rapper iraniano Tony Mohraz

Il rap della diaspora che trasforma la guerra in protesta

Personaggi e Storie

di Anna Balestrieri
La versione originale di Harbu Darbu, firmata dal duo hip-hop israeliano Ness e Stilla, fu pubblicata nel novembre 2023, in pieno trauma nazionale. Il brano venne accolto da una parte del pubblico israeliano come una forma di energia collettiva, una risposta musicale alla ferita del 7 ottobre.

 

Le canzoni di guerra raramente restano ferme nel luogo in cui nascono. Si spostano, cambiano lingua, vengono adottate, respinte, trasformate. A volte diventano inni nazionali non ufficiali, altre volte materiale incandescente per nuove battaglie simboliche. È accaduto a Harbu Darbu, brano israeliano uscito dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e rapidamente diventato un fenomeno popolare in Israele.

Ora quella stessa canzone riappare in persiano, riscritta da Tony Mohraz, rapper iraniano della diaspora residente a Londra e noto con il nome d’arte 021kid. Non più soltanto un brano bellico israeliano, ma un inno anti-regime rivolto contro la Repubblica islamica iraniana, i Guardiani della Rivoluzione e le milizie a essa collegate.

Da Tel Aviv a Londra, passando per Teheran

La versione originale di Harbu Darbu, firmata dal duo hip-hop israeliano Ness e Stilla, fu pubblicata nel novembre 2023, in pieno trauma nazionale. Il brano venne accolto da una parte del pubblico israeliano come una forma di energia collettiva, una risposta musicale alla ferita del 7 ottobre. Divenne un successo commerciale e culturale, fino a essere nominato canzone dell’anno da Army Radio.

Ma il suo linguaggio aggressivo e militarizzato provocò anche critiche internazionali. Il testo evocava vendetta, conteneva riferimenti diretti ai nemici di Israele e citava figure pubbliche accusate, nel clima polarizzato del dopo 7 ottobre, di sostegno alla causa palestinese. Come spesso accade nelle culture di guerra, la stessa canzone poteva essere letta come grido di difesa, sfogo identitario o discorso d’odio, a seconda dello sguardo di chi la ascoltava.

È proprio questa ambiguità ad aver attirato Mohraz. Nato in Iran nel 1997 e trasferitosi nel Regno Unito nel 2018, il rapper racconta di avere incontrato il brano attraverso i social, durante la guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran, quando frammenti della canzone circolavano accanto a notizie sulle morti di funzionari dei Guardiani della Rivoluzione.

L’artista e il nemico condiviso

Mohraz non si è fermato alla superficie. Ha cercato il significato delle parole, ha ascoltato il brano “da artista”, ha contattato Ness e Stilla e in poche settimane ha avviato il remix persiano. La sua operazione è volutamente paradossale: prende un inno bellico israeliano, ne conserva la struttura d’urto e lo sposta contro un altro bersaglio politico.

Nel nuovo testo, i riferimenti alle unità militari israeliane vengono sostituiti dai nomi delle istituzioni del regime iraniano: i Pasdaran, noti in Iran come Sepah, e la milizia Basij. Entrano poi figure del potere iraniano, nominate secondo lo stesso schema del brano originale. La grammatica musicale resta quella della sfida; cambia la geografia del nemico.

Il risultato, secondo Mohraz, è stato inizialmente spiazzante anche per molti ascoltatori israeliani. Alcuni si chiedevano se il brano fosse “buono o cattivo” per Israele. In realtà, la sua intenzione era proprio mettere in scena una convergenza: israeliani e iraniani anti-regime, divisi dalle frontiere e dalla propaganda, uniti nella percezione di un avversario comune.

La diaspora come studio di registrazione politico

Il luogo da cui nasce questa operazione non è secondario. Londra, e in particolare la sua diaspora iraniana, diventa qui non solo sfondo biografico, ma laboratorio politico. L’artista non canta da Teheran, né da Tel Aviv. Canta da un altrove in cui identità, esilio e comunicazione digitale si intrecciano.

La diaspora iraniana, soprattutto dopo le proteste degli ultimi anni, ha spesso assunto un ruolo di amplificazione: memoriali, manifestazioni, canali social, campagne internazionali. Mohraz inserisce la musica in questo ecosistema. Il rap diventa una forma di militanza transnazionale, più rapida di un editoriale e più contagiosa di un comunicato.

Il video del remix è stato girato in parte davanti a un memoriale londinese dedicato agli iraniani uccisi durante proteste anti-regime. Il luogo si trova a Golders Green, quartiere a forte presenza ebraica nel nord della capitale britannica, e sarebbe stato colpito da un sospetto attacco incendiario, oggetto di indagine da parte della polizia antiterrorismo.

Pop, propaganda e ferite aperte

Nessuna canzone, in un contesto simile, è innocente. Harbu Darbu nasce come prodotto della cultura pop israeliana in tempo di guerra; il remix persiano lo trasforma in veicolo di opposizione alla Repubblica islamica. In entrambi i casi, la musica agisce su emozioni primarie: paura, rabbia, lutto, desiderio di rivalsa.

La domanda è se un brano così possa davvero costruire solidarietà, o se finisca per riprodurre la stessa estetica dello scontro. Mohraz sostiene di voler separare l’identità iraniana dal regime che governa l’Iran. Vuole mostrare, dice, una cultura forte e orientata alla pace. Ma lo fa adottando un linguaggio energico, duro, volutamente frontale.

È la contraddizione del pop politico contemporaneo: per parlare di libertà usa spesso il ritmo della battaglia.

Il successo israeliano di un rapper iraniano

Il remix non arriva dal nulla. Mohraz era già stato ascoltato in Israele con Lion Sun, brano che richiama la bandiera del Leone e del Sole dell’Iran pre-rivoluzionario e invoca libertà per il Paese. La canzone aveva raggiunto la vetta della classifica virale israeliana di Apple Music, segnale di una curiosità reciproca che la geopolitica ufficiale tende a oscurare.

Per molti israeliani, l’idea di un artista iraniano apertamente anti-regime rappresenta la conferma di una distinzione spesso evocata: quella fra popolo iraniano e Repubblica islamica. Per molti iraniani della diaspora, l’appoggio israeliano diventa invece una forma di riconoscimento internazionale della loro battaglia.

In questo spazio emotivo, la musica non risolve il conflitto, ma crea un lessico comune per immaginarne un dopo.

La canzone come alleanza provvisoria

I social hanno amplificato rapidamente il brano fra utenti iraniani anti-regime. Secondo Mohraz, molti ascoltatori lo hanno interpretato come un gesto di solidarietà fra israeliani e iraniani contrari alla Repubblica islamica. “Abbiamo lo stesso nemico”: è questa, in sintesi, la formula che avrebbe accompagnato la ricezione del remix.

Ma le alleanze nate nelle canzoni sono sempre fragili. Funzionano perché condensano emozioni; rischiano perché semplificano la complessità. Israele, Iran, diaspora, guerra, memoria del 7 ottobre, repressione interna iraniana: tutto viene compresso in pochi minuti di beat, rime e immagini.

Eppure proprio questa compressione è la forza del pop. Una canzone può arrivare dove un’analisi geopolitica non arriva: nella pancia del pubblico, nel gesto di condivisione, nella ripetizione ossessiva di un ritornello.

Cantare a Tel Aviv, un giorno

Alla domanda se un giorno si esibirebbe in Israele, Mohraz risponde senza esitazione: sì, al cento per cento. Dice di non vedere l’ora di cantare a Tