Il filo dimenticato

Arte

di Ester Moscati

Alice Werblowsky (foto Joel Valabrega)

«Capita nella vita. Guardi 99 volte una cosa e solo alla centesima la vedi davvero. L’idea del progetto Il filo dimenticato nasce un po’ così, da una serie di circostanze che si sono sommate e mi hanno aperto gli occhi». Alice Werblowsky racconta con passione, quasi con ardore il concepimento di un’idea oggi ancora in gestazione, che diventerà una mostra, originale e unica, nel carcere di San Vittore a Milano, in occasione del Giorno della Memoria 2013.

«A Parigi sarò passata mille volte per quella via piccola e stretta che porta a Montmartre. E avrò guardato l’ingresso della scuola. Ma solo quel giorno l’ho vista. Quel giorno c’era una guida che in strada, davanti all’edificio scolastico, spiegava agli studenti la storia dei bambini ebrei deportati da quelle aule, che finirono al Vélodrome d’hiver e poi nei lager. Qualche giorno dopo ho trovato, in un negozietto di bric à brac, una scatola da cucito che mi ha incuriosita. La merciaia mi ha raccontato che era appartenuta a una donna ebrea, poi deportata con la sua famiglia. Non l’ho comprata, mi sembrava un’eredità troppo pesante. Ho chiesto solo di prenderne alcuni fili da ricamo». Questo momento segna il punto di partenza de Il filo dimenticato. 1943-1945. Gli Anni bui di San Vittore, un’inedita mostra di opere cucite a mano dalle detenute del carcere milanese su disegni di Alice Werblowsky, all’interno del IV raggio della Casa Circondariale San Vittore. Proprio nel Raggio dove furono rinchiusi in un primo momento gli ebrei, poi trasferiti al V Raggio prima di essere mandati nei campi di sterminio. «Poco dopo – continua Alice – mi è capitato di conoscere una signora la cui figlia era morta di tumore. Era un’appassionata di ricamo e la madre mi ha dato altri fili, che usava la figlia. Così mi sono messa a cucire».

Alice Werblowsky fa poi un altro incontro fondamentale, con Jean Blancheart, gallerista milanese e vice direttore dell’A.M.A.T.A – Associazione degli Amici del Museo di Tel Aviv, che ha appoggiato fin dal principio l’iniziativa. «Il suo bisnonno, Ernesto Reinach, ottantanovenne, fu il più anziano deportato dall’Italia, ed era stato detenuto a San Vittore. Morì di stenti sul treno per Auschwitz. Ho fatto vedere a Jean i miei lavori di cucito; mi ha raccontato del suo bisnonno e mi ha incoraggiata a proseguire». Ma come si arriva a San Vittore? «Molti milanesi non conoscono la sua storia e il suo ruolo di campo di internamento. Ho parlato con la direttrice del carcere Gloria Manzelli, che è stata disponibile a rendere possibile la realizzazione del progetto, aiutandomi in ogni modo».

Così Alice ha incontrato le detenute, insieme con lo storico Antonio Quatela, che ha scritto un libro su San Vittore negli anni della guerra. Quatela ha raccontato alle recluse le storie di orrore e coraggio, di tradimento e abnegazione che, in quelle celle, hanno salvato o condannato gli ebrei milanesi, per i quali il carcere è stato la faccia più crudele del regime fascista e per molti il primo assaggio della follia nazista. «Abbiamo subito pensato di coinvolgere anche le detenute Rom, proprio per il comune passato di vittime del nazismo. Ci siamo accorte che molte non sapevano nulla delle persecuzioni subite dal loro popolo. Ci hanno poi spiegato che la morte è spesso rimossa; nella loro cultura, non c’è il culto della memoria come per gli ebrei. E così anche per loro questo progetto è stato un riappropriarsi della propria storia».

Alice ha parlato alle detenute Rom con l’aiuto dell’attrice e regista Djiana Pavlovic, che è riuscita a motivarle e a trasmettere un grande entusiasmo a tutte loro, per creare qualcosa che raccontasse ciò che è stato dimenticato. Alla fine, sono state molte quelle che hanno chiesto di collaborare alla realizzazione dei pannelli di tela ricamata per la mostra. «Molte non sapevano neppure cucire – racconta Alice -. Io ho elaborato i disegni di base, ma poi le detenute hanno aggiunto del loro, ognuna con il suo particolare punto, chi più lungo, chi più serrato. Una ha voluto dedicarsi solo alla staccionata. Le ragazze Rom aggiungono maggiori dettagli, perline, orecchini. E soprattutto si impegnano sugli occhi, espressivi, intensi. Una di loro, in ricordo del nonno, ricama cavalli e carri, come per una partenza improvvisa. È un progetto densissimo; non avevo mai lavorato né con le Rom né con le detenute in generale. Mi sono affezionata, sono molto coinvolta a livello emotivo. Lavoriamo tutte insieme nella biblioteca del carcere. Si è creato un clima di convivenza, bellissimo. C’è integrazione, come è difficile che solitamente accada tra le rom e le altre detenute in carcere».

