Sapessi com’è strano innamorarsi di Israele a Milano…

Eventi

di Pia Jarach

Unexpected Israel, la manifestazione che tante polemiche e apprensioni ha sollevato nelle scorse settimane, sta invece pacificamente facendo il suo corso a Milano. Finalmente anche Israele può mostrare i suoi aspetti più vitali quanto inaspettati per il pubblico straniero, abituato come è a viverla soprattutto come Terra contesa e in guerra. Per quasi due settimane, Milano sarà la “shar hanefesh” di Israele, una porta aperta sull’anima di un Paese di cui tutti parlano ma che quasi nessuno conosce veramente e che molti odiano senza appello.

Sembra strano e impossibile ma sta succedendo davvero, ci si potrà innamorare di Israele passeggiando per le vie di Milano.

Grazie ai grandi cartelloni pubblicitari che ammiccano alle fermate dei metrò, proponendo una vacanza a Eylat o un avventuroso rafting sul Giordano; ai totem multimediali collocati in piazza del Duomo che invitano i passanti ad entrare nel futuro, che in Israele è già presente; ai forum economici, ai convegni, agli incontri, ad una mostra sull’architettura comunitaria dei kibbutz, al festival del cinema israeliano, al concerto di Idan Raichel e…ad una piccola, inaspettata chicca: lo scrittore e la cantante, due voci israeliane doc, per la prima volta sulla stesso palco.

Ci siamo. Il Teatro Nuovo di piazza San Babila è gremito di curiosi, accorsi per vivere in prima persona lo strano happening che vedrà duettare sul palco la voce cristallina di Achinoam Nini (Noa) con quella pulita e franca di David Grossman.

Oih vavoi, lo scrittore canterà e la cantante leggerà? Cosa ci riservano queste due voci che in Italia sono seguite e apprezzate già da anni e che fra loro si conoscono e stimano, ma che mai si sono unite in nome di Israele?

Ognuno con i suoi strumenti parlerà semplicemente del proprio modo di essere e di comunicare la propria arte e le proprie emozioni, dopo i saluti istituzionali dell’ambasciatore Gideon Meir, straordinariamente raggiante e dell’assessore alla cultura della nuova giunta milanese, Stefano Boeri, felice a nome della città di essere punto d’incontro e luogo aperto sugli altri.

Sul palco sono sistemate quattro poltroncine e un tavolino basso, proprio come nel salotto di casa. Non ha importanza se si tratta di una casa israeliana o di una italiana, il salotto è come sospeso su un ponte fra i due Paesi.

Gil Dor, il raffinato amico e musicista che da 21 anni calca le scene del mondo al fianco di Noa, siede in silenzio con la sua chitarra. Accanto Noa, una specie unica di ninfa della musica, un concentrato di energia che stranamente resta inchiodata alla sua poltrona. Poi c’è David Grossman, così grande nella sua semplicità di porsi ad un pubblico da teatro a cui non è avvezzo. Nella quarta poltrona, per tradurre le loro parole in simultanea, siede Paolo Noseda, un altro fuoriclasse nel suo campo.

L’inizio è sommesso, Noa si cimenta con una tintinnante canzone napoletana, accompagnata da Gil Dor. Poi si parla dell’amore che tutti e due i protagonisti hanno per l’Italia, quando e come sia iniziato. Parlano dell’apertura del pubblico italiano, della calorosa accoglienza che canzoni, concerti, interviste e libri ricevono qui da noi. Noa pensa di essere meglio capita e accettata qui e nel resto del mondo che in Israele, forse, dice con un velo di amarezza, la sua apertura verso l’esterno, il suo farsi “contaminare” da ciò che incontra per via, rende più diffidente la sua stessa gente.

E ora, come posso raccontarvi l’impetuosità di questo duettare su temi mai aggressivi, ma a tratti profondamente laceranti, come l’amore per una nazione che da quanto ha proclamato la propria indipendenza “è come una casa con pareti eternamente mobili”, come ha ben descritto Grossman? Come descrivere le lacrime di commozione che hanno rigato le guance di tutti ascoltando la struggente “Uri”, canzone che Noa ha scritto con le parole della poetessa Rachel, una donna che immagina cosa sia avere un figlio di cui accarezzare i riccioli, lei che non ne può avere; una canzone che porta teneramente e terribilmente lo stesso nome del figlio che Grossman aveva, amava e che ha perso nell’ultima guerra con il Libano. “Uri shelì” dice la canzone, e le lacrime sgorgavano, non solo per “Uri shel David”, ma per tutti i figli portati via per una guerra che nessuno vuole, in attesa di una pace che nessuno sa come realizzare.

-“Non è importante possedere la sovranità su Nablus o Jenin, ma trovare il modo di rendere stabili e sicuri, una volta per tutte, i confini di Israele, a qualsiasi costo”- ha detto Grossman.

