A Tel Aviv, il mondo in una stanza

Eventi

di Fiona Diwan

Un continente africano in foglia d’oro alla deriva su un oceano di barchette di carta, stilizzate come fossero minuziosi origami. Un trittico metropolitano che è uno skyline introspettivo e onirico, fissato come fosse una inquadratura cinematografica. L’interno di un’antica sinagoga dipinto utilizzando numeri e formule combinatorie prese in prestito dal misticismo ebraico, da Qabbalah e Chassidismo. Le tre opere qui descritte (nell’ordine di Riccardo Gusmaroli, David Kassman, Tobia Ravà), sfilano insieme a molte altre nella mostra .World, che ha inaugurato la nuova galleria del torinese Ermanno Tedeschi. Nel cuore di Tel Aviv, nel quartiere antico e oggi emergente di Nevé Tzédek, ha quindi aperto i battenti uno spazio espositivo la cui principale vocazione sembra essere quella di raccogliere una polifonia di linguaggi e discorsi artistici tali da creare un mondo in sé organico, come recita il titolo stesso, .World. “Una mostra che testimoni la coralità: ovvero il far convivere in pochi metri quadri mondi diametralmente opposti che convivono con rispetto, appunto come accade da sempre nella realtà israeliana. Creare una polifonia armonizzata: perché solo in una città così vivace come Tel Aviv oggi è possibile esprimersi con una ricchezza di registri senza precedenti”, spiega il curatore della mostra Luca Beatrice. “Ho sempre voluto aprire una galleria qui in Israele per incontrare una dimensione internazionale e far dialogare i talenti dell’arte italiana con quelli israeliani e se capiterà, anche con quelli palestinesi. Ho sempre pensato che l’arte sia il miglior ambasciatore di pace”, dice Ermanno Tedeschi, patron delle vivaci gallerie di Torino, Milano e Roma, ex presidente dell’AMATA, Amici del Museo d’arte di Tel Aviv. “La scelta di esporre artisti internazionali per inaugurare la galleria di Tel Aviv indica la nostra volontà di non limitarci solo ad artisti italiani o israeliani ma di proiettarci in un mercato dell’arte sempre più ampio, vivo, globalizzato. Una finestra sul mondo che accolga chi crea sotto lo stesso cielo e condivide lo stesso sole”, conclude Tedeschi insieme a Jenny Hannuna, Joseph Matalon e Simona di Nepi, suoi preziosi collaboratori. Da sempre teso a valorizzare i giovani talenti italiani, Ermanno Tedeschi non ha esitato a mescolarli con gli emergenti israeliani: Enrico de Paris e Sharon Pazner, Tobia Ravà, Barbara Nahmad, Riccardo Gusmaroli accanto a Robert Sagerman o David Kassman. Nel tentativo di far dialogare tra loro opere e artisti come in un’orchestra, ciascuno con il suo strumento ma dentro una partitura comune. Anche per Joseph Matalon, il giovane socio della galleria di Tel Aviv e direttore di quella di Roma, la strada è senz’altro quella di una galleria aperta al confronto tra diversi mondi sociali e culturali, e non solo una vetrina di talenti. “Questa galleria farà da ponte tra artisti israeliani e italiani. Un ponte ideale gettato tra Europa, America, Estremo Oriente e Israele, come del resto emerge da questa mostra di inaugurazione in cui sono presenti artisti anche coreani e americani. Senza contare che Tel Aviv oggi è la città più creativa del Medioriente, l’emblema dell’Israele artistica dove confluiscono tutti i protagonisti del sistema dell’arte. La galleria dialogherà con un mercato dell’arte sofisticato, evoluto, internazionale e con un tipo di collezionismo molto raffinato e informato, come è ormai oggi quello israeliano, sempre più linkato con i grandi eventi del mondo dell’arte in giro per il mondo. Chi saranno gli artisti della scuderia israeliana? Ad esempio Sharon Pazner, che crea opere legate ai temi dell’architettura e della famiglia, usando uno stile da “origami”. O anche David Kassman, ormai una star, celebre per le sue contaminazioni dal sapore pop, e per la serie di Spiderman che si arrampica sul Kotel, il Muro del Pianto, mentre gli haredim stanno pregando”, dice Matalon che si è laureato in Bocconi ma che fin da ragazzino adorava andare alle aste di quadri, quando la madre Evelyne lo portava con sé, e poi cresciuto a contatto con l’arte contemporanea da Christie’s a New York. E conclude: “In fondo, ho sempre pensato che la creatività, da linguaggio universale qual è, possa diventare una vera, autentica strada per la pace”.

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