Dipingere in yiddish. Perché la mostra di Chagall al Mudec è imperdibile

Arte

(Nella foto Marc Chagall, Interno di una sinagoga a Safed, 1931, Olio su tela (Photo © The Israel Museum Jerusalem, by Avshalom Avital – ©Chagall ®by S.I.A.E. 2022)

di Michael Soncin
Le sue opere impreziosiscono il cielo di Parigi, con il soffitto della famosa Opéra Garnier; l’arcobaleno di Gerusalemme, con le vetrate attraversate dalla luce, della Sinagoga di Hadassah; ed ora con il suo Shtetl itinerante a Milano, in un’esposizione che raccoglie il lato più intimo e caratterizzante. Una volta varcato l’ingresso sarà come entrare letteralmente in una fiaba dell’ebraismo, trasportati da una macchina del tempo, nelle musiche, nei luoghi e nel periodo in cui visse. Marc Chagall. Una Storia di due mondi presenta oltre 100 lavori del poliedrico artista, dall’Israel Museum di Gerusalemme, donati soprattutto dalla famiglia e dagli amici, visibili fino al 31 luglio 2022 presso il Mudec di Milano.

Gli oggetti liturgici askenaziti raffigurati nei suoi quadri 

Acqueforti, acquarelli, gouache, inchiostri, stampe, oli e pastelli a cera. Molti disegni e diversi dipinti, probabilmente i meno noti, analizzati attraverso una nuova visuale: immergendo direttamente la sua produzione nel contesto culturale ebraico di appartenenza. Il Siddur, il calice per il Kiddush, lo Shofar, il dreidel, i tefillin, il rotolo di Ester, sono solo alcuni degli oggetti liturgici esposti, spesso raffigurati nei suoi lavori; manufatti degli ebrei ashkenaziti dell’Europa Orientale, utilizzati durante i riti religiosi. Li ritroviamo in particolare nelle illustrazioni per i libri dell’amata moglie Bella o per le stampe che lui realizzò negli anni ‘20 in Ma Vie, l’autobiografia scritta in lingua russa. 

Le sue radici affondano nella nativa Vitebsk, città ebraica, una volta dell’Impero Russo, oggi Bielorussia. Ed è lì durante la giovane età che la sua mente assorbe quelle che diverranno le fondamenta del suo particolarissimo mondo simbolico, che più lo contraddistingue e lo rende unico nel panorama artistico; e che è molto probabilmente ragione di un grande successo che sembra non vedere tramonti. Così diceva: “Io sono un piccolo ebreo di Vitebsk. Tutto ciò che faccio, tutto ciò che sono, altro non è che il piccolo ebreo di Vitebsk/Se non fossi un ebreo, non sarei un artista, o quanto meno non sarei l’artista che sono ora”, diceva Chagall. 

Esposizione – Gli oggetti liturgici – foto allestimento @CarlottaCoppo

La sinagoga di Safed, da un viaggio nel 1931 nell’attuale Israele

Nel 1931 durante la sua prima visita assieme alla moglie e alla figlia Ida, nella Palestina di allora, Chagall dipinse il quadro del tempio sefardita Ha’Ari dedicato a Rabbi Isaac Luria: Interno di una sinagoga a Safed, un olio su tela, di 73x 92 cm. Situata nel nord di Israele, la vecchia città di Safed è considerata un posto di mistici e cabalisti. Come riportano le fonti risalenti al 1522, si tratta del più antico edificio di culto cittadino. Secondo il pittore stesso, fu proprio il primo viaggio in Eretz Israel a lasciargli le emozioni più intense. Nei primi tre mesi, lavorò senza sosta raccogliendo le sue idee su Gerusalemme, Tel Aviv e Safed. Realizzò più versioni della sinagoga Ha’Ari, esistente ancora oggi e non molto diversa da come la trovò Chagall. «La tela è dominata da una luce azzurro pallido, indicativa della forte luce solare che entra nell’edificio, interrotta solamente dal colore rosso bruno delle tendine dell’Armadio della Torah, e dei motivi floreali nelle due vetrate visibili. Questo è uno dei pochi quadri in cui Chagall ritrasse un luogo realmente esistente e pertanto può essere considerato un “documento”», riporta il volume della mostra. “Qui egli ricorre ai colori e alla distorsione spaziale per creare un senso di spiritualità”. 

