I vincitori del concorso per il Giorno della memoria dedicato ad Aurelia Josz

Eventi

concorso-facebook-memoriaIn occasione del Giorno della memoria, il Premio Aurelia Josz Milano ha creato su Facebook un concorso di poesia e racconti. I vincitori sono Anna Mosca per la poesia e Stefania Serio per la prosa.

Di seguito pubblichiamo i lavori vincitori:

POESIA

[E’ un pugno chiuso
che non ha il coraggio di stendersi,
di liberarsi dalla spalla
sul quale appoggio la bocca,
soffice, su falangi contratte.

Appoggio e non addento, non ringhio,
respiro lenta, mi osservo,

riflessa,
restare immobile
attendo che le cose cambino
intorno.

Non agire, non usare violenza,
svolgere con cura la carta velina intorno alla mia vita,
alla solitudine non raccontata,
all’arrancare faticoso,
nervoso,
dello zoppo.]

Anna Mosca

——–


RACCONTO

 

Ognuno vive la sua guerra
I
“Vivi il presente, sogna il futuro e impara dal passato.”
L’aereo decolla dolcemente mentre ripeto come un mantra le parole che il nonno mi ripeteva e di cui finalmente colgo appieno il significato.
Quando ero poco più che un bambino, gli sorridevo. Ora ho il rimpianto di non avergli dato una risposta profonda.
Sorrido; probabilmente lui non si aspettava davvero che dicessi qualcosa, quelle parole erano l’essenza della vita che cercava di trasmettermi.
Mio nonno, già anziano, si crucciava di non poter seguire la mia esuberanza di bambino, ma, in compenso, aveva cercato di arricchirmi con ciò che unicamente possedeva: la conoscenza.
Sono scolpiti nel mio cuore quei lunghi pomeriggi d’inverno trascorsi dinnanzi al camino della vecchia casa perso in ricordi altrui che, involontariamente, facevo miei. Solo in seguito avrei capito che erano un suo tentativo di far sopravvivere le proprie esperienze, di evitare l’oblio della storia, di non far scomparire definitivamente uomini e donne che l’avevano vissuta.
Divenuto più grande, ebbi, invece, come unico intento il voler dimenticare; tutte quelle storie sul nostro popolo di origine, fatte di deportazioni, di sofferenza e morte mi avevano così intristito da voler dare un taglio netto col passato che, pur permeando ogni cellula del mio essere, apparteneva ormai a un tempo che era vivo solo in quei racconti. Sentivo di volermi abbandonare a nuove esperienze e affrontarle con
prorompente vitalità e, per poterle vivere al meglio, dovevo tagliare quel cordone che mi imprigionava.
Sono certo che il nonno capì e semplicemente si fece da parte. Di una cosa sono sicuro, che lo abbia fatto solo dopo aver visto che quel seme piantato fosse al sicuro; sapeva che presto o tardi sarebbe germogliato.
Fu proprio in quel periodo che il nonno parve essere preda da una smania indomabile, tutta la famiglia cercò di allontanarlo dal suo intento, ma nessuno riuscì a fargli cambiare idea; voleva tornare in Israele. Mia madre pianse per giorni, non riusciva a capire il perché di quella decisione e mi chiese di intervenire sperando che lui potesse darmi retta.
Mi sentii costretto a farlo, in verità, sapevo che c’erano delle motivazioni profonde dietro la sua scelta e poi tante volte mi aveva espresso proprio quel desiderio; tornare nella culla della nostra (più sua in realtà) cultura e aggiungeva: «L’Italia è un bel Paese, ma molto provinciale. Tante volte le mie abitudini hanno scatenato reazioni spiacevoli. Le persone non sopportavano che, pur non essendo mai stato molto osservante della Torah, non mangiassi carne di maiale, il mio giorno di riposo fosse il sabato e comprassi cibo Kosher al supermercato. Sono stato persino accusato di aver assassinato Cristo . . .»
Sorrideva nel riferirmi ciò; lui non era capace di odiare, neanche quando mi raccontava dei campi di sterminio.
Quando gli chiesi se fosse quello il suo desiderio mi disse: «Tua madre si preoccupa che io non possa reggere il viaggio, forse ha scordato che noi abbiamo attraversato il tempo!» Lo abbracciai come quando ero bambino; dopo due giorni partì portandosi dietro solo una valigia con qualche effetto personale, volle che tutti i suoi libri diventassero miei. Per lunghi anni non ne lessi alcuno.

