A Child Is Born in Bethlehem: una mostra che ha discutere

Arte

di Redazione

A Child Is Born in Bethlehem : una mostra che ha discutere. L’associazione Italia-Israele: «Prima di ospitarla  bisognava fare una seria riflessione»

A Child Is Born in Bethlehem è il titolo della mostra fotografica in corso (4 – 19 settembre) che si svolge a Palazzo Oddo, situato nel centro storico di Albenga, dell’anonimo artista-attivista Cake$. Si tratta, come si legge in un post della pagina FB di Palazzo Oddo – di un artista «che dopo più di 300 opere realizzate a Betlemme, espone per prima volta il suo lavoro in una mostra curata da Zayna Al-Saleh, mercante d’arte, curatrice, attivista e giornalista anglo-palestinese, e dal giovane collezionista e curatore Lorenzo Sibilla».

 

La locandina, che raffigura l’immagine di Gesù Cristo crocefisso su un F35, ha suscitato le immediate reazioni di Cristina Franco, presidente Italia Israele di Savona; Bruno Gazzo, presidente Apai Italia Israele di Genova e Maria Teresa Anfossi, presidente Italia Israele di Ventimiglia. Ecco le loro dichiarazioni in un comunicato apparso su Savona News che riportiamo di seguito:

 

«A Palazzo Oddo in Albenga è ospitata per alcuni giorni la mostra A Child Is Born in Bethlehem, definita un’esposizione a favore del popolo palestinese. La locandina propone l’immagine, discutibile (e sicuramente anche di più per chi è credente), di Gesù Cristo crocefisso su un F35 nonché l’elenco degli ideatori. Fra questi, Anwar Hadid e Roger Waters, le cui parole ed azioni sono state giudicate apertamente antisemite, fra gli altri, dal Simon Wiesenthal Center Against Antisemitism e dall’Osservatorio Italiano contro l’Antisemitismo».

 

«Quanto ad Hadid modello e figlio di un magnate immobiliare palestinese – prosegue la nota – basta aprire Internet per trovare espressioni, nuovamente, condannabili. A parte l’uso poco ortodosso delle immagini di Maria e di Gesù Cristo, l’esposizione propone un messaggio fortemente provocatorio e di istigazione all’odio verso lo Stato di Israele, l’unica democrazia in Medio Oriente, cui l’Italia è legata, e soprattutto la Liguria, da profonda amicizia. Perché l’ossessiva riproposizione di dipinti aventi ad oggetto bambini colpiti da bombe o missili non può che indurre al risentimento e all’odio verso chi è indicato come responsabile. Odio verso lo Stato di Israele e i suoi cittadini che, con automatismo ormai assodato, innesca nuove fiammate di antisemitismo. Mettere sul banco degli imputati una sola parte e, con la scusa di “scuotere le coscienze” proporre una visione a senso unico dove da una parte ci sono solo assassini e dall’altra solo vittime non potrà mai aiutare la causa di nessuno. Il miglior modo per fare un servizio alla causa palestinese o comunque, meglio ancora, alla distensione e alla pace in Medio Oriente è quello di favorire il dialogo e l’incontro fra culture, un metodo che ha sempre dato i suoi frutti».

 

«Per non dire – si legge nel comunicato – che questo tipo di esposizioni sono spesso finanziate da discutibili fondi qatarini o iraniani. Sull’opportunità di ospitare questa mostra si sarebbe dovuta fare quindi una seria riflessione. In un periodo storico in cui, purtroppo, l’antisemitismo sta prepotentemente riproponendosi (mai è scomparso ma assume oggi nuovi e inquietanti toni e contenuti) attenzione, prudenza e sensibilità particolare sono richieste ad amministratori locali, media e politica».

 

Infine, «l’Italia e prima ancora la Liguria hanno adottato la definizione operativa di antisemitismo dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto, dichiarando fermamente l’impegno a combatterlo e non si possono fare passi indietro».

 

Conclude la nota: «leggiamo poi su media locali che gli organizzatori giorni fa hanno denunciato “un’aggressione nazifascista gravissima”: un sessantenne avrebbe fatto domande sempre più provocatorie, criticando con toni aggressivi la mostra e costringendo così l’artista ad andarsene “per non dover rispondere in modo scortese”. Ora, pur invitando a rammentare (per non sminuirne il disvalore) cosa fossero le aggressioni nazifasciste, se il fatto è effettivamente avvenuto e se si è trattato di qualcosa di più delle veementi domande provocatorie di un sessantenne solo, allora spiace molto. Ma a prescindere dalle ombre della mostra, dalla sua opportunità e dalla presunta aggressione, una conseguenza immediata la notizia sui media l’ha avuta: i social si sono scatenati, comunque, contro gli Ebrei (e se fosse cattolico questo sessantenne?). Che poi anche dare del nazifascista a un ebreo è la più grave e intollerabile ingiuria».