
Durante questa festa solenne celebriamo la capacità di resistere e di ricostruire il nostro mondo di volta in volta, nel solco di un destino comune. Come stanno facendo i kibbutzim del sud di Israele, devastati dai massacri del 7 ottobre 2023. «Durante la prigionia a Gaza cantavo a squarciagola l’Hatikvà. Voleva dire “non mi piegherete”», ci racconta Gadi Moses, 82 anni, rapito dal Kibbutz Nir Oz e ostaggio della Jihad Islamica per 482 giorni. Fra i fondatori della sua comunità, oggi è impegnato a farla risorgere: un esempio della forza e del rinnovamento di cui
il popolo di Israele è capace, di generazione in generazione. «Ma per ricostruire la società ferita c’è anche bisogno dell’aiuto di tutti gli ebrei e gli amanti di Israele»
Cara lettrice, caro lettore,
l’uomo che vedete in copertina è Gadi Moses, l’unico israeliano over 75, su 10 presi in ostaggio, a sopravvivere al rapimento da parte di Hamas il 7 ottobre 2023. Ostaggio a Gaza per 482 giorni, “ceduto” alla Jihad Islamica, dopo dieci diversi luoghi di detenzione, torture psicologiche e privazioni, è stato liberato il 30 gennaio 2025. «Sono riuscito a mantenere la mia dignità di essere umano. E da quando sono stato liberato, quello che mi dà forza è la solidarietà e l’amore che ricevo».
Lo abbiamo intervistato perché è un esempio della riflessione che vogliamo proporre ai nostri lettori con questo numero di Bet Magazine, che si apre con il commento di Rav Alfonso Arbib sulla festa di Shavuot.
È il momento dell’anno in cui celebriamo la capacità di resistere e di ricostruire il nostro mondo, il nostro comune destino. Rappresenta la forza di rinnovarsi, mantenendosi fedeli a se stessi e al patto del Sinai, il “dono della Torà”, di cui il popolo di Israele è capace, ledor vador. Dopo il lutto e l’elaborazione del dolore, viene il momento di trarne insegnamento, andare avanti e ricostruire la nostra vita, materialmente e nello spirito. È quello che stanno facendo nei kibbutzim devastati il 7 ottobre: tolgono le macerie e ricostruiscono case e speranze, luoghi e anime. Certo, con profondo dolore, ma lo fanno per guardare a un nuovo domani.
“Resilienza”: una parola di cui si è forse abusato ma che, mutuata dalla fisica (è la facoltà dei corpi di riprendere la propria forma dopo un urto, senza spezzarsi), è fortemente simbolica di questa capacità umana di adattarsi alle avversità senza uscirne spezzati, irrecuperabili.
Ma c’è un aspetto che non dovremmo mai dimenticare: c’è un limite alla sopportazione, ed è la dignità, come dimostra bene la testimonianza di Gadi Moses. Questo limite ce lo troviamo di fronte in diversi momenti della nostra vita e il più eclatante, simbolico e per certi versi inquietante, lo abbiamo vissuto pochi giorni fa, il 25 Aprile.
Quest’anno era Shabbat, quindi la Comunità non ha potuto partecipare con una delegazione istituzionale. Ma ormai da qualche anno la celebrazione della Liberazione è completamente stravolta, tanto che i palestinesi, eredi del Gran Mufti alleato di Hitler, chiedono, anzi pretendono, di sfilare in testa al corteo.
Ci stiamo abituando al fatto di poter partecipare, come ebrei, alla manifestazione solo con un triplo cordone di sicurezza, un “nuovo ghetto”. Ma che “Liberazione” è?
Pur ringraziando le forze dell’ordine per questa protezione, dover sgusciare fuori dal corteo prima di arrivare in piazza Duomo – come richiesto dalla Digos – è una umiliazione incompatibile con i valori stessi del 25 aprile. Nel CLN di Milano tra i cinque leader, due erano ebrei, Emilio Sereni e Leo Valiani. Gli altri erano Alfredo Pizzoni, Luigi Longo e Sandro Pertini. Quindi lì è il nostro posto. “Un apporto costitutivo, non un contributo”, così la storica Liliana Picciotto descrive la partecipazione degli ebrei alla Resistenza italiana. Quindi, perché dobbiamo accettare di essere ghettizzati, emarginati, attaccati il 25 Aprile?
Rinnovarci, adattarci alle avversità; ma, come ci insegna Gadi Moses: «Dopo che mi avevano già detto che pochi giorni dopo sarei stato liberato, mi hanno portato in un cimitero davanti a una tomba aperta. Ero circondato da giornalisti, telecamere e terroristi con i mitra addosso. E lì ho realizzato che il loro obiettivo era farmi crollare e vedermi piangere. Ma io non potevo dare loro questa soddisfazione». Ecco, la dignità è il limite invalicabile, che dovremmo avere costantemente di fronte a noi. E che non siamo disposti a superare. Mai.
La redazione