II
Dopo tre anni dalla sua partenza chiesi ai miei genitori di poterlo raggiungere; pur ricordando ogni singolo momento trascorso con lui, il suo caro viso non aveva più dei contorni netti.
Mia madre non me lo impedì. Il suo orgoglio le impediva di chiedergli di tornare, e mandò volentieri me in ‘avanscoperta’, voleva esser certa che il nonno stesse davvero bene come continuava a ripeterle in estenuanti telefonate spesso interrotte da interferenze e che si concludevano sempre con inevitabili alterchi.
«Fai presto» mi disse il nonno quando glielo comunicai.
Anni dopo, ripensando a quel momento, trovai assurda la tranquillità con cui mia madre accettò che io andassi in Israele in un momento storico fatto di autobus che esplodevano e di madri che piangevano. Solo in seguito ne avrei capito la ragione: nonostante i miei genitori vivessero ormai da trent’anni in Italia e per quanto quelle storie non facessero più parte del loro presente, non se ne erano comunque liberarti. Erano penetrate a tal punto da non considerare la possibilità neppure di pensare che potesse esistere un’alternativa.
Emozionato e spaventato partii. Era il 2000, Israele si era ritirato dal Libano.
A settembre di quello stesso anno incominciò la seconda Intifada scatenata da una provocatoria passeggiata dell’allora candidato premier israeliano Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee. Io ero tornato in Italia poco prima.
Durante la mia permanenza non successe nulla che potesse turbarmi e quasi si insinuò in me la convinzione (volevo crederlo!) che quel mondo in lutto fosse solo racchiuso in un televisore.
Trovai il nonno in splendida forma, gli anni passati parevano non lo avessero toccato e ci abbracciammo commossi.
Viveva in una fattoria nella città di Hadera, a una cinquantina di chilometri da Tel Aviv, in cui vivevano i figli di sua sorella che lo avevano accolto nella loro casa. Lì vidi per la prima volta Miriam, era una mia lontana parente, mia coetanea.
Fu lei che il mattino successivo mi condusse in giro in quella terra a me sconosciuta. Arrivammo in treno a Tel Aviv, alcune famiglie passeggiavano sul lungomare, sulla spiaggia ragazzi giocavano coi racchettoni.
Il tac-tac delle palline colpite si alternava con un vociare strano, le “lingue babeliche” di Tel Aviv: Russo, francese, jiddish, arabo, ebraico. Ovviamente anche l’italiano.
«Come riuscite a essere così felici?» chiesi a Miriam e subito dopo mi pentì di quella domanda.
Mi rispose semplicemente: «Ti riferisci alle bombe e tutto il resto? Ciò che vogliono i nostri nemici è distruggere il nostro spirito, toglierci la voglia di vivere e noi, abbiamo il dovere di essere forti e continuare a vivere normalmente.»
Trascorsi quel periodo alternando visite in città con Miriam di cui, naturalmente mi innamorai, e lunghe serate a parlare con mio nonno, come ai vecchi tempi.
«Il conflitto israelo-palestinese è un problema complesso e ormai così storicamente stratificato da rendere difficile la suddivisione delle colpe e delle responsabilità,» mi disse quando gli chiesi cosa ne pensasse della guerra e fui felice di quella risposta; ero partito col timore di trovare in lui tracce di fanatismo, o meglio, ‘integralismo’, ma non fu così. Notai invece che la sua giornata era scandita da molti momenti dedicati alla preghiera, ma questo non mi sorprese, pensai semplicemente che sentisse l’esigenza di avvicinarsi a Dio.
Una differenza c’era comunque, non avvertivo più rimpianti in ciò che mi diceva, aveva reso possibile tutte le sue aspirazioni.
Piansi quando dovetti tornare in Italia, stavo per allontanarmi per sempre, anche se ancora non lo sapevo, dalla prima ragazza che mi aveva fatto battere il cuore e da quell’uomo che rappresentava tutto ciò che io non sarei mai stato.

III
Il nonno, dopo un anno, mi annunciò che Miriam, durante il servizio di leva, era stata vittima di un’imboscata ed era morta e quando mi disse che ‘era stata la volontà di Dio’ mi scagliai contro di lui con parole che poi ho rimpianto.
Mi sembrò assurdo; nell’ultima lettera ricevuta, Miriam mi aveva comunicato che alla fine del servizio di leva mi avrebbe raggiunto in Italia; lessi tra le righe, note di angoscia e paura, e io non potevo far altro che seguire quei conflitti al telegiornale.
La sua morte reclamò a gran voce un bisogno di risposte; in realtà esse erano già pronte dentro di me, ma il nonno le aveva depositate con una tale leggerezza che non mi permetteva di vederle. Mi rivolsi così all’unica persona che pensavo potesse soddisfare i miei bisogni; il rabbino della moschea del nostro quartiere. Non mi disse nulla che io già non sapessi, mi aiutò soltanto a cercarle nel mio profondo. Non fu un percorso facile, ci vollero più di tre anni affinché riuscissi a ricostruire la mia storia e a portare fuori e accettare quel dualismo dovuto, da una parte, all’educazione dei miei genitori tesa a sotterrare il passato, e, dall’ altra, all’insegnamenti del nonno legati alla tradizione ebraica.
Alla fine nessuno delle due prevaricò l’altra e imparai semplicemente a convivere col mio essere ‘ibrido’.
In tutto quel tempo non avevo voluto più parlare col nonno, fu soprattutto la vergogna per le accuse che gli avevo fatto che mi bloccarono; fino a quando decisi che era arrivato il tempo di metter fine a quell’assurdo silenzio. Lo avrei chiamato al più presto.
All’alba di quello stesso giorno ci arrivò la notizia della sua morte.
Sono atterrato all’aeroporto di Tel Aviv, in treno dovrò poi arrivare ad Hadera. Il taxi passa davanti a quello stesso lungomare di tanto tempo fa. Le spiagge lunghissime sono piene di Jeep, di soldati e soldatesse che si tolgono l’uniforme per fare il bagno lasciando i fucili infilati nella sabbia. Ai quei volti si sovrappone quello di Miriam e mi tornano in mente le sue parole; riesco finalmente a dare un senso alla sua morte.
«Tra qualche mese sarò un soldato israeliano e ne sono fiera!» mi disse appoggiata alla stessa balaustra. «Difendere Israele, sempre. Questo mio proposito mi reca conforto, mi aiuta a credere in me stessa» continuò a dirmi. Allora non comprendevo il vero significato della sua esistenza, il nostro tempo, se pur vissuto nello stesso attimo, era scandito da una memoria, che allora non possedevo, e da un diverso presente.
Risalgo sul taxi più leggero; mi sento finalmente sereno. Ho vinto la mia guerra.]

Stefania Serio

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