ADEI-WIZO: XXI edizione del premio letterario Adelina della Pergola con Marco Di Porto e Dror Mishani

Eventi

di Sofia Tranchina

In onore della XXI edizione del premio letterario Adelina della Pergola dell’Adei Wizo (Associazione Donne Ebree d’Italia – Women’s International Zionist Organization) si è tenuto l’annuale incontro tra gli studenti delle scuole partecipanti e gli autori finalisti della sezione Ragazzi, che quest’anno sono stati Marco Di Porto con Una voce sottile e Dror Mishani con Tre (tradotto in simultanea dall’interprete Chiara Serafin).

L’incontro virtuale ha visto la partecipazione della presidente nazionale dell’associazione Susanna Sciaky, della presidente mondiale Esther Mor in diretta da Tel Aviv, e dello scrittore, giornalista e studioso di affari mediorientali Marco Paganoni, oltre a più di duecento utenti tra licei e istituti di tutta Italia.

Il premio ragazzi è nato nel 2002 per «offrire ai giovani strumenti conoscitivi con i quali contrastare stereotipi e pregiudizi antiebraici, in un mondo in cui eventi di antisemitismo vengono segnalati quotidianamente», come la stessa Sciaky ricorda.

I due romanzi finalisti, ambientati entrambi sulle sponde del Mediterraneo – a Rodi, dove si parlava giudeo-spagnolo, e nell’odierna Tel Aviv – hanno più di un punto in comune: rappresentano entrambi la realtà multilingue caratteristica del mondo ebraico, e raccontano l’incombenza di un male senza volto e senza ragione (pur trattandosi di due mali molto diversi). Nel romanzo storico-familiare di Marco Di Porto si ha infatti un affresco della vicenda storica della Shoah attraverso la “vita vissuta” dei personaggi, mentre il thriller psicologico di Dror Mishani racconta la storia di tre donne vittime di violenza maschile.

 

Il lavoro di Marco Di Porto è stato lungo e coinvolgente: si è trattato di ricostruire un pezzo della propria storia familiare – a partire da quella del proprio nonno, sopravvissuto ai campi di sterminio – e in generale la memoria di un’intera comunità distrutta, quella di Rodi, travolta dalla tragedia storica dell’Olocausto. Così nel suo romanzo alla fiction si accosta la Storia reale. Ciò è stato reso possibile grazie al fatto che la polizia fascista aveva schedato meticolosamente gli abitanti dell’isola di Rodi, annotandone anche tratti quali la condotta morale, mossi da un presunto moralismo fascista e dall’interesse di schedare la fedeltà al regime di ciascuno di loro.

Un tempo a Rodi viveva una grande comunità di ben cinquemila ebrei, ma l’intero quartiere giudaico è stato svuotato: si tratta di un terzo della città vecchia, un quartiere molto bello che affaccia sul mare, circondato da mura ottomane. Solo ultimamente è stata in qualche modo ricostruita una comunità che «prende vita solo d’estate», con una nuova sinagoga e un museo di Storia Ebraica. Inoltre, racconta l’autore, un tempo Rodi era esempio di una vera e positiva coesistenza tra ebrei, musulmani turchi, e cristiani ortodossi: l’imam andava a feste ebraiche, gli ebrei auguravano buone feste ai cristiani, e via dicendo.

«Ci sono voluti anni per trovare la forza familiare di ricongiungerci e di indagare sul resto della famiglia avvolto nell’oscurità, distrutta ad Auschwitz, e ci sono voluti viaggi in diversi paesi per riuscire a rimettere insieme i pezzi di un puzzle che era stato volutamente distrutto».

Il titolo Una voce sottile è una citazione biblica che esprime la domanda filosofica su dove sia la presenza di Dio: come può questa coesistere con il male più radicale che si possa immaginare? «Io non sono particolarmente religioso – risponde Di Porto – e ho cercato di esprimerlo nel libro stesso. Mio nonno è stato internato, è sopravvissuto, e dopo la fatica di metter su famiglia è scomparso in un incidente stradale a Roma. Dopo questo, quel che rimane è una domanda, più che una risposta». D’altronde, come Paganoni puntualizza e come l’humor yiddish spesso sottolinea, è «molto ebraico rispondere alle domande con altre domande».

Tuttavia, una frase del suo libro lascia uno spiraglio aperto alla fede: «dalle cose che sembrano un male, qualche volta può venire un bene». Questo rispecchia precisamente il detto ebraico גם זה לטובה, “anche questo è per il bene”, che implica la fede che anche quando capita qualcosa di negativo – a qualcuno o persino all’intero popolo – ciò sia nel quadro di un bene superiore futuro: «si tratta di accettare tutto il male in nome della propria fede in Dio». La missione che ci resta è perpetrare la memoria delle vittime.

 

In merito al romanzo di Dror Mishani invece, è stata notata l’innovazione del suo procedimento rispetto al genere thriller usuale: l’assassino resta una figura marginale, mentre la protagonista (che di solito è il detective o il killer) è qui la vittima, che in genere si conosce quando è già morta, mentre in questo caso ne possiamo seguire la storia a partire da molto addietro. Inoltre, l’autore non rappresenta la realtà così com’è, ma come lui vorrebbe che fosse: «I don’t write reality as it. I add the dimension of “how I want things to be”. This book indeed is not about three victims, but about the connection between those three women, who never met each other, yet helped each other to “catch the evil”. I want to tell every victim that their names, lives, and stories are not forgotten. This might sound optimistic».

Mishani racconta poi – in risposta a una domanda sullo status concesso oggi alla donna in Israele – della nascita di nuovi movimenti di resistenza femminile alla violenza maschile, che riescono a trascendere il gruppo etnico o religioso dell’individuo e che secondo lui cambieranno in modo permanente «the way males treat women and the way women carry themselves in society».

 

Infine, Paganoni propone una riflessione coerente con la cronaca attuale a partire da una scena del romanzo Una voce sottile, in cui Di Porto descrive in modo toccante l’immagine tragica di due ragazzini ebrei morti per errore durante un bombardamento da parte degli inglesi, in un quadro più generale in cui tuttavia gli ebrei stessi aspettavano gli inglesi e la liberazione grazie ad essi: «immaginate se qualcuno avesse ritagliato quell’immagine e l’avesse pubblicata su instagram fuori dal suo contesto, con la didascalia “questo è quello che sta succedendo a Rodi, gli inglesi bombardano gli ebrei”. Voglio invitarvi, quando vedete un’immagine che vi colpisce allo stomaco, a fermarvi e riflettere su tutto il contesto che nella singola immagine non viene incluso. Farsi un’idea politica richiede un buon equilibrio tra emozioni, ragionamento, e un’informazione storica di qualità».

 

Alla fine dell’evento è stato annunciato che la fondazione WIZO ha donato una somma a nome di Paganoni per la costruzione di un nuovo rifugio anti-bomba in Israele.

 

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