L’esposizione sarà composta da venti opere, alcune eseguite sulle stesse lenzuola del carcere. Raccontano drammatici episodi accaduti a San Vittore tra il ‘43 e il ‘45, con il tratto di Alice Werblowsky e ricamati a punto filza da ventidue detenute: Sabina, Sanela, Nadica, Susanna, Malena, Razja, Patricia, Taide, Sara, Elisabetta, Mariangela, Lidia, Loredana, Annamaria, Claudia, Cristina, Sarioska, Loredana, Rosa, Isabella, Paola, Katia, in tre mesi d’intenso lavoro.

Si racconterà in questo modo inedito come le SS trasformarono uno dei più conosciuti istituti di pena in un vero campo di internamento, nel quale furono reclusi in condizioni disumane centinaia e centinaia di ebrei e detenuti politici. Al loro arrivo nel penitenziario, gli ebrei non venivano registrati con nome e cognome ma solo con la lettera E seguita da un numero (E1, E2, E3…): niente più identità, isolamento totale. Subirono torture, stupri e violenze.

Del primo gruppo di 600 adulti e 40 bambini partiti da San Vittore il 6 dicembre ‘43 con destinazione Auschwitz-Birkenau, tornarono solo 14 adulti e una ragazzina di 13 anni: Liliana Segre. In due anni, i convogli in partenza da San Vittore verso i campi di sterminio e di transito furono complessivamente 15.

La mostra racconta anche alcuni episodi di grande umanità, come la storia di Andrea Schivo, la guardia di San Vittore che di nascosto diede da mangiare ai bambini. Scoperto, fu mandato nel campo di Flossenburg dove trovò la morte. Oggi Andrea Schivo è un Giusto tra le Nazioni nel Giardino dei Giusti dello Yad Vashem a Gerusalemme. O come la storia di Giuseppe Grandi, il giardiniere che aiutò le famiglie di ebrei a raggiungere la Svizzera. Arrestato, fu portato a San Vittore e poi mandato a Buchenwald, in Germania, dove morì. O ancora, quella di suor Enrichetta Alfieri, “l’angelo di San Vittore” che, nascosti nelle sue maniche, portava fuori dal carcere alle famiglie dei prigionieri i messaggi, chiamati in codice “le farfalle”. Scoperta dai tedeschi, fu rinchiusa per settimane in una cella buia nei sotterranei del carcere. La mostra racconta anche lo sterminio delle popolazioni Rom perpetrato dalle SS in molti Paesi; per ricordarlo, sei detenute Rom hanno realizzato un pannello della mostra. Il filo dimenticato 1943-1945 Gli anni bui di San Vittore, è stato realizzato con la collaborazione storica di CDEC, Memoriale della Shoah, Saman, A.M.A.T.A., Gariwo. Una delle opere sarà donata al Memoriale della Shoah – Binario 21.

Dopo la permanenza a San Vittore, la mostra sarà trasferita negli spazi della Energolab, in via Plinio 38, da domenica 3 febbraio a domenica 10 febbraio 2013. Per visitare la mostra presso la Casa Circondariale di San Vittore (24-27 gennaio 2013) è obbligatoria la prenotazione entro il 15° giorno precedente, all’indirizzo mail: ilfilodimenticato@saman.it. Nel testo di prenotazione occorrerà inserire i propri dati anagrafici completi e per accedere alla mostra sarà necessario esibire un documento di riconoscimento.

IL FILO DIMENTICATO, 1943-1945, gli anni bui di San Vittore, dal 24 al 27 gennaio 2013 nell’ambito del Giorno della Memoria, presso il IV raggio della Casa Circondariale San Vittore, Piazza Gaetano Filangieri 2 Milano. Prenotazione obbligatoria 15 giorni prima dell’evento: ilfilodimenticato@saman.it – www.facebook.com/



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