Ecco cosa Israele rischia di perdere

2021

 

n° 6 - Giugno 2021 - Scarica il PDF
n° 6 – Giugno 2021 – Scarica il PDF

La guerra scatenata da Hamas con il lancio di migliaia di missili da Gaza ha fatto deflagrare le tensioni anche all’interno dei confini di Israele, mettendo a rischio la convivenza.
Si rischia di perdere le dure conquiste di questi ultimi anni, la collaborazione straordinaria di medici e infermieri arabi ed ebrei per sconfiggere il Covid, l’integrazione che stava avviandosi, sebbene con difficoltà, in alcune zone del Paese, l’ingresso in un governo israeliano, per la prima volta, di un partito arabo

 

 

 

Caro lettore, cara lettrice,
come si fa a camminare con una candela in mano durante una violenta tempesta? Come si fa a superare questo residuo di sangue e odio, come si fa a non impegnarsi nella vitrea contabilità dei morti? Se lo chiedeva Itzchak Rabin in un celebre discorso alla Knesset dell’aprile 1994, giurando a se stesso che lui lo avrebbe fatto, avrebbe camminato con una candela accesa nell’uragano. «Laddove saremo certi di avere ragione, non cresceranno fiori», gli aveva dato man forte, con un celebre verso, il poeta israeliano Yehuda Amichai.
Ci chiediamo che cosa sia davvero cambiato da allora. Tutto. Quell’ottimismo, quella fiducia appaiono lontanissimi. Quanta “terapia intensiva” ci vorrà per resuscitare un’idea di convivenza dopo i fatti di Lod? Quanta rianimazione e ossigeno per le coscienze paralizzate da cento anni di guerre?, coscienze per le quali la parola pace oggi suona come un miraggio apocalittico, una trappola ancora peggiore dei razzi o degli attentati? Quanto tempo ci vorrà per ritrovare l’operosa vicinanza di medici arabi e israeliani che per tutto il 2020 hanno combattuto, fianco a fianco, contro un implacabile virus? Quale infermiere arabo potrà più recitare lo Shemà per un israeliano ortodosso che sta morendo di Covid, come è accaduto a Maher Ibrahim, tre mesi fa, a febbraio, all’ospedale haEmek di Afula, in Galilea? Abbiamo solo domande in questa primavera illuminata dalla scia rossa di migliaia di razzi.

La solita storia, ancora tunnel, missili, ancora Hamas, ci siamo detti. No stavolta è diverso, hanno risposto altri, stavolta è peggio, ci sono di mezzo anche gli arabi israeliani, una guerra civile, il vicino di casa, quello che prende l’autobus con te ogni mattina.
Lo choc, come fosse la prima volta. Perché la verità è che è sempre la prima volta, loro lì a sparare dai vicoli, Israele nei mamad e noi qui con le nostre videochiamate, noi in diaspora che abbiamo figli e genitori laggiù, zii e cugini intrappolati nell’ansia di un cielo notturno e incandescente; e ancora noi, con amici italkim e compagni di scuola che hanno fatto l’aliyà 40 anni fa e che ti raccontano che per fortuna c’è l’Iron Dome che funziona, anche se qualche razzo ce l’ha fatta a sfuggire ed è caduto lì a 50 metri da casa loro.
Come si fa a mantenere il sottile intreccio dei rapporti umani, «serbare sentimenti di tenerezza, sensibilità e compassione, in un contesto difficile», restare umani in un quadro ostile, violento, per dirla con le parole di David Grossman (Sparare a una colomba, Mondadori)? Quando la vita si trasforma in un pozzo oscuro verso il quale abbiamo paura di sporgerci, perché rischiamo di caderci dentro? Dopotutto Israele è stato creato per essere il rifugio del popolo ebraico, ed era questo il sogno della sua creazione. Sentirsi a proprio agio nel mondo, guarire le storture di duemila anni di diaspora, di antisemitismo, di capri espiatori, di demonizzazioni, sedare i palpiti di un’ansia esistenziale che si riattiva a ogni suono di sirena.
Torneremo a camminare con una candela in mano durante una tempesta. Ma quando? Fino a dove?

Fiona Diwan

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