Informazione-Israele: perché è così difficile dire la verità

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Una giornata di studio con il Bené Berith.

Vivere in un paese occidentale, pluralista e multietnico; avere la possibilità di informarsi con estrema facilità e quasi in presa diretta su quanto accade nel mondo; “serviti” e “riveriti”, per non dire “imboccati”, dalla televisione, dai giornali, dalla radio e da internet.
Ma non basta: c’è chi preferisce abbonarsi ad un servizio di sms, per avere in tempo reale le news a portata di cellulare e chi si accontenta di guardare il telegiornale, mentre attende il treno in metropolitana. Insomma: tanta informazione, ma nella carrellata di dati, notizie e flash, riusciamo ancora a distinguere il vero dal falso, la verità degli accadimenti dalla menzogna?
È attorno a questo argomento che si è svolta, al Circolo della Stampa il 10 maggio, una giornata di studi, promossa dal Bené Berit ,con la partecipazione di giornalisti come Marco Reis, docente di Comunicazione presso l’Università degli Studi di Torino, Angelo Pezzana, scrittore, intellettuale e colonna portante, insieme a Emanuel Segre, del portale Informazionecorretta, Philippe Karsenty, al cui coraggio si deve il merito della scoperta del più sconcertante caso di falsificazione mediatica dell’ultimo decennio e molti altri ancora.

Marco Reis: l’inganno delle immagini

“Sfogliando il giornale o guardando la TV, vi siete mai chiesti se le immagini che osservate sono vere o manipolate?”, attacca Reis. Una lezione, come lui stesso racconta, “frutto di un intenso e faticoso percorso di studio, nato qualche anno fa, un po’ per caso, da una distaccata lettura dei fatti mediorientali, in particolare riguardanti Israele, che mostravano già quello che sarebbe poi diventato il consolidato cliché del “povero palestinese inerme che piange e del feroce esercito israeliano”.
“Il pericolo della cattiva informazione esiste, non si può certo negarlo”, spiega, “Ma è possibile arginarlo e combatterlo con un po’ d’astuzia, chiavi di lettura e consapevolezza”.
In primo luogo c’è da dire che il giornalismo si muove su tre canali preferenziali, che sono creare false paure (è il caso, ad esempio, dell’influenza suina o dell’aviaria), peccare di servilismo verso il potere, inventare storielle ad artem che, andando a colpire l’emotività della gente, rendono l’informazione più “vendibile”. Aggiunge Reis: “Detto ciò, dobbiamo renderci conto che spesso noi vediamo poco e interpretiamo molto”. L’immediatezza comunicativa e la grande capacità persuasiva delle immagini agiscono direttamente sulla nostra emotività, ci portano ad “entrare dentro il film”, cioè nella realtà fittizia che ci troviamo davanti, a “sragionare” e, sull’onda del nostro istinto gregario, a trarre errate conclusioni, in quella che si chiama “doppia realtà simmetrica”.
“Ebbene”, riprende Reis, “di tutte le forme di informazione, quella basata sulle immagini è la più ingannevole, sebbene essa appaia più reale, imparziale ed indipendente. Si tratta infatti di una realtà, quella che le fotografie e i video ci raccontano, che passando attraverso l’emotività di chi le ha scattate e l’occhio di chi la osserva, possono essere fraintese o mistificate. Ma non solo: queste possono essere addirittura totalmente falsificate con l’ausilio di qualche astuzia tecnica: nascondere un fatto, un particolare, usare foto sbagliate, mescolare fatti distinti, ritoccarle… L’utilizzo mediatico dell’immagine infatti”, conclude, “non soltanto è la riprova di quanto l’informazione sia spesso soggettiva, ma del fatto che essa può diventare un abile e subdolo strumento di mediazione del reale”.

Philippe Karsenty: Il caso mediatico “Al-Doura”

