Antisionismo, antisemitismo, antiamericanismo in un saggio di Luzzatto Voghera

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Antisionismo, antisemitismo, antiamericanismo: si tratta di un tema che riempie le pagine dei quotidiani con le prese di posizione dei vari opinionisti e ricorre di frequente nei cosiddetti “salotti” televisivi che (non tutti, ma sicuramente nella maggior parte) assomigliano sempre più a mercati in cui i diversi venditori si accapigliano e si insultano per piazzare in qualche modo la loro merce. E tanto meno vale la merce tanto più si urla per sovrastare l’offerta concorrenziale.
Divagazione a parte, il tema è quanto mai attuale e, direi, destinato a richiamare attenzione per ancora parecchio tempo.

Da una parte il mondo ebraico italiano si interroga seriamente sul persistere di un radicato antisionismo nella sinistra italiana (e non solo) che data almeno dal 1956 e sulle connotazioni sempre più esplicitamente antisemite (proprio nel senso usuale del termine) che tale posizione porta con sé.
Dall’altra parte, sembra che finalmente anche una parte della sinistra italiana stia cominciando a porsi lo stesso problema, sia pur con non poche difficoltà e resistenze. Alcuni settori della sinistra si stanno accorgendo finalmente del fatto che il voto elettorale ebraico negli ultimi anni si è lentamente ma costantemente staccato da un referente tradizionalmente importante, per far confluire il proprio consenso su altri soggetti politici: oltre alla simpatia radicata e ricambiata con l’area radicale, anche su soggetti meno, come dire, “innocenti” come Alleanza Nazionale.
Soltanto un problema elettorale, o ci si interroga anche sulla rottura di un rapporto storico che ha radici profonde, sia nella storia che nel pensiero dei movimenti di sinistra, che non sono pensabili senza l’apporto di un grande numero di dirigenti, militanti e organizzazioni ebraici, a partire dalla metà del 1800 in poi? La storia della sinistra democratica e socialista europea (e statunitense, non dimentichiamolo) nonché del suo pensiero, è impensabile senza un bel numero di cognomi tipicamente ebraici.
E, last but not least (anzi, tutt’altro), come tralasciare una buona parte del movimento sionista con tutte le grandi problematiche che ha sviluppato, pensiamo solo al movimento dei kibbutzim?
In ogni caso solo alcuni settori della sinistra si stanno ponendo questo tipo di domande (Fassino docet, ma D’Alema, e la cosiddetta sinistra radicale?).
Altri, sicuramente più rumorosi, sostengono una serie di posizioni sui temi del problema israelo-arabo-palestinese, che dietro all’apparente solidarismo con coloro che sembrano le “vittime inermi” della prepotenza aggressiva dell’imperialismo statunitense-sionista, i “dannati della terra” del caso, sviluppano in realtà modi di pensare gravemente inficiati di puro e semplice antisemitismo. Non per niente alcune frange di questi movimenti si incontrano e si incrociano semplicemente con le destre neo-naziste che oggi si ammantano delle coperte “geopolitiche” e “comunitaristiche”.
Questo è, sommariamente riassunto, lo scenario a cui si rifà il bel saggio di Gadi Luzzatto Voghera pubblicato recentemente da Einaudi. Un libro vero, vorrei ribadirlo, nonostante le dimensioni lo rendano un saggio di agile lettura, in cui ogni affermazione ha un peso che deriva da una riflessione che si capisce, non solo coinvolge le convinzioni dell’autore, ma è anche frutto di un lavoro lungo ed approfondito. Non è un pamphlet, nella accezione corrente del termine, ma un piccolo saggio che, credo accompagnerà ancora a lungo il dibattito sull’argomento: sia perché, temo, l’argomento non è destinato ad esaurirsi in tempi rapidi; sia perché, nonostante la mole ridotta, si capisce che è il frutto di un lungo lavoro di “distillazione” e i temi che offre lavorano, per così dire, in profondità.
Non è possibile quindi riassumerlo, al massimo si possono sottolineare alcune tra le molte tematiche che affronta. Ad esempio il rigoroso excursus storico sulla presenza di forme di antisemitismo confuse con l’anticapitalismo sin dalle origini dei movimenti operai e socialisti. Per arrivare da Proudhon a Sorel, come ha ben messo in luce lo storico israeliano Sternhell: nel sindacalismo rivoluzionario dei primi del ‘900 si mescolano infatti istanze di giustizia sociale, nazionalismo, antisemitismo e culto della violenza, che sono sicuramente tra gli antesignani del nazionalsocialismo tedesco. Per non parlare del Mussolini socialista e già antisemita!

