Si è parlato di Talmud Torà al Consiglio della Comunità del 5 febbraio

“Nell’ebraismo non esistono diritti ma solo doveri. Le 613 mitzvòt, positive e negative, esprimono i doveri, di fare o di non fare”. Così Rav Alfonso Arbib introduce il suo intervento a proposito del Talmud Torà del Noam. Siamo alla riunione di Consiglio della Comunità ebraica di Milano, martedì 5 febbraio. Tra i punti all’ordine del giorno, la discussione sul Talmud Torà privato, autogestito dal Noam, ospitato nei locali della Comunità, a Scuola. Le regole per iscriversi a questo Talmud Torà prevedono che i bambini siano figli di mamme e papà ebrei. È una regola severa che trova la sua motivazione nella volontà di scoraggiare i matrimoni interreligiosi, considerati una seria minaccia alla sopravvivenza del popolo ebraico.
“Insegnare Torà ai bambini ebrei è un preciso dovere”, continua Rav Arbib. “Ma esiste anche la Tachanat Hakahal, il dovere di riparare, proteggere la Comunità”. Questi doveri di preservare la comunità e la sopravvivenza del popolo ebraico rientrano tra le diverse consuetudini delle diverse edòt.
È una vera lezione di pensiero ebraico e Halakhà, l’intervento di Rav Arbib. Cita il Posek Sutter, che a proposito della prescrizione del Talmud che vieta al Cohen di sposare una divorziata, in un responso dichiara “un Cohen sposato a una divorziata, può recitare la Berachà? No”. Non è un divieto previsto dalla Halachà, ma è una Tachanat Hakahal, è un deterrente, una prassi ammessa e consolidata.
Come è una Tachanat Hakahal, del resto, quella presa anni orsono dalla Commissione Saggi della Comunità che ha ammesso alla scuola ebraica i figli di matrimonio interreligioso in cui la mamma non fosse ebrea, purché ciò avvenisse all’interno di un percorso di conversione del minore. Una decisione presa nell’interesse della Comunità, per sanare una frattura che si era venuta a creare tra i suoi iscritti.
Il Noam, che gestisce il Talmud Torà all’interno della Scuola della Comunità, tuttavia, non ammette i bambini ebrei, figli di madre ebrea, che però abbiano il papà non ebreo. Per la prassi consolidata nella comunità persiana di Milano, la sua Tachanat Hakahal, la difesa della sopravvivenza del popolo ebraico attraverso ogni possibile deterrente al matrimonio interreligioso, è un dovere superiore perfino al dovere di insegnare Torà a un bambino ebreo.

È giusto? È sbagliato? Il Consiglio ha discusso fino a notte, ma non si è arrivati ad una decisione. C’è stato chi sosteneva che il Noam, come ente privato, ha il diritto di darsi proprie regole. Chi ribatteva che le regole non possono essere incompatibili con quelle della Comunità che ospita nei propri locali il Talmud Torà.
La Comunità ebraica di Milano ha un proprio Talmud Torà, presso il Tempio Centrale di via Guastalla, che segue regole più “aperte”; quindi ogni bambino ebreo di Milano ha la possibilità di studiare Torà. È al vaglio la possibilità di aprire un Talmud Torà comunitario presso la stessa Scuola ebraica, in modo da favorire quelle famiglie che abitano nella zona. La discussione resta aperta.

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