Chagall al cavalletto durante la visita in Palestina, 1931 – © Archives Marc et Ida Chagall, Paris

Dipingere in Yiddish: tra figure capovolte e sospese nel cielo 

Lo yiddish non è solo una lingua, è una cultura, un modo di essere, di sentire, di gesticolare, e di dipingere. Ecco perché si potrebbe dire che Chagall dipingeva in yiddish. Ma in che senso? «Lo yiddish era la sua lingua madre, la mamaloshen. Era il vernacolo utilizzato dagli ebrei dell’Europa dell’est, per poter comunicare senza contaminare la lingua della Torah, l’ebraico. Lo conosceva molto in profondità, ed era in grado di utilizzarne gli idiomi, le frasi, i detti, declinandoli nelle sue opere», ha detto a Mosaico Bet- Magazine Ronit Sorek, curatrice della mostra, responsabile delle stampe e dei disegni dell’Israel Museum di Gerusalemme. «Certamente – continua Sorek – una volta spiegato si può comprendere, ma bisognerebbe capire lo yiddish per capire le sue opere nella sua interezza, nel suo pieno significato. I suoi lavori sono pieni di molti segreti. L’espressione fardrei kop significa “testa ritorta”; i suoi dipinti con la figura umana capovolta sono la coniugazione visiva di queste parole. Con l’immagine capovolta, sottosopra, indice di disorientamento e confusione, Chagall, vuole rappresentare i sentimenti di lui giovane artista, nostalgico del luogo d’origine, all’avventura nelle grandi città come San Pietroburgo, Berlino e Parigi». Ci sono poi altri soggetti ricorrenti in Chagall, sospesi nell’aria. «L’immagine degli innamorati – continua ancora Sorek – che fluttuano nell’aria è un altro esempio yiddishista. Se da una parte questa sospensione è una metafora della gioia dell’amore, dall’altra rimanda alla frase luft yidn, “ebrei d’aria”; poichè durante l’Impero Russo, non era permesso agli ebrei di possedere terreni ed erano obbligati a lavorare come venditori ambulanti. Ma su questo significato dello stare sospesi in aria, ci sono molti altri diversi significati, spiegati anche nei testi del catalogo». Si può ben comprendere che “per lui lo yiddish, serviva anche a preservare la sua “yiddishità” – la cultura cui aveva attinto nello Shtetl e per la quale si strusse tutta la vita”. Era molto più di una lingua, costituita da espressioni uniche, fatte molto spesso di un umorismo dolce-amaro. 

Maestro dell’armocromia dell’arte

Chagall (1887-1985) nato 135 anni fa, è oggi uno degli artisti più conosciuti e apprezzati, che gode di una notorietà in continuo crescendo, dovuta al fatto di una permeabilità di lettura delle sue opere su più livelli in grado così di abbracciare un pubblico eterogeneo. “Probabilmente rimane ineguagliato nell’abilità di tradurre il colore in un mezzo esclusivamente bianco e nero, mantenendo le gradazioni dei toni. Un maestro della linea e della superficie, oltre che un eccellente colorista. Dal bianco e nero al colore, esploso durante l’arrivo a Parigi, in colori vivaci e in immagini ricche ed evocative, ora malinconiche ora gioiose”. 

Ronit Sorek, Marc Chagall. Una storia di due mondi. Dalla collezione dell’Israel Museum di Gerusalemme, edizioni 24 Ore Cultura, pp. 252, 32,00 euro. – Catalogo della mostra 

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