L’arte di pensare strategicamente

JOB news

di Dalia Fano, responsabile JOB

Saper vedere la complessità oltre il singolo problema

Le vacanze, quando funzionano, ci offrono uno dei pochi momenti dell’anno in cui possiamo rallentare, fare spazio e osservare i nostri pensieri senza doverli subito trasformare in qualcosa da fare.

Poi si torna al lavoro, e il problem solving torna a essere tra le competenze più richieste in ogni job description. Ha una ragione precisa: produce un risultato visibile in tempi brevi, è misurabile ed è facile da valutare in un colloquio o in una revisione delle performance.

Il pensiero strategico, al contrario, non produce quasi mai un risultato immediato. A volte non si vede affatto, perché consiste proprio nell’aver evitato un problema prima che si presentasse.

Passiamo la maggior parte del tempo lavorativo a esercitare la capacità di reagire bene a qualcosa che è già successo, mentre la capacità di anticipare, di notare un cambiamento mentre è ancora in corso, resta un muscolo che quasi nessuna struttura organizzativa chiede esplicitamente di allenare.

Il risultato è che diventiamo sempre più efficienti nel rispondere, e sempre meno abituati a fermarci prima di rispondere.

Non ce ne accorgiamo perché siamo troppo occupati a correre per chiederci dove sta andando la strada.

Così, mentre siamo impegnati a trovare risposte, il contesto intorno a noi continua a cambiare. Cambiano le tecnologie, le competenze richieste, i modelli organizzativi, il valore di alcune professionalità.

Pensare strategicamente significa provare a vedere questi cambiamenti mentre stanno accadendo e capire come possono modificare il nostro percorso. Richiede curiosità e una certa disponibilità a tollerare di non avere subito una risposta.

Vedere il disegno, non solo il punto

Ragionare strategicamente significa anche collegare i segnali. Una frase sentita in un colloquio, un cambiamento nel proprio settore, una competenza che perde valore possono essere parte di un disegno più ampio, visibile solo quando smettiamo di guardare le cose una alla volta.

Qui il pensiero strategico incontra il pensiero sistemico:

non guardare soltanto i singoli elementi, ma le relazioni tra loro e il modo in cui un cambiamento in un punto può produrre effetti altrove.

Significa uscire dal proprio punto di vista. Chi cerca lavoro guarda il mercato da dentro la propria urgenza; chi assume lo guarda dal lato opposto, con priorità e vincoli diversi.

Capire come appare la stessa situazione agli occhi di un recruiter, di un cliente o di una persona di un altro settore spesso rivela qualcosa che, dalla nostra posizione, resta invisibile.

Significa anche tollerare l’ambiguità invece di risolverla subito. Non tutti i segnali sono chiari al momento in cui arrivano.

A volte l’informazione più utile è proprio quella che non sappiamo ancora interpretare: ha bisogno di tempo e di altri segnali prima di rivelare cosa significa davvero.

Nei Pirkei Avot, un antico testo della tradizione ebraica, c’è un’espressione che sembra sorprendentemente contemporanea:
ha-ro’eh et ha-nolad, colui che vede ciò che sta nascendo.

È un’espressione tradizionalmente legata alla capacità di vedere ciò che può derivare da quello che accade oggi.

Mi piace leggerla anche così: non prevedere il futuro, ma riuscire a riconoscere nel presente qualcosa che non ha ancora assunto una forma evidente.

Quando ciò che sappiamo fare cambia valore

Pensiamo a uno strategist che lavora da molti anni in un’agenzia pubblicitaria. Ha costruito la propria professionalità analizzando dati e ricerche, studiando i consumatori, trasformando le informazioni in strategie.

Poi arriva l’intelligenza artificiale: una ricerca di mercato può essere sintetizzata in pochi secondi, si possono ottenere rapidamente molte ipotesi, costruire una prima struttura strategica.

«Se una macchina fa in due minuti quello che a me richiedeva due giorni, a cosa servo ancora?»

Forse, però, è troppo presto per dare una risposta.

L’AI non sta semplicemente togliendo alcune attività allo strategist: sta cambiando il modo in cui può esplorare un problema, generare ipotesi, mettere alla prova intuizioni.

Dove si sposterà davvero il valore del suo lavoro non è ancora del tutto chiaro.

Una frase ricevuta a un colloquio può diventare un’informazione

«Il suo curriculum è interessante. Però noi oggi lavoriamo tutto su gestionale e ci serve una persona che sappia muoversi bene in Excel.»

Non è la prima volta che la candidata sente una frase simile. In due mesi di ricerca ha raccolto motivazioni diverse per ogni rifiuto, sempre legate a strumenti digitali.

Il problem solver direbbe: allora imparo Excel, mentre chi ragiona in termini strategici si chiederebbe anche: è solo una competenza mancante o il lavoro sta anche cambiando forma?

La candidata potrebbe allora accorgersi che il lavoro che ha sempre svolto, fatto di inserimento dati e organizzazione di pratiche, in molte aziende oggi passa attraverso un gestionale che centralizza quelle attività.

Chi lo svolge non inserisce più i dati uno per uno: configura il sistema, controlla le eccezioni, verifica che tutto torni.

Il ruolo non è sparito, si è spostato dall’eseguire al supervisionare.

