Al Memoriale presentata la storia a fumetti di Emanuele Di Porto

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di Nathan Greppi
Quando, il 16 ottobre 1943, ebbe luogo il rastrellamento del Ghetto ebraico di Roma, Emanuele Di Porto aveva solo 12 anni. A differenza della madre, caricata su un camion dai nazisti davanti ai suoi occhi e mai più tornata, lui riuscì a salvarsi nascondendosi su un tram, dove persone di buon cuore lo tennero nascosto mettendo a rischio le loro stesse vite.

Da anni Di Porto, oggi ultranovantenne, racconta la sua storia nelle scuole, affinché le nuove generazioni non dimentichino cos’è successo. Di recente la sua storia è stata adattata anche in un romanzo a fumetti, 16 ottobre 1943. Storia di Emanuele che sfuggì al nazismo (Mondadori), realizzato da Marco Caviglia ed Ernesto Anderle e presentato lunedì 25 marzo nella biblioteca del Memoriale della Shoah di Milano.

Dopo i saluti istituzionali di Roberto Jarach e Daniela Tedeschi, rispettivamente presidenti della Fondazione Memoriale della Shoah e dell’Associazione Figli della Shoah, sono venuti a parlare Caviglia e Di Porto. Il primo ha spiegato che “questa graphic novel nasce come strumento didattico per gli studenti delle scuole medie e dei licei. E credo che abbia raggiunto un obiettivo importante, che è stato quello di riuscire a raccontare, attraverso appunto la voce di alcuni fondamentali testimoni, questa tragedia che è stata appunto la deportazione degli ebrei da Roma”.

Di Porto ha raccontato la sua storia: nato e cresciuto nel ghetto, in una famiglia assai numerosa, è il terzo dei sei figli di un venditore ambulante. “S’alzava alle tre di notte, andava a vendere i souvenir ai soldati tedeschi che arrivavano dal fronte”, ha spiegato in merito a suo padre.

Per quanto riguarda i fatti del 16 ottobre, ha raccontato: “Verso le cinque, mia madre sente dei rumori. S’affaccia alla finestra, vede i soldati tedeschi coi fucili che stavano rastrellando gli uomini”. Ciò indusse la donna a pensare che deportassero solo gli uomini, e capì come stavano realmente le cose solo troppo tardi. Lei andò ad avvisare il marito, e al ritorno il piccolo Emanuele vide dalla finestra i tedeschi che buttavano sua madre su un camion. Lui, d’istinto, scese giù a chiamarla, finendo anche lui sul camion. Lei riuscì in qualche modo a farlo scendere e a far credere ai tedeschi che non fosse ebreo, in modo da salvarlo.

Scappando, Emanuele si nascose su un tram. Al bigliettaio disse d’istinto che era ebreo e che i tedeschi gli davano la caccia, al che questi lo nascose vicino a sé a proprio rischio e pericolo. Spiegò la situazione anche agli altri bigliettai che successivamente si diedero il cambio, e tennero nascosto il bambino per due giorni e due notti.

Il terzo giorno, venne rintracciato da un suo conoscente, che gli disse che il padre e i fratelli erano preoccupati, credendo che fosse stato deportato assieme alla madre. A quel punto, corse dal padre e si riabbracciarono. Ma anche in seguito, fino al giugno 1944, la presenza in città di fascisti in cerca di ebrei da vendere ai nazisti rendeva il clima ostile e li costringeva a stare sul chi vive. Per mantenere la famiglia, dovette anche lui andare a vendere piccoli oggetti ai militari tedeschi.

Oltre a Di Porto e Caviglia, ha portato la sua testimonianza anche Silvia Wachsberger; suo padre, Arminio Wachsberger, venne deportato ad Auschwitz dopo il rastrellamento del ghetto. Sopravvissuto, a guerra finita divenne un importante testimone della Shoah. “Il mio papà si trova nella graphic novel, perché è stato uno dei tanti deportati”, ha spiegato la figlia. “La sua fortuna è stata di conoscere il tedesco, oltre ad altre lingue, quindi fece da interprete a tutto il gruppo dei romani, perché erano spaventati e non capivano cosa stava succedendo”. Si è detta contenta di come è stato rappresentato suo padre nella graphic novel, “che si dà da fare per aiutare il prossimo”.

 

Marco Caviglia ed Ernesto Anderle, 16 ottobre 1943. Storia di Emanuele che sfuggì al nazismo, Mondadori, pagg. 128, 22 euro