Un capitolo particolarmente doloroso è quello che riguarda l’antisemitismo dell’epoca staliniana, quindi di Stalin, ma anche di molti suoi volenterosi collaboratori, che in parte si mescola con le vicende della Shoah, e che drammaticamente l’autore del libro intitola: Prima e dopo Auschwitz: i morti non sono ebrei.
Sappiamo tutti che fino ad anni molto recenti le vittime di Auschwitz erano cittadini polacchi, non ebrei polacchi. E come dimenticare la sinagoga non più in uso da cui inizia la visita del Museo Ebraico di Praga, le cui pareti, dalla base sino al soffitto del matroneo riportano, uno dopo l’altro i nomi degli oltre 20.000 ebrei cecoslovacchi di cui si è riusciti a ricostruire il tragico destino? E come dimenticare che negli anni Settanta, in seguito alla rottura delle relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele, il governo ceco fece cancellare, imbiancandoli, tutti quei nomi, di cittadini ebrei cecoslovacchi morti nei campi di sterminio?
Assolutamente da leggere le pagine che l’autore dedica al tema degli ebrei vittime oe “persecutori” il cui sottotitolo è (credo giustamente poiché fa parte di una forma patologica) la schizofrenia come prodotto dell’astrazione ed il capitolo successivo Da ebreo a sionista ad americano: l’ultima astrazione .
Una ampia citazione dall’ultimo capitolo che ben riassume la complessità dei problemi che Voghera Luzzatto si pone: “l’antisemitismo e l’antiamericanismo sono a oggi vecchi modelli di interpretazione della realtà geopolitica che negli ultimi anni sono diventati funzionali e sono stati mutuati dal fondamentalismo islamico. È credibile una sinistra di governo (ma anche una di opposizione o ‘antagonista’) che utilizzi la stessa vecchia griglia interpretativa nell’affrontare i gravissimi problemi internazionali che ci troviamo oggi fra le mani? È possibile che ampi settori delle leadership di sinistra rimangano oggi fedeli a un modello terzomondista ormai consunto e nel far questo dichiarino simpatia e amicizia per forze che sono l’antitesi di qualunque politica di uguaglianza, giustizia sociale, libertà?” Da Chavez ad Assad…

La conclusione del libro è aperta alla speranza, ma anche affidata alla vigilanza: “In conclusione la mia idea è che è possibile porsi a sinistra nella propria visione dell’umanità e del mondo facendo a meno di quegli elementi linguistici e concettuali propri dell’antisemitismo contemporaneo, che hanno attraversato la storia della sinistra senza per fortuna diventare un suo elemento strutturale”.
Una utile lettura complementare a questo volume è sicuramente il volume, divulgativo ma estremamente interessante, di Riccardo Calimani sugli intellettuali ebrei edito da Mondadori nel 2006, in cui si ricostruiscono le vicende degli intellettuali ebrei tra Russia zarista, movimenti rivoluzionari, sionismo, rivoluzione d’ottobre e, soprattutto con lo stalinismo (che, occorre forse ricordarlo, non esaurisce il panorama né della sinistra né del marxismo: molti sono stati i movimenti di dissenso anche all’interno del movimento comunista, guarda caso i più noti sono quelli che fanno riferimento agli ebrei Lev Davidovic Bronstein – alias Trotszkij – e Rosa Luxemburg).

GADI LUZZATTO VOGHERA, ANTISEMITISMO A SINISTRA
Einaudi – pp. 110 – euro 8,00

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