Se è così, la ricerca della candidata potrebbe cambiare direzione. Invece di continuare a cercare annunci con il titolo che ha sempre avuto, potrebbe guardare come si chiama oggi quel lavoro nelle aziende già organizzate su gestionale: back office, supporto operativo, controllo dati.

Non solo una competenza nuova da aggiungere, ma una parola chiave diversa con cui presentarsi sul mercato.

Non sappiamo ancora se basterà per ottenere il prossimo lavoro. Abbiamo però trasformato un’esperienza che sembrava parlare soltanto di un rifiuto in un dato da cui partire.

Il lungo periodo: imparare, costruire, raccogliere

Uno degli aspetti più interessanti del lavoro della coach americana Dorie Clark sul tempo professionale è la metafora delle onde. Molte cose che diventano importanti nella nostra vita professionale iniziano molto prima di produrre un risultato visibile: una relazione costruita oggi, una competenza che oggi sembra marginale, un piccolo progetto.

Learning. Osserviamo, raccogliamo informazioni, sviluppiamo competenze.

Creating. Quello che abbiamo imparato diventa qualcosa di concreto: un progetto, un portfolio, un nuovo modo di presentarci.

Harvesting. Raccogliamo ciò che abbiamo costruito: un lavoro, un incarico, una collaborazione.

Poi l’onda ricomincia.

Nella ricerca di lavoro possiamo trovarci nella stessa situazione: non abbiamo ancora ottenuto un impiego, ma nel frattempo abbiamo imparato uno strumento, compreso meglio il mercato o ricevuto un feedback importante.

Il risultato non è ancora arrivato, ma qualcosa si sta già costruendo.

Che cosa sto imparando e costruendo mentre aspetto di raccogliere?

Pensare a lungo, iniziare da un passo

Pensare nel lungo periodo, però, non significa aspettare che le cose accadano.

Quando non sappiamo ancora quale direzione prendere, non è necessario decidere tutto subito. Possiamo fare un primo passo che ci permetta di capire qualcosa in più.

Se stiamo pensando di cambiare settore, per esempio, possiamo cercare su LinkedIn persone che già fanno il lavoro che ci interessa, magari individuando chi ha fatto un passaggio professionale simile a quello che immaginiamo per noi.

Possiamo osservare il loro percorso e contattarne qualcuna per chiedere come è avvenuto il cambiamento, quali competenze sono state davvero utili e quali difficoltà ha incontrato.

Prima di decidere se quella strada fa per noi, iniziamo a conoscerla attraverso chi l’ha già percorsa, raccogliendo informazioni che possono confermare o cambiare l’idea da cui eravamo partiti.

La visione è un’aspirazione che nessuno ha tempo di praticare

Raccogliere informazioni prima di decidere non serve solo a scegliere il prossimo passo. Serve a costruire una visione: capire non soltanto dove siamo, ma dove potrebbe portarci ciò che sta cambiando intorno a noi.

Ed è qui che entra anche l’intuizione: la capacità di cogliere una connessione prima ancora di avere tutti gli elementi per dimostrarla.

L’intuizione strategica non sostituisce i dati: suggerisce dove guardare. I dati ci aiutano poi a capire se quell’intuizione regge.

E se questo è difficile per una persona, non lo è meno per un’organizzazione.

Quasi ogni azienda parla di visione. Compare nelle presentazioni, nei discorsi di chi guida l’organizzazione. Ma nella pratica quotidiana è la prima cosa che salta, perché non è urgente e non ha una scadenza.

Il risultato è che la visione resta una parola sulle slide, mentre il tempo necessario per costruirla non trova spazio nel lavoro quotidiano: osservare, collegare informazioni, interrogarsi su ciò che sta cambiando.

Se quello spazio venisse davvero protetto, probabilmente meno cose andrebbero gestite in emergenza, perché sarebbero state notate prima. E forse le decisioni sarebbero un po’ meno reattive e un po’ più intenzionali.

Mestieri che non hanno ancora un nome

In questi giorni di caldo fuori norma, capita spesso di pensare al cambiamento climatico come a qualcosa che modifica le nostre giornate, non il nostro lavoro.

Eppure sta già creando nuove domande professionali: dalla valutazione del rischio climatico alla progettazione di filiere capaci di resistere a eventi estremi, fino all’adattamento di edifici e infrastrutture.

Alcuni di questi ruoli non hanno ancora un titolo stabile sul mercato.

Molte di queste competenze non nascono da zero. Sono competenze già esistenti — analisi del rischio, gestione della filiera, comunicazione, project management — applicate a problemi nuovi.

Chi le possiede già potrebbe non accorgersi che il proprio profilo, spostato di poco, risponde a una domanda che sta appena cominciando a formarsi.

Prima di chiedersi se serve ricominciare da capo, vale la pena chiedersi dove il proprio bagaglio potrebbe già intercettare un problema che il mercato non ha ancora finito di nominare.

Pensare strategicamente non significa costruire un piano perfetto una volta per tutte. Significa osservare, fare ipotesi, raccogliere informazioni e usare ciò che impariamo per decidere il passo successivo.

Siamo diventati molto efficienti nel risolvere il problema davanti a noi.

Di tanto in tanto, però, vale la pena fermarsi prima della risposta e chiedersi:

Che cosa sta cambiando?
Che cosa ancora non sto vedendo?