In cammino, dalla Via della Seta all’Italia: i saperi e i sapori di un unico popolo

2026

 

n° 9 - Settembre 2026 - Scarica il PDF
n° 9 – Settembre 2026 – Scarica il PDF

Rosh Hashanà 5787 inizia al tramonto di venerdì 11 settembre e terminerà la sera
di domenica 13 settembre. In tutto il mondo ebraico la festa è segnata dalla preghiera, dal suono
dello shofar, il corno d’ariete, e da pasti rituali che augurano dolcezza, prosperità e rinnovamento.
Un popolo può cambiare continente senza smarrire la propria memoria (storica e famigliare)

 

 

 

Cara lettrice, caro lettore,

Rosh Hashanà è arrivato, e con esso si rinnovano riti e tradizioni che si tramandano nelle famiglie ebraiche da secoli. C’è chi, come i siriani e i libanesi, dà spazio al melagrano, simbolo di prosperità e dolcezza, e chi invece, come gli ashkenaziti, usa molto la mela. Immancabile, per tutti, il pesce con la sua testa – ad augurarci di essere sempre alla testa e non in coda fra i popoli – e il miele, che addolcisce le pietanze.

Ma che si venga dal bacino dal Mediterraneo, dalle comunità italiane, dai Paesi arabi o dall’Europa centro-orientale, il significato non cambia: si dà il benvenuto al nuovo anno, augurandosi che sia pieno di dolcezza e di prosperità. Ed è tutto il nucleo famigliare a partecipare a questi rituali, come si racconta nell’articolo di copertina sulle diverse usanze per questa importante ricorrenza: un vero e proprio viaggio nelle diverse edot, in cui sembra di sentire odori e gustare sapori di paesi e tempi lontani. Ma Rosh Hashanà è anche Yom Haddìn, giorno del Giudizio, il giorno in cui – spiega Rav Alfonso Arbib (pag. 3) – tutti gli esseri umani passano davanti a Dio per essere giudicati individualmente. Nello stesso giorno, quindi, non sappiamo come saremo giudicati, ma allo stesso tempo festeggiamo l’arrivo del nuovo anno.

Come si fa a essere preoccupati per il giudizio divino e al contempo gioire? si chiede il Rabbino Capo di Milano. La risposta sta nel fatto che Dio per gli ebrei è un padre amorevole che vuole il nostro bene e anche se qualche volta può punire, lo fa per amore e non per farci del male. Sappiamo di essere nelle mani di D., come un figlio nelle braccia di un padre, e ci sentiamo sicuri. Per questo anche nei momenti più difficili della sua Storia – che certo non sono mancati – il popolo ebraico è stato certo del patto con Dio e dell’eternità di sé. E deve esserlo anche in questi tempi difficili che, in diaspora come Israele, da tre anni a questa parte sta vivendo sotto la pressione delle guerre e dell’antisemitismo, riesploso come mai avremmo immaginato.

Dal canto nostro, possiamo solo cercare di fare sempre meglio, anzi: di scegliere di fare sempre meglio. La scelta di cambiare, di migliorarsi, è quello che ha sempre caratterizzato il popolo ebraico, che non ha mai creduto a un fato, un destino, ma ha sempre individuato nel libero arbitrio il motore della propria vita. “Attraverso la Teshuvà possiamo riconoscere i nostri errori, imparare da essi e scegliere di diventare persone migliori. Il cambiamento non è solo possibile: è parte della nostra identità”, scrive il presidente della comunità di Milano Walker Meghnagi.

E questo principio è più attuale che mai: anche in momenti di incertezza dobbiamo capire in che direzione stiamo andando, come affrontare nemici esterni e interni e come migliorarci, come rifondarci come comunità, rimanendo sempre consapevoli della nostra identità e del nostro bagaglio culturale. Solo così facendo, possiamo continuare ad andare avanti, orgogliosi del nostro retaggio, aperti al cambiamento, all’ascolto e al dialogo, mai però disposti ad abbassare la testa davanti a chi vuole zittirci e “addomesticarci”. Che questo 5787 sia, quindi, per tutti un anno di dolcezza, prosperità e ricchezza anche spirituale e morale, in cui festeggiare, nel segno delle tradizioni, ma anche guardare avanti, con speranza e profonda fede. Shanà Tovà u Metukà dalla redazione

Ilaria Myr