-“Quando hai capito che saresti stato uno scrittore?”- ha domandato Noa. –“Quando sono stato lasciato dalla mia fidanzata: ho pensato che il mondo mi stesse crollando addosso, che nessuno mi avrebbe più capito e sostenuto. Allora mi sono sentito attratto dalla scrivania e mi sono messo a scrivere un racconto su un disertore del Vietnam e quando l’ho finito, ho capito che quella sarebbe stata la mia strada per relazionarmi al mondo. L’ho spedito e la mia fidanzata è diventata mia moglie, con cui siamo sposati da oltre trent’anni!”-

-“Sai, Noa, io sono un israeliano tipico degli anni ’50, anni in cui siamo cresciuti convinti che tutti ci volessero male, se non morti. Pensa alla sorpresa di vedere il mio primo libro tradotto in Italia (“Vedi alla voce amore”), in bella posa nella vetrina di una libreria in un un piccolo centro nel sud Italia. Beh, lì ho intuito che tutta quella paura verso l’esterno, quella minaccia di incomunicabilità col mondo non fosse poi così insormontabile: il mio scrivere rendeva possibile parlare con chiunque, anche così diverso e lontano da me.”- In questa innocente e forse involontaria metafora si coglie la filosofia di Grossman, autore non facile, ma –“che ti entra nelle viscere e ti toglie il fiato”-, come ha commentato Noa, che ha inoltre confidato di aver scelto proprio un libro di Grossman per cimentarsi con la lingua ebraica in cui voleva letteralmente tuffarsi, una volta scelto di rientrare in Israele da sola, a 16 anni, dopo che con la sua famiglia d‘origine yemenita si era stabilita a New York e lì era cresciuta.

Dell’effetto così tagliente della scrittura di Grossman abbiamo un lungo assaggio, prima con una breve lettura in ebraico dello stesso autore e poi con due lunghi brani letti in italiano da un attore.

Grossman non ha resistito e le ha chiesto di cantare “La vita è bella”, che è poi rimasto rapito ad ascoltare, con l’innocenza e lo stupore di un bimbo dipinti sul viso. Davvero la voce di Noa è capace di avvolgerti, di accarezzare ogni senso e renderlo puro come lei. Infatti David non può trattenere l’ammirazione e chiederle come sia possibile tirare fuori per il pubblico tanta bellezza. –“Io non canto per il pubblico, o meglio, non solo. Canto nella speranza di sfiorare almeno i piedi del dio della musica che sta lassù. Quando canto io non ci sono, la vera Noa è in disparte, non mi interessa piacere e compiacere gli altri. E questo mi salva dal protagonismo e lascia che la musica e il canto fluiscano liberamente da me”.-

Poi una domanda reciproca sul proprio essere genitori israeliani: quali valori trasmettere ai propri figli? Tutti e due rispondono che certo non è semplice educare alla generosità di sé, all’apertura mentale, alla fratellanza, al rispetto, alla dignità quando poi il mondo che li aspetta è invece pieno di violenza, di odio e di incertezza. Ma la ricetta non può essere diversa, -“sarà la vita che li temprerà e saranno poi loro a doversi misurare con la realtà, non sarò io a mettere loro in mano armi diverse da queste”, ha detto Noa. E anche qui, chi ha buone orecchie per intendere, intenda.

Del resto,-“ Israele è il luogo, il mio luogo, anche se l’instabilità, l’incertezza, il modo di  governarlo (che a volte mi sta proprio stretto) tentano l’attaccamento alla mia Terra e mi indurrebbero ad andarmene, so che questo non accadrà mai”- dice ancora Grossman –“la speranza che sia possibile un’era di pace non muore mai”.- E se lo dice lui, c’è da crederci davvero.

Allora quale happy end migliore per salutare gli amici che se ne vanno se non una canzone sulla pace? “Shalom, Salaam” inizia a sgorgare da una Noa che sembra aver quasi voglia di giocare, di allentare tutto il pathos accumulato durante la serata, per salutare insieme all’amico e mito Grossman l’accogliente Milano.

S’inchinano i musicisti a raccogliere l’applauso scrosciante, Grossman li guarda impacciato e cerca di fare altrettanto, lui che sta di solito fra sé e sé, nella sua stanza a scrivere e ad esplorare i mondi dell’anima. Il suo vero saluto, per quanto mi riguarda, sarà la possente stretta di mano con cui mi congeda dopo avermi firmato e dedicato ben tre dei suoi libri. Yad hazakà, non c’è che dire, ma dietro le spesse lenti colgo di sfuggita due occhi pieni di un dolore sordo, privato: quello di cui non si parla, perché non ha parole per essere detto.

Perciò m’inchino io davanti a te, Mr. Grossman. Lassù sul palco, insieme a Noa, hai saputo mostrare al pubblico ben altro, qualcosa di cui in Italia siamo pochissimo dotati: l’orgoglio di appartenere a un Paese e a un popolo al di là delle tue idee politiche e l’amore per la tua Terra e per la vita che è più forte di tutto. Anche della morte.
Shalom, Salaam.


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