Il caso Al-Doura è forse il più eclatante esempio di falsificazione giornalistica ad oggi smascherato.
Stiamo parlando delle immagini della morte di Mohammad Al-Doura, il bambino palestinese icona del martirio durante la Seconda Intifada. A Netzarim, il 30 settembre del 2000, sarebbe stato “ferocemente massacrato da un’incessante fuoco israeliano”. Come tutti si ricorderanno, quelle immagini fecero il giro del mondo e suscitarono sgomento, risentimento e in molti casi anche odio verso Israele.
Ma se da un lato il mondo prendeva come insindacabile verità la versione fornita dal celebre reportage di 59 secondi trasmesso da France 2, c’è stato chi, come Philippe Karsenty, presidente di Media Ratings (gruppo che controlla la qualità dell’informazione), è andato invece alla ricerca della verità dei fatti, perché troppi erano gli interrogativi che emergevano dall’analisi del filmato. Karsenty non si è mai dato pace, finché ha smascherato l’inganno.
Furono anni di azioni legali contro l’emittente francese, dal 2004 al 2008, perché sia l’opinione pubblica che quella dei tribunali sembravano sorde e mal potevano digerire e accettare un simile caso di grave falsificazione mediatica. Non sarebbe però stato difficile capire già allora, nonostante le affannate scuse dell’esercito israeliano, che Mohammed Al-Doura non era stato affatto ucciso in quella circostanza e che si trattava piuttosto di una sequenza studiata e girata neanche troppo sapientemente, con il solo scopo di accrescere l’odio verso Israele e giustificare quei primissimi giorni di “Guerra Santa”, mentre sull’onda del terrorismo suicida, si faceva sempre più debole la possibilità di riprendere gli accordi di Oslo.
Dopo le prime verifiche, Israele aveva dimostrato, già nel 2000, con dovizia di particolari, che il piccolo Al-Doura e il padre erano nel raggio di tiro dei cecchini palestinesi e fuori dalla portata delle armi israeliane. Ma né France 2, né i media che avevano puntato il dito contro Israele si degnarono di dare spazio a questa notizia.
Non fu dato risalto neppure al fatto che le autorità dell’Anp si erano rifiutate di eseguire l’autopsia sul bambino. Rifiuto inspiegabile, ma solo in apparenza.
Palestinesi e israeliani usano armi diverse, e l’autopsia avrebbe subito svelato il trucco. E ancora: nel maggio del 2003 una rivista americana aveva pubblicato un report in cui dimostrava l’estraneità delle forze armate israeliane circa la morte di Al-Doura.
Ma neppure questo documentato report venne ripreso dagli altri media internazionali.
Gli indizi erano tanti e le controprove sempre più forti, ma la svolta definitiva si ebbe nel 2008, quando il tribunale francese ordinò a France2, di mostrare per intero i 27 minuti del filmato grezzo girato da un cameramen arabo. Il giornalista-star Charles Enderlin, autore del servizio, e il cameramen Talal Abu Rama, si erano sempre rifiutati di consegnare la pellicola. Ed ecco che dalla versione integrale del filmato appare accecante la verità. Alcune migliaia di palestinesi prendono d’assalto il posto di guardia israeliano e l’esercito risponde col fuoco agli assalitori. Il fuoco quindi non è verso gli Al Doura, che sono lontani dall’azione, addossati a un muro. Eppure l’operatore preferisce inquadrare Jamal Al-Doura e suo figlio Mohammed, inermi e spaventati. E così parte la messa in scena. Il bambino che accasciandosi viene dichiarato morto ma che si continua a muovere. I buchi delle pallottole sul muro che non possono essere state sparate dagli israeliani, perché fuori traiettoria. Un falso storico, pur di dimostrare il “massacro delle vittime e dei poveri palestinesi”. Il piccolo Al-Doura non è morto, nemmeno ferito, così come il padre. C’è solo, visibile, un fazzoletto precedentemente imbrattato di “pomodoro” e un’altra macchina da presa, piazzata al posto giusto. Due settimane dopo, due soldati israeliani, in licenza, sarebbero entrati per sbaglio a Ramallah, circondati dalla folla e ferocemente linciati. I loro corpi vennero smembrati e ne fu fatto scempio. La gente gridò che era stata resa giustizia ad Al-Doura.
Una barbarie coperta da un falso.

Biloslavo e Tobagi:
Informazione e verità

Hanno concluso la giornata di studio gli interventi dei giornalisti Benedetta Tobagi e Fausto Biloslavo, che hanno cercato di dare alcune risposte alla contraddizione emersa dalle diverse relazioni presentate all’incontro; ovvero il contrasto tra due parole chiave: “informazione e verità”. Tecnicamente la prima segue la seconda, ma oggi viene da pensare che questi due cardini del giornalismo siano in netto contrasto.
Mitico inviato di guerra malgrado la giovane età, Fausto Biloslavo è diventato celebre a 21 anni, nel 1982: seguiva la guerra in Libano come fotografo ed è stato l’unico ad immortalare il leader palestinese Arafat in fuga da Beirut. La ricerca della verità in contesti pericolosi non gli ha impedito di cercare una via personale e splendida per raccontare le storie, quelle vere, che tanto raramente si vedono in tv o si leggono sui giornali. Biloslavo racconta così come durante l’ultimo conflitto a Gaza, si fosse intestardito a convincere una coppia di palestinesi anziani a raccontare la loro avventura. Testimoni che spesso è difficile persuadere, timorosi di assumersi ulteriori rischi narrando la loro esperienza. Testimoni chiave, che il giornalista serio ha il dovere di far parlare ad ogni costo, perché solo in questo modo si dà voce alla realtà più sfumata, riuscendo a far cadere il sottile confine tra buoni e cattivi.
Ma perché l’informazione corretta è tanto importante? Perché la tentazione di fare sensazionalismo è così forte da arrivare a modificare dettagli fondamentali? Specie poi se la cosa ha il potere di cambiare la Storia? Non dimentichiamoci che un documento falso è spesso l’irrinunciabile pezza d’appoggio di un progetto politico o di comunicazione discutibile. Benedetta Tobagi ha dedicato la sua vita alla cultura della legalità, segnata dalla vicenda che la colpì da bambina, con l’assassinio del padre, Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera e docente universitario, freddato dalle Brigate Rosse nel 1980.Insegnando giornalismo, nei suoi alunni cerca di stimolare la curiosità e la ricerca della veridicità delle fonti, lo spirito critico e la capacità di pensare con la propria testa.

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