L’antisemitismo generato dall’AI conquista i social: video “in stile Pixar” raggiungono milioni di giovani

Personaggi e Storie

di Pietro Baragiola
Trailer animati in stile Disney-Pixar ambientati nei campi di concentramento, videogiochi fittizi con protagonista Adolf Hitler e meme che trasformano la Shoah in “dark humor”. È questo il nuovo volto dell’antisemitismo online descritto da un rapporto pubblicato questa settimana da CyberWell, non-profit israeliana specializzata nel monitoraggio dell’odio antiebraico sui social media.

Lo studio, uno dei primi dedicati all’uso dell’intelligenza artificiale, ha individuato 307 contenuti generati con AI tra gennaio 2025 e febbraio 2026 accumulando oltre 30 milioni di visualizzazioni e 2,8 milioni di interazioni.

Per raccogliere questi dati i ricercatori hanno osservato video creati attraverso piattaforme come Sora, Veo, Grok e Suno, rilevando una crescita esplosiva del fenomeno soprattutto dalla metà del 2025, periodo da cui proviene il 98,4% dei contenuti identificati.

La Shoah come “contenuto Pixar”

Secondo il rapporto, il tratto più preoccupante è la scelta di utilizzare estetiche rassicuranti e familiari per raggiungere un pubblico giovane.

“Gli utenti confezionano contenuti antisemiti generati con AI in formati progettati per attrarre il pubblico più giovane” spiegano i ricercatori nel rapporto, citando in particolare le fake preview “in stile Pixar” e le clip ispirate al mondo dei videogiochi.

Uno degli esempi più discussi è Caust, un falso trailer creato con Sora che utilizza volutamente il termine “Caust” per aggirare i filtri automatici legati alla parola “Holocaust”. Ambientato in un campo di concentramento, il video presenta Hitler in modo caricaturale mentre segue un gruppo di bambini ebrei in fuga.

“Il risultato è quello di “trasformare l’atrocità in intrattenimento e ridurre la gravità della sofferenza ebraica” aggiungono i ricercatori.

Un altro contenuto analizzato, pubblicato su TikTok con il titolo CAUST COMMANDER, ha superato le 66mila visualizzazioni mostrando Hitler come un personaggio da videogioco, con riferimenti ironici allo Zyklon B e ad un merchandising immaginario ispirato ai campi di sterminio.

Il problema è alimentato anche dal fatto che molti creator cercano di evitare la moderazione etichettando questi video semplicemente come “satira” o “dark humor”.

CyberWell ha inoltre individuato contenuti direttamente collegati agli eventi geopolitici recenti, in particolare alla guerra Israele-Iran del 2025. Tra questi compare il video virale Boom Boom Tel Aviv, accompagnato da versi come: “This is what you get for all your evil deeds” e “it’s your time to bleed”.

 

L’odio amplificato dall’AI

In questa diffusione dell’antisemitismo nel mondo dei social, TikTok è risultata la piattaforma con il maggior numero di contenuti individuati, quasi il 36%, ma anche quella con il livello più alto di enforcement, rimuovendo oltre l’88% dei contenuti segnalati. Instagram ha registrato il livello più alto di engagement, raccogliendo circa il 65% delle interazioni complessive, mentre più bassi i tassi di rimozione su YouTube e soprattutto su X, dove sarebbe stato eliminato soltanto il 20% dei contenuti individuati.

Per la CEO di CyberWell Tal-Or Cohen Montemayor, l’intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente la diffusione dell’odio online.

“L’intelligenza artificiale ha trasformato la scala e la velocità con cui l’antisemitismo può essere prodotto e distribuito” ha affermato Cohen Montemayor nella sua intervista rilasciata al sito Algemeiner. “L’AI generativa consente oggi di industrializzare l’odio, creando contenuti ad alto impatto capaci di raggiungere milioni di persone prima ancora che vengano moderati”.

Il rapporto lancia inoltre un allarme sul funzionamento stesso dei modelli di intelligenza artificiale. Molti dataset utilizzati per addestrare chatbot e generatori di immagini, infatti, includerebbero siti dove l’antisemitismo è già fortemente presente, rischiando così di incorporare quei pregiudizi direttamente nei sistemi AI.

CyberWell chiede ora alle piattaforme di “andare oltre la semplice etichettatura dei contenuti AI” e “investire in strumenti capaci di riconoscere odio e propaganda nascosti in immagini, audio e linguaggi codificati”.

“Il rischio” conclude il rapporto, “è che le narrative antisemite presenti online vengano incorporate nei modelli e redistribuite su larga scala. Ed è proprio qui che emerge la novità più inquietante: l’odio antiebraico non si presenta più soltanto come propaganda estrema, ma assume sempre più spesso la forma di contenuti virali, ironici e apparentemente innocui pensati per essere condivisi dalle nuove generazioni.”