Tisha beAv: gli ebrei espulsi da Gerusalemme sull'Arco di Tito

Le preghiere per Tisha beAv: la Meghillà di Eichà e le Kinnot

di Daniele Cohenca
Il 9 di Av (Tisha beAv) è noto per la severità e la serietà del lutto che lo caratterizza. Sono molte le manifestazioni luttuose che devono essere mettere in pratica ed alcune riguardano anche la liturgia, cioè l’ordine quotidiano delle preghiere.
La maggior parte delle Comunità dispone di un libro di preghiera dedicato al 9 di Av, il cui contenuto è simile a tutti i riti.
Oltre alle regolari preghiere, spesso opportunamente modificate, si leggono la Meghillà di Eichà (nota anche come “lamentazioni”) e le “Kinnòt”, le elegie.

La Meghillà di Eichà fu composta a seguito della deportazione degli Ebrei in Babilonia nel 586 a.e.v.; nonostante il suo autore, Eichà, appunto, non fosse testimone storico degli avvenimenti, il libro “lamenta” la sofferenza di un popolo esiliato con la forza, le sofferenze delle persone che sono costrette a lasciare Gerusalemme che vedono desolata e distrutta e le modalità teologiche per affrontare la catastrofe. Il testo assume spesso caratteri psicologicamente sottili, come la relazione tra le persone e il Signore, l’impossibilità per l’essere umano di comprendere i disegni Divini e il rapporto tra il peccato e la punizione. Il testo è spesso frammentato da versetti che ispirano alla Gloria, alla salvezza, alla Resurrezione, come per mostrare al lettore che il Signore non ama la via della punizione e della sofferenza e come quest’ultima possa essere invece costruttiva per un futuro migliore.


In aggiunta alle “lamentazioni” in tutte le Comunità si leggono le Kinnòt che sono dei componimenti spesso poetici, chiamati elegie, che richiamano agli eventi più luttuosi della nostra storia. Vale la pena notare a questo proposito che gli Ashkenzim usano leggere un numero di passi molto superiore a quelli che vengono recitati dai Sefarditi e dagli italiani; molte di queste elegie infatti furono composte durante il buio periodo delle Crociate e dell’inquisizione spagnola, che, come si sa, colpirono in maniera particolare quello che era appunto il mondo Ashkenazita. Molti di questi componimenti trattano delle trasgressioni commesse dagli Ebrei, ma anche del loro incondizionato amore verso Israele.
I più popolari di questi furono scritti da Elazar Hakallir (poeta liturgico dell’ottavo secolo), Yehudah Halevi (1085-1145, il filosofo spagnolo considerato anche il più grande poeta post-biblico), e Solomon ibn Gabirol (dell’età dell’oro della Spagna, 1021-1058). Le elegie esprimono le preghiere e i sogni di un popolo perseguitato che guarda a Dio per la speranza di salvezza. Composti spesso in forma acrostica o acrostica alterata, a volte attingono alle immagini del Talmud e del Midrash. In una nota elegia, scritta da Yehuda Halevi, il poeta approfondisce la visione di Geremia della donna piangente identificata come la matriarca Rachele (Geremia 31:15). Si immagina camminare sulla terra santa di Gerusalemme e chiedere il benessere dei suoi figli in tutto il mondo.
Alcune Kinnòt più recenti furono composte in risposta ad eventi come il rogo pubblico a Parigi, i massacri di ebrei tedeschi durante la prima crociata, il massacro degli ebrei di York.
Una delle elegie più recenti fu composta dall’italiano Angiolo Orvieto, scomparso nel 1967, poeta ebreo fiorentino.  

 

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