Perché tutti amano Shtisel: la parola ai protagonisti

2021

 

L’affetto e la perdita, l’arrendersi e il combattere, il subire e il ribellarsi, la fede e la rabbia. L’intero catalogo delle emozioni sfila nelle immagini della celebre serie, giunta alla sua terza stagione. Non solo il racconto della vita haredì ma le eterne contraddizioni, i conflitti e le ferite che legano tra loro gli esseri umani.

Shulem Shtisel, Giti, Hanine: tre personaggi complessi. Parlano gli attori che li hanno interpretati, intervistati in esclusiva per noi: sfumature, sensibilità, durezze e delicatezza di un mondo vicino e lontano.
Per una fenomenologia sentimentale dell’universo haredì

 

 

Caro lettore, cara lettrice,
prima ancora di essere una delle spie più chiacchierate della fine del XX secolo, quella di Jonathan Pollard, 66 anni, è la storia di un sopravvissuto. Sopravvissuto a se stesso, ai bizzarri scherzi del destino, a 35 anni di carcere (aveva 31 anni al tempo dell’arresto), a ogni genere di accuse (triplo-giochista, bugiardo patologico, traditore, spia pasticciona e mezza calzetta…), Pollard ha scontato una pena così esageratamente lunga perché doveva diventare un simbolo e un monito: se sei un americano non tradisci il tuo Paese, fosse anche per passare informazioni a un Paese alleato come Israele; il fatto che tu sia ebreo non ti giustifica, anzi, rinnova la secolare accusa di doppia appartenenza mossa agli ebrei, avevano commentato i media.

Una spy-story da cinema, degna del miglior Spielberg o Polanski.
Unico e considerato tra i più sorprendenti casi nella storia dello spionaggio, non è accaduto sovente che Israele lasciasse marcire in prigione un suo uomo; ma la verità è che Pollard non era uomo di nessuno, né un israeliano né una vera talpa del Mossad, visto che era stato reclutato per iniziativa personale da Rafi Eitan, all’epoca mitica spia israeliana, l’uomo che aveva catturato Adolf Eichmann in Argentina. Ma non ci soffermiamo qui sui dettagli della vicenda (a pag. 6), sugli aspetti venali, o mitomani, del suo profilo psicologico, né sulla legittimità della pena e sulla sua liberazione avvenuta pochi mesi fa, con l’arrivo in Israele.

Al di là della giustezza o meno della condanna, il caso Pollard è quello di un sopravvissuto: al proprio destino, alla propria giovinezza, al mito di sé, ai propri ideali – legittimi o distorti che fossero -, alla propria famiglia. Non si sopravvive impunemente. Ogni esperienza traumatica è una bomba a orologeria, continuerà a scoppiare più e più volte, quando meno lo aspettiamo, anche a distanza di anni. La ferita si riapre, all’improvviso, senza un perché. Le cose emergono dalla clandestinità emotiva nella quale le abbiamo messe, d’un tratto. Disinnescare il trauma è possibile ma richiede un duro lavoro di riprogrammazione della mente. Il più delle volte, chi sopravvive impara a stringere la mano ai propri fantasmi, convive con le ombre e con i sensi di colpa, accetta di camminare su un perenne piano inclinato, condannato all’instabilità interiore.

Si sopravvive malgrado se stessi. Ciascuno lo sa e, a modo suo, lo ha sperimentato a un dato tornante della propria vita. Non chiedetemi se sono vivo, chiedetemi se sono salvo, scriveva Ovidio. Lo sapeva anche lo scrittore Isaac Bashevis Singer i cui eroi dei romanzi americani sono degli ebrei scampati alla Shoah e rotolati a New York nello strazio della solitudine e del loro mondo annientato. Come nel caso dei protagonisti di Ombre sull’Hudson, un capolavoro appena ripubblicato da Adelphi, opera maestosa che narra le inquietudini, i traumi, la carica vitale, la testarda volontà di vivere di un manipolo di polacchi ashkenaziti. Un’umanità che indossa i panni sgualciti della sopravvivenza, un’umanità che ha perso l’orientamento, condannata dal trauma a vivere rinchiusa nella prigione dell’Io, viva ma non salva, appunto. Come, a volte, accade per ciascuno di noi. Come avviene adesso per Pollard.

Fiona Diwan

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