Nel “Pierrot lunaire”, gli spettri e le malinconie di oggi

di Fiona Diwan

Un film d’arte di Katia Noppes e Massimo KaufmannIMG_5206_1024

Un’elegia fiabesca e onirica. Una wunderkammer piena di oggetti raccolti per caso a cui dare nuova vita e significato, un collage inanimato capace di diventare una toccante narrazione poetica. Marionette in movimento vorticoso e in preda alle emozioni di un sogno d’amore. Questo e altro troviamo nel Pierrot lunaire, film d’arte realizzato da Massimo Kaufmann e Katia Noppes e proiettato  recentemente in anteprima assoluta al Festival Cinema&Arti alla Triennale di Milano. Ma il Pierrot lunaire di Kaufmann e Noppes è anche una meditazione sulla morte, sulla malinconia dell’amore perduto e sul viaggio intrapreso per ritrovarlo. Pallidi fiori di luna, la struggente cupio dissolvi di un eros malinconico, gli antichi profumi del tempo delle fiabe…

 

L1090188Di primo acchito, guardando il film, la sensazione è quella di un balzo temporale: profumo di Avanguardie Storiche e immersione nel mondo onirico e nella sensibilità espressionista degli inizi del secolo scorso. Potremmo essere in pieni Anni Venti, nel bel mezzo della temperie che fece dell’abbraccio tra Weimar e le Arti visive, una delle esperienze più feconde e travolgenti della cultura europea, con il suo gusto per il fiabesco surreal-grottesco che tanto piaceva all’epoca. Ma non è così. Non si tratta solo della forza di Schoenberg o di citazionismo di opere da tre soldi. A quasi un secolo di distanza da quella celebre composizione, il Pierrot lunaire di Massimo Kaufmann e Katia Noppes è l’esito maturo e potente di una trentennale carriera professionale e di una riflessione sulla contemporaneità. «Il Pierrot lunaire è un autoritratto di Schoenberg. Anche se proiettato musicalmente verso il futuro, in realtà è uno sguardo all’indietro, ai profumi antichi del tempo andato. Da sempre, Pierrot è considerato un autoritratto ideale dell’artista, è il modo in cui l’artista guarda da sempre a se stesso, la luna come elemento malinconico, romantico, femminile di sé, con le sue luci e ombre che si agitano nello specchio della sua psiche. Ecco perché il Pierrot di Schoenberg è un’opera senza tempo, i suoi temi non passeranno mai di moda», spiega l’artista milanese di origini ebraico-austriaca Massimo Kaufmann.
Cimentandosi liberamente con un testo sacro della musica e poesia contemporanea, i due artisti hanno saputo reinventarlo con linguaggio e spirito nuovi assemblando materiale fotografico e video, pittura, scultura, objets trouvè, fotografie digitali e un montaggio audiovideo a dir poco strepitoso. Ogni fotogramma è un quadro a sé. La messa in scena, che prende le mosse dalle marionette giocattolo del Teatro Magnetico di una volta, – con Pierrot e il Diavolo che si confrontano lungo un viaggio allucinato sulla superficie lunare, è restituita con immaginosa creatività. Il linguaggio visivo adottato è quello della tecnica dello stop motion ibridato con brani video e animazione.

Il testo, com’è noto, è del 1848, del poeta simbolista belga Albert Giraud. Perché oggi due artisti come Kaufmann e Noppes abbiano voluto confrontarsi con la terrificante modernità di Schoenberg è chiaro: tutto il Pierrot lunaire non è altro che sguardo sull’anima, affondo psichico, impatto retinico di note musicali, capacità di coniugare vista e udito attraverso la spettrale visione di fantasmi interiori. Pierrot, in bilico tra la discesa nel gorgo emozionale e la ricerca di un equilibrio, incarna la ricerca del senso che deborda dalla sua significazione, il significato che si acquista solo come forma di trascendenza, come fuga in avanti del senso direbbe il filosofo Emmanuel Levinas. Il perfetto montaggio (della brava Annalisa Urti), il ritmo, le inquadrature e lo scorrere coloratissimo delle immagini, una scenografia dell’anima e la capacità di disporre le statuine del Teatro magnetico e di costruire con loro una narrazione efficace: questo e altro, fanno del film di Kaufmann e Noppes un’opera intensa e un’esperienza visiva potente, molto lontana dal frusto citazionismo della post modernità. «Lavorare insieme a Kaufmann è stato molto bello, abbiamo scoperto una dimensione di leggerezza straordinaria. Due artisti che lavorano in tandem sono molto di più di una mera somma di 1+1: si innesca un processo creativo molto potente. Mi interessava lavorare sulla portata innovativa e sul contenuto del Pierrot di Schoenberg, riflettere sul fare dell’artista: in fondo, Pierrot è proprio questo. Senza contare che il digitale sta cambiando il mondo espressivo e sociale e per questo è così interessante», spiega Katja Noppes. «Il film Pierrot lunaire è realizzato da due pittori che per la prima volta hanno fatto un lavoro a quattro mani, in video», spiega Elisabetta Longari curatrice. «È un linguaggio nuovo, una prosecuzione della pittura visiva condotta su un bellissimo libretto di Schoenberg. Un’opera visionaria». Sarà possibile vedere il film il 22 settembre 2016, alla Galleria Mimmo Scognamiglio, via Goito 7, Milano,
www.galleria.mimmoscognamiglio.com