germanico Jacob), padre di Adriana Altaras, l’autrice de Gli occhiali di Tito. Storia rocambolesca della mia famiglia, un divertente e intenso memoir rimasto per più di dieci settimane in vetta, in Germania, alla classifica dei bestseller di Der Spiegel per la narrativa (Edizioni Alphabeta-Verlag; pp.260; € 18,00. Traduzione Stefano Zangrando).

La storia parte da lontano: un esodo che attraversa drammatiche vicende nella città di Spalato e atmosfere ebraico-borghesi in Germania, raffinati milieu mantovani del Novecento fino ai giorni nostri. E da lì a tout le monde. Con dentro tutti, ma proprio tutti, i temi ricorrenti di una classica famiglia ebraica: il cosmopolitismo, l’erranza, il trauma della Shoah, l’identità ma anche la capacità di raccontare una storia complessa con sguardo originale, fresco e delicato.

«Sono ebrea, classe 1960. Ecco, l’ho detto», esordisce Adriana Altaras, nata nella Jugoslavia di Tito, attrice e regista, «con una normalissima vita caotica e poco ortodossa a Berlino». Un incipit classico: dopo la morte dei genitori, Adriana si ritrova a svuotare la casa di famiglia, per motivi ereditari. Un’impresa titanica, certo, e intimamente così dolorosa da far emergere sentimenti di rabbia. Perché non hanno buttato via tutto? Perchè tocca a me farlo? E ora, oltre allo strazio per la dipartita del defunto, la scoperta di lettere, fotografie sbiadite e vecchi cimeli; tutte cose che rivelano un passato tragico, segreto, a tratti rimosso, che si intreccia con il presente in un fiume di emozioni. Tra flash back, rivelazioni, aneddoti, considerazioni mistiche e witz fulminanti, la storia minuta degli Altaras diventa ebraicamente – e non solo -, universale.

Tutto parte da Jacob, il padre dell’autrice, una vita da romanzo. Jacob nasce nel 1918, a Spalato. Nel ’36 si iscrive alla facoltà di Medicina di Zagabria, nello stesso anno fugge a Spalato, un giorno prima dell’occupazione tedesca. Per un pelo. Dato che Spalato è sotto l’occupazione italiana, può continuare a studiare nell’università italiana. Nel contempo si unisce all’armata partigiana di Tito. Combatte, dorme nei boschi come un orso e riesce a salvare quaranta bambini ebrei portandoli a Nonantola, non lontano da Modena. Dopo la guerra e dopo una fuga avventurosa, i bambini approdano sani e salvi a Haifa. Jacob si rivela subito un Giusto, uno che non si fa troppe domande e che agisce in nome del Bene. Nonostante gli studi irregolari per via della guerra, riesce a laurearsi a Bari nel ’44. Un fratello viene ucciso dai partigiani: una vicenda brutta, scomoda, politicamente infame, che non a caso viene insabbiata. Jacov sporge denuncia ma agli ex partigiani yugoslavi non piace essere accusati di un simile omicidio. Così Jacov subisce un processo dimostrativo: nel 1964, viene incriminato per azioni contro lo Stato e il socialismo. Al che, fugge a rotta di collo per paura di essere incarcerato e va a Zurigo lasciando la moglie a Zagabria. La delusione è enorme. Il suo partito lo ha doppiamente tradito: prima gli ha assassinato il fratello, poi ha diffamato lui. Non saprà mai se il vergognoso processo sia stato rivolto più al membro importuno del Partito o all’ebreo che lui è. Ma non si perde d’animo. Si stabilisce in Germania, a Gießen, diventa Primario di Radiologia, nel 1978 fonda una comunità ebraica e si fa eleggere presidente. Procura i locali per la kehillà, una Torah e nessuno lo ferma più. Presto la piccola comunità fiorisce grazie all’ondata migratoria dalla Russia. Ed è così che Gießen, cittadina dell’Assia, avrà una sua sinagoga. «Da ragazzetto di strada di umili origini a professore tedesco di successo, nel dorato Occidente – scrive la figlia -. Mio padre sviluppò un nuovo metodo per il riconoscimento del cancro all’intestino, il cosiddetto doppio contrasto, e i suoi successi scientifici sono stati celebrati in tutto il mondo».

Un seduttore di genio

Piccolo di statura, attraente e vitale, Jacov piaceva molto alle donne, ricorda Adriana. «Mio padre sapeva coinvolgere chiunque nei suoi progetti. Era carismatico, trascinatore, affascinate». Ma quando il genitore muore, rimane sbalordita nell’apprendere dell’esistenza di numerose amanti: «Non una, diverse! E in contemporanea. Le amanti avevano la mia età, una addirittura era di gran lunga più giovane». La moglie di Jacov, Thea Fuhrmann, una “tedesca” volitiva, tenace e piena di interessi, non ha probabilmente tempo per la gelosia. Anche lei ha un passato pesante alle spalle e il suo motto è «impegno e vita attiva, guai a sedersi sugli allori»: ha 15 anni quando in Jugoslavia vengono introdotte le Leggi razziali, deve lasciare la scuola, portare la stella di David, nascondersi, fuggire. A 17 anni, Thea finisce nel lager di Campo Porto Re, Kraljevica, e l’anno dopo, nel 1943, nel campo di concentramento dell’isola di Rab-Arbe. Annota e riflette la scrittrice Adriana: «Avevamo accolto in noi i traumi dei nostri genitori, a fondo, completamente. Parlavamo di lager che non avevamo mai visto, della sensazione di essere in marcia verso la morte, di morte, sempre e soltanto di morte. Eravamo copie esatte dei nostri genitori e della loro storia».

Con lo stesso fervore con cui ha amato Tito e il Partito, Thea Fuhrmann adesso li odia entrambi. Torna a una vita normale, riesce a laurearsi in Architettura e a sposare il seducente Jacov che aveva conosciuto a tredici anni durante un ballo di Purim, a Zagabria. E pazienza se è già stato sposato e ha una figlia: è l’uomo che ha sempre sognato e, del resto, anche lui non riesce a sottrarsi al fascino della piccola partigiana. Thea sarà una compagna fedele e impegnata. Un giorno decide di perlustrare i paesini dell’Assia. Viaggia sempre da sola, alla ricerca di tracce di una qualche comunità ebraica rurale. Sono comunità con sinagoghe, mikveh, e scuole di tutto rispetto. Le ritrova tutte, le fotografa e le cataloga per vent’anni. Un lavoro mastodontico, unico, e alla fine il mondo politico le rende onore. Dopo la morte del marito assume la carica di Presidente della Comunità ebraica di Gießen. È anziana, ma si impegna al cento per cento.

Ma torniamo alla scrittrice. Intorno ad Adriana ruota un pirotecnico mondo affettivo: c’è la sorellastra croata con cui ha un rapporto conflittuale (ma neanche troppo); c’è la bellissima zia Jelka sposata «per gratitudine» a un soldato cattolico italiano che l’ha salvata dal lager e poi l’ha portata con sé, a vivere a Mantova; l’amico berlinese, Raffi, che oscilla tra fidanzate gentili ed ebree, preferendo di gran lunga quelle ebree con le quali, per la troppa passione e incandescenza, tutto finisce in un disastro… E poi c’è lei, Adriana, l’Io narrante dalle molte vite, bambina vivace, ragazza studiosa e donna versatile e intraprendente: da Zagabria all’Italia alla Germania, con studi steineriani alle spalle, vacanze mantovane, palcoscenici di teatri berlinesi (e non solo), stimoli, passioni e tanta curiosità. «Mi sono specializzata in relazioni con i non-ebrei. I miei “fidanzati” erano alti, biondi, con gli occhi azzurri. Si chiamavano Dieter, Uwe, Heinz o Jens». Oppure Georg, come il tedesco che ha sposato e dal quale ha avuto due bambini. «È un uomo paziente e tranquillo che sopporta le mie nevrosi…».

«“Se non sposi un ebreo non ci farai morire in pace”, era uno dei dialoghi standard a casa nostra (mia madre) a cui io rispondevo: “Perfetto, allora vivrete ancora per un po”».

Tradizioni e folklore

Ed è tutto da ridere l’affettuoso e ironico capitolo su «il massacro ebraico», come lo chiama Altaras, ossia la milà-circoncisione del figlio: «Centoventi ospiti a casa nostra intorno al mohel che sembrava appena arrivato dallo shtetl…  effettuata in un gelido giorno di dicembre… in fondo i criticoni: “è una pratica antiquata”; i gay: “da grande non sentirà nulla”; i cristiani: “se Dio non avesse voluto il prepuzio, l’avrebbe scartato senza problemi…”».

Nel ginepraio di questa famiglia allargata e psicosomatica, piena di passione, nostalgie, sentimenti e traumi – dybbuk irrequieti che ti tengono svegli di notte -, tradizioni e folklore improbabile si mescolano e sovrappongono con la storia della comunità ebraica, sullo sfondo. «Ebbene sì, festeggiamo Nikolaus. Gli ebrei adottano ogni festività».

Ironico, denso ed estroso, Gli Occhali di Tito è certamente un libro sull’esilio, la guerra, il lutto e l’elaborazione del passato, ma è anche un racconto fresco e al galoppo, di una straordinaria saga familiare che attraversa non solo l’Europa in lungo e in largo ma anche tutto il travagliato Ventesimo secolo. E gli enigmi del cuore.

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