Da Israele all’ombra del Duomo: come vive uno studente israeliano a Milano?

di Paolo Castellano, Ilaria Myr, Sofia Tranchina

Vengono per studiare architettura, medicina o veterinaria, affascinati dalla “bella Italia” e spesso rimangono. L’Italia piace e affascina perché la gente è simpatica e si vive bene. Chi forma una famiglia, manda i bambini alla Scuola ebraica. Ma con la Comunità ci vuole più comunicazione, dicono… Sette israeliani a Milano si raccontano

Arrivano a Milano per studiare medicina, veterinaria, architettura o design o, direttamente, per lavorare. Alcuni conoscono già l’Italia, anche perché hanno qui qualche famigliare, altri ci vengono per la prima volta quando decidono di studiare. Alcuni seguono i fidanzati, altri vengono da soli e qui trovano l’amore. In molti sanno già che vorranno tornare in Israele, una volta terminati gli studi a Milano, ma non sono neanche pochi quelli che vengono senza avere un’idea precisa di cosa faranno dopo: vivono il momento e vanno dove la vita li porterà. La maggior parte viene da famiglie ebraiche laiche (anche se non manca qualcuno più osservante), e quasi la totalità quando arriva nel nostro Paese parla poco o niente l’italiano.
Sono tanti e diversi i percorsi degli israeliani che vivono a Milano e che ne costituiscono una realtà ormai da tempo presente e viva.
Fare un conteggio esatto di quanti sono è impossibile, il via vai è continuo: il gruppo privato su Facebook Israelim beMilano, con i suoi quasi 4300 membri, aiuta però a farsi un’idea di quanto possa essere ampia e variegata questa realtà.
Ma è parlando con alcuni di loro che emergono storie interessanti e sfaccettate, tutte però accomunate da un aspetto: la voglia di venire in Italia. Che sia precedente alla partenza, già coltivata in Israele o vissuto come adorazione nei confronti del Paese riconosciuto nel mondo come sinonimo di bellezza, oppure che subentri in un secondo momento, una volta integrati nella realtà italiana, la sostanza non cambia: l’Italia piace e appassiona perché è bella, la gente è simpatica e si vive bene.

In cerca di un’esperienza di vita e studio
C’è Kobi, ad esempio, 34 anni, di Meitar, vicino a Beer Sheva, che è arrivato sette anni fa a Milano per studiare veterinaria. «In Israele ci sono pochi posti all’università di veterinaria ed è un percorso molto lungo e non sicuro – spiega -. Cercavo un altro posto nel mondo e ho scelto l’Italia, senza esserci mai stato. Perché? Durante il mio viaggio dopo il servizio militare (è usanza fra i giovani israeliani fare un viaggio di vari mesi nel mondo, ndr) ho conosciuto a Cuba due bolognesi, che mi hanno decantato le bellezze della loro città e mi hanno convinto. Alla fine non sono entrato all’Università a Bologna, ma a Milano: e per fortuna, adoro questa città».

Kobi è arrivato senza conoscere bene l’italiano: solo le basi grazie a un corso di grammatica di sei mesi che ha seguito prima di partire all’istituto di cultura italiana a Tel Aviv. «Poi, però, quando ho cominciato a farmi degli amici, ho per forza imparato. Problemi con gli italiani? Mai. Anzi: conoscevo una ragazza che era fortemente pro-palestinese e anti-israeliana che, dopo essere diventata mia amica e avere visto che gli israeliani non sono ‘mostri’ come pensava, mi ha detto: ‘Kobi, mi hai rovinato tutto’».

Da sempre ballerino di danze israeliane, appena arrivato a Milano ha contattato il gruppo Yachad di Roberto Bagnoli dove coltivare la sua passione e ha poi iniziato a insegnare ebraico all’Ulpan.
Per il futuro ancora non ha preso decisioni: per ora punta alla specializzazione in chirurgia veterinaria. «Non ho idea di cosa farò dopo, non escludo nessuna opzione. Quello che so per certo è che stare a Milano mi piace molto».

