ALERT, alle radici della paura. A Torino una mostra di Michal Rovner

Arte

di Viviana Kasam
Un inquietante sciacallo dagli occhi vuoti, bianchi, senza pupille, fissa lo spettatore, e poi ruota lentamente il muso. Evocando un senso di paura e di allerta, facendo riemergere energie primitive e la notte che abita il nostro inconscio.

Dietro di lui, migliaia di minuscole figurine nere si muovono in file disordinate, camminano senza una meta visibile, virgole di umanità.

Alert, l’installazione di Michal Rovner presso la Fondazione Merz a Torino, che chiuderà il 29 gennaio prossimo, è un’opera possente, che sorprende, commuove e suscita interrogativi profondi. Chi è lo sciacallo, l’altro che ci minaccia, o noi con i nostri istinti aggressivi nei confronti dei  diversi? E chi sono e dove sono dirette quelle briciole umane che camminano con moto incessante? Immigrati? Profughi? Deportati? O siamo semplicemente noi, che ci crediamo padroni del mondo, ma in realtà siamo fragili formiche  che si agitano senza sosta?

Queste piccole figure (esseri umani filmati e poi elaborati al computer) sono la cifra dell’opera di Michal Rovner, sin da quando nel 2014 presentò la sua installazione alla Biennale di Venezia: un grande cubo all’interno del quale, su tutte le pareti, erano proiettate figurine nere in cammino -e molti le interpretarono come una metafora della Shoah.

Ma l’artista non ha mai voluto dare una lettura univoca del suo lavoro. “Ognuno deve dare la sua interpretazione -spiega. L’opera d’arte si ricrea ogni volta, nel rapporto con chi la guarda e la sente risuonare dentro di sé!”

Michal Rovner (foto credit Jordan Polevoy)

Nel caso di Alert, allarme, una spiegazione Michal Rovner la offre. “Era il 2016 -racconta- e cominciava quella grande ondata migratoria che tanto preoccupò l’Europa. Volli sperimentare di persona quella paura, che è poi la paura del diverso, dello sconosciuto, dell’ignoto che ci circonda e ci minaccia, dell’altro-da-noi”.

L’artista, che vive in campagna tra Gerusalemme e Tel Aviv, decise perciò di appostarsi di notte per incontrare gli sciacalli, che sentiva spesso ululare intorno a casa. E lo sciacallo apparve, anzi, una sciacalla, che si sedette accanto all’artista come a chiedere -o a offrire- protezione. “Tornò sera dopo sera, e mi faceva la guardia, scacciando gli altri sciacalli che sentivo muoversi intorno. Pensai che fosse una divinità protettrice, l’Anubi che gli egiziani rappresentano con la testa di sciacallo,  e che segna il passaggio tra la vita e la morte -Anubi ha il compito di accompagnare i defunti nel’Oltretomba e di pesarne il cuore per decidere se sono degni di entrare nell’Aldilà”.

E dunque Michal Rovner ha richiesto il totale cambiamento degli spazi espositivi della Fondazione, trasformandoli nella metafora di un grande tempio , con quel gigantesco sciacallo che ci impaurisce, ma forse ha paura lui stesso, vive, come tutti gli animali selvatici,  in costante pericolo e costante vigilanza.

L’installazione rievoca anche i dipinti rupestri, che forse rappresentavano lo stupore degli uomini primitivi davanti alla meraviglia del creato, ma avevano la funzione di esorcizzare la paura, riducendo l’irrazionale a una dimensione tangibile. “Nel mio primo incontro con gli sciacalli, ho avuto l’impulso di realizzare un dipinto rupestre. L’ho chiamato Anubis. Riprendendo il tema qui, alla Fondazione Merz, volevo che l’opera  fosse parte del luogo, che si proiettasse sulle pareti esposte, con i segni e le macchie, che rimanesse grezza così com’è, una sorta di Arte Povera, ma anche una specie di affresco in movimento. Il sito e i muri portano con sé i residui del tempo e della storia del luogo, e a questo ho aggiunto un altro strato di tempo passato e attuale”.

L’opera dell’artista israeliana ci fa riflettere sulla crisi del dislocamento, sulla massa di umanità in movimento che sta attraversando il mondo intero e che, secondo UNHCR quest’anno ha superato la soglia dei 100 milioni di persone, un’esperienza dove il confine tra l’esistenza e la sparizione è fragile e impreciso.

Rovner dice: “Parto sempre dalla realtà, raccogliendo o registrando cose dalla realtà, ma cancello sempre molti dettagli, dettagli identificativi. Non cerco di ignorare o di allontanarmi dalla realtà, ma di rilevare qualcosa che si trova sotto i dettagli, sotto la storia”.

Come ha magistralmente spiegato  David Grossman, il grande scrittore israeliano, “il lavoro di Michal Rovner è l’essenza dell’esilio, del rifugiato, ma anche del progresso, della ricerca e della scoperta. In questo flusso quasi magico di tempo in tempo, di cultura in cultura, in questo processo che è il respiro vivente, improvvisamente sentiamo: siamo noi. Siamo di passaggio. Siamo andati via. È così che le generazioni future ci ricorderanno o, quasi certamente, dimenticheranno”.

(Foto credit: Andrea Guermani)