di Anna Balestrieri
La sua grande intuizione fu mostrare l’Iran senza assolvere il regime e senza demonizzare il popolo. In anni segnati da semplificazioni ideologiche, Satrapi ricordò ai lettori occidentali che dietro la Repubblica Islamica esisteva una società viva, plurale, colta e attraversata da profonde tensioni interne. Fu una critica severa dell’autoritarismo religioso, ma rifiutò sempre le caricature orientaliste che riducevano gli iraniani a semplici vittime o fanatici.
Con la morte di Marjane Satrapi, avvenuta a Parigi all’età di 56 anni, scompare una delle figure più influenti della cultura contemporanea: scrittrice, fumettista, regista e instancabile interprete della complessità iraniana. La sua famiglia ha annunciato che è morta «di tristezza», poco più di un anno dopo la scomparsa del marito Mattias Ripa.
Per il grande pubblico il suo nome resterà indissolubilmente legato a Persepolis, il romanzo grafico autobiografico che all’inizio degli anni Duemila rivoluzionò il fumetto contemporaneo e contribuì a ridefinire il modo in cui l’Occidente guardava all’Iran. Attraverso il tratto essenziale del bianco e nero, Satrapi raccontò la propria infanzia durante la rivoluzione islamica, la guerra con l’Iraq, la repressione politica e il successivo esilio in Europa. Quella che sembrava una storia privata divenne presto una narrazione universale sull’identità, la libertà e la memoria.
Satrapi apparteneva a una rara categoria di intellettuali: coloro che riescono a trasformare l’autobiografia in una lente attraverso cui leggere la storia. Nei suoi libri non vi era soltanto l’Iran degli ayatollah, ma anche l’esperienza dell’emigrazione, il senso di spaesamento di chi vive tra più culture e il dolore di una patria che continua a esistere soprattutto nella memoria.
Per questa ragione la sua opera ha trovato una particolare risonanza anche presso molti lettori ebrei. Pur non essendo ebrea, Satrapi affrontò temi che occupano da secoli un posto centrale nella riflessione ebraica moderna: l’esilio, la diaspora, la fedeltà alle proprie origini e la costruzione di un’identità lontano dalla terra natale. In questo senso Persepolis è stata spesso accostata alle grandi narrazioni autobiografiche della migrazione e della memoria del Novecento.

La sua grande intuizione fu mostrare l’Iran senza assolvere il regime e senza demonizzare il popolo. In anni segnati da semplificazioni ideologiche, Satrapi ricordò ai lettori occidentali che dietro la Repubblica Islamica esisteva una società viva, plurale, colta e attraversata da profonde tensioni interne. Fu una critica severa dell’autoritarismo religioso, ma rifiutò sempre le caricature orientaliste che riducevano gli iraniani a semplici vittime o fanatici.
Negli ultimi anni continuò a impegnarsi a favore dei diritti civili e delle donne iraniane. Il movimento «Donna, Vita, Libertà», nato dopo la morte di Mahsa Amini, trovò in lei una delle sue sostenitrici più autorevoli sulla scena internazionale.
Rileggendo oggi Persepolis colpisce quanto la sua voce appaia ancora necessaria. In un’epoca dominata da slogan, Satrapi scelse la complessità. In un tempo di appartenenze rigide, rivendicò il diritto a vivere tra mondi diversi. In un secolo che continua a produrre esili e migrazioni, raccontò la condizione di chi porta con sé più di una patria.
La sua eredità non consiste soltanto in una serie di libri e film di successo. Consiste nell’aver dimostrato che la testimonianza personale può diventare uno strumento di comprensione universale. E che talvolta un fumetto può spiegare la storia meglio di molti saggi.