La bellezza italiana ha attirato Shay, giovane di Tel Aviv, studente di medicina all’Humanitas, che racconta: «Volevo studiare, ma volevo anche vivere bene, e l’Italia, nota per la sua bellezza e per il buon cibo, sembrava il posto giusto. Inoltre, parlavo solo ebraico e inglese e in Italia ci sono corsi che si possono seguire interamente in inglese. Ho superato tre ammissioni: a Roma alla Cattolica, a Milano al San Raffaele e all’Humanitas, e ho scelto quest’ultima».
Diversa è invece la storia di Leah, di Gerusalemme ma con la famiglia paterna italiana, arrivata a Milano che aveva 19 anni. «La famiglia di mio padre è italiana, mio nonno vive a Desenzano e ha studiato medicina – spiega -. Già da piccola avevo deciso di seguire i suoi passi, ma non sapevo niente dell’Italia. Non mi aspettavo che ci fossero altri ebrei, per me potevo anche essere l’unica ebrea di tutto il Paese e non mi sarebbe importato: l’unica cosa importante era venire in Italia a studiare medicina». Da studente all’Humanitas, come Shay, arrotonda lavorando al ristorante kasher Ba’ghetto di via Sardegna.

Chi si costruisce una famiglia
Ci sono anche quelli che sono venuti a Milano per studiare, poi hanno trovato l’anima gemella e si sono stabiliti qui, anche essendo entrambi israeliani. È il caso di Aya e Zvi, 46 anni, genitori di tre figli, veterinari (hanno un loro ambulatorio veterinario a Trezzano sul Naviglio), lei è originaria di Kfar Saba, lui di Gerusalemme.
«Quando ho deciso di trasferirmi in Italia avevo 26 anni e prima facevo la poliziotta a cavallo in Israele – racconta Aya -. Durante la mia esperienza nelle forze dell’ordine ero inoltre venuta a conoscenza che il veterinario della polizia israeliana aveva studiato a Milano. Invece Zvi lavorava nella sicurezza e aveva provato a studiare informatica in Israele, ma poi aveva cambiato facoltà, spostandosi in Italia all’età di 25 anni con la sorella.
Da sempre mi era piaciuta l’idea di fare la veterinaria e così ho deciso di venire a Milano, anche perché qui avevo già un cugino che si era sposato con un’italiana e si era offerto di ospitarmi per tutta la durata degli studi. È stato rassicurante perché avrei avuto la possibilità di integrarmi più facilmente».

L’intenzione di Aya, però, era di tornare in Israele una volta terminati gli studi. Ma galeotta fu l’università… Durante gli studi conosce Zvi, arrivato in Italia un anno prima di lei, nel 2000. «Ci siamo conosciuti all’Università Statale di Milano, anche con l’aiuto del rabbino Chabad Rav Zemach, che ogni venerdì sera organizzava incontri per Shabbat aperti anche a noi studenti israeliani. Poi ci siamo sposati nel 2004».
Ancora, l’obiettivo era tornare in Israele ma continuavano a rimandare di anno in anno. Zvi si laurea un anno prima di Aya e comincia a lavorare, e così decidono di fare un po’ di esperienza professionale e seguire altri corsi prima di tornare in Israele. Intanto, sono nati i figli: la prima nel 2006, il secondo nel 2010 e il terzo nel 2016. «Piano, piano abbiamo smesso di pensare a un ritorno, decidendo di stabilirci definitivamente in Italia…. Ma il legame con Israele è ancora forte. Una volta all’anno cerchiamo di tornare a casa per far visita ai nostri parenti e amici».

Un percorso per certi versi simile è quello di Lital e Amit: lei è venuta in Italia ormai 30 anni fa per seguire il fidanzato di allora, un israeliano che aveva vissuto durante l’infanzia a Roma, grazie alla carriera diplomatica del padre. «Lui voleva studiare veterinaria e io avevo già fatto un anno di medicina – ci spiega Lital–. L’accoglienza è stata fin da subito calorosa: pensa che la prima sera siamo stati accolti da una famiglia italiana non ebrea in buone relazioni con i parenti del mio ragazzo. La madre indossava al collo un Magen David, il figlio aveva fatto esperienza in un kibbutz in Israele, ed entrambi parlavano un po’ di ebraico. Una vera sorpresa per me!».
La storia d’amore con quel ragazzo finisce, ma quella di Lital con l’Italia continua più forte che mai. Intanto si laurea e inizia a lavorare come ricercatrice, prima sull’Aids, piaga degli anni ’80, che le fa conoscere in modo forte e concreto il tessuto sociale del Paese di quegli anni. Poi passa all’Istituto Mario Negri – «una bellissima realtà italiana di ricerca» – dove lavora per molti anni. «Qui mi sono sempre trovata molto bene, gli italiani mi hanno sempre dimostrato un calore umano a me completamente nuovo, e ne sono sempre rimasta piacevolmente colpita. Non ero abituata, da dove vengo essere rudi è associato ad essere ‘veri’ ed è considerato un valore, e l’educazione è completamente diversa».

Sempre più integrata nella società milanese, Lital conosce Amit, studente israeliano di architettura, arrivato anche lui in Italia inseguendo il “sogno italiano”. «Fin da prima del servizio militare sapevo che avrei voluto fare architettura e avevo deciso che sarebbe stato in Italia – spiega -. Non ci ero mai stato, ma avevo respirato l’adorazione che in Israele tutti hanno per questo Paese: il cibo migliore, il gusto della bellezza e, certo, anche l’architettura. Poi, però, mi sono arruolato e ho fatto anche tre anni di carriera militare. La voglia di studiare però non mi era passata e, al rifiuto dell’esercito di lasciarmi iscrivere in contemporanea all’università, ho cominciato un corso di italiano.
A marzo ho finito il militare e a maggio ero in Italia».
A Milano cerca un posto dove stare, e un’amica israeliana gli indica un appartamento che una ragazza (della comunità ebraica!) sta lasciando. Lì accanto abita Lital.
«Mi sono trovato subito benissimo – racconta Amit-. Avevo però bisogno di un lavoro. Ho quindi prima fatto alcuni lavori di manovalanza in comunità, poi ho lavorato in uno studio e infine sono stato preso in El-Al, dove vanno molti degli israeliani durante gli studi».
Nel 2006 si sposa con Lital in Toscana, poi nascono le loro tre bambine, che frequentano la scuola ebraica di Milano.
«In Italia non abbiamo vissuto episodi di antisemitismo, ma solo di ignoranza – dice Lital -. Per questo ci sentiamo un po’ ‘ambasciatori’: l’unica cosa da combattere è la mancanza di conoscenza di cosa sia Israele e le diverse dinamiche con gli arabi israeliani e con i palestinesi. Per fare capire questi aspetti, ad esempio, io spiego che nel 2010 un giudice arabo-israeliano, Karra, si è trovato con il potere politico di condannare l’ex presidente Moshe Katzav: questo dimostra la vacuità delle accuse di apartheid. L’unico antisemitismo che potrebbe preoccuparmi in Italia è quello arabo-islamico».

Ebrei e comunità milanesi
Ma quando un israeliano viene a Milano, riesce a entrare in contatto con l’ebraismo e la Comunità ebraica locale? Dipende dalle esigenze.
C’è chi ci entra per lavoro, ad esempio come addetto alla sicurezza nei luoghi ebraici (come Amit Biran z”l, deceduto nell’incidente al Mottarone). Ma per chi, come Leah, viene da un ambiente religioso-ortodosso, è una vera necessità. «Quando sono stata ammessa all’Humanitas, un compagno di università mi ha fatto avere il contatto di Rav Zemach, il ‘rabbino che accoglie gli israeliani a Milano’: grazie a lui ho conosciuto gli altri israeliani e grazie a lui ho trovato lavoro a Ba’ghetto. Ho cercato un appartamento vicino al suo tempio e per due anni ho frequentato solo l’ambiente chabad. Lui organizzava cene di Shabbat in cui potevo parlare ebraico e conoscere altri giovani come me, ma non sapevo ci fosse ‘altro’ a Milano: è stato difficile trovare altre sinagoghe e le liste online sono confusionarie».

Fin dall’inizio Leah cerca di allacciare rapporti con le persone che frequentano la sinagoga. «Cucinavo e portavo dolci e cioccolatini per tutti, e soltanto dopo un po’ sono riuscita a farmi invitare a cena da altre famiglie. Con molta fatica e impegno man mano – anche perché parlavo già italiano – ho costruito la mia rete sociale, soprattutto grazie ai gruppi Facebook, ma non ho trovato la Comunità. Ancora oggi non so cosa intendete quando dite ‘comunità’. Non percepisco un gruppo unitario di ebrei con cui entrare in contatto».

Se poi sei, come la maggior parte di quelli che vengono a Milano, un israeliano che non ha l’esigenza di mangiare kasher o frequentare una sinagoga, non pensi di avere un bisogno concreto di avvicinarti alla comunità ebraica locale. «In realtà quando sono venuto non sapevo esattamente cosa fa una comunità ebraica – racconta Amit -. Sapevo che c’è una o più sinagoghe, una scuola, ma non molto di più. E poi da studente non sai quali sono i servizi di cui si può usufruire e che cosa ti può essere utile: conosci gli israeliani all’università e ti bastano. Per i molti laici che vengono a Milano, l’unico motivo per cui mettersi in contatto con la Comunità è trovare un lavoro da fare mentre studiano».
«Non sappiamo cosa sia la comunità – aggiunge Shay -. Ho sentito dire che ci si può iscrivere pagando una tassa, ma i giovani studenti non sanno nemmeno che servizi vengono offerti, e allora ha più senso tenere quei soldi per fare la spesa. So anche che ci sono delle votazioni, ma noi stiamo qui solo per qualche anno, per studiare, e la politica non ci riguarda più di tanto».

Eppure, anche se laici, a molti farebbe piacere essere invitati a uno Shabbat o partecipare a qualche attività sociale. Ma dai racconti dei nostri intervistati sembra che riuscire a entrare in contatto con gli ebrei di Milano non sia così facile.
C’è il già nominato Rav Zemach, che è diventato il punto di riferimento per tutti gli studenti e, per chi si è costruito una famiglia, la Scuola ebraica dove mandare i propri figli. «Ma è un peccato che non ci sia più comunicazione – ammettono Amit e Lital -. Si potrebbero fare partecipare anche gli israeliani a tante cose: gite nelle sinagoghe del nord Italia e nei luoghi della memoria, eventi culturali…. E ne beneficerebbero sia la comunità sia gli israeliani: si creerebbero opportunità di lavoro e sociali vantaggiose per tutti. Ma difficilmente sarà lo studente israeliano a fare il primo passo».

Certo, fra gli ebrei israeliani e quelli della diaspora c’è un modo totalmente diverso di vivere la propria identità ebraica, ma non per questo non si può trovare un punto di incontro. «In Israele o sei religioso o non lo sei – spiega Amit -. Qui c’è un modo diverso di vivere la religione e l’identità e a molti israeliani potrebbe piacere approfondire questi aspetti».
Ma come colmare questa assenza di comunicazione fra gli israeliani che arrivano a Milano e la Comunità?
Un consiglio pratico, e un appello, lo dà Leah. «Dovrebbero fare più pubblicità ai servizi che offrono in comunità e agli eventi che organizzano, ad esempio nei gruppi Facebook degli israeliani a Milano. Poi dovrebbero aumentare la loro presenza nelle università, dove – ormai si sa – ci sono tantissimi studenti israeliani. E poi ci servono delle figure di riferimento per quando arriviamo qui, possibilmente qualcuno che parli ebraico. Voglio ringraziare Rav Tzemach, Zvi Blechstein e tutte le famiglie che in modo indipendente si sono prese cura di noi e ci hanno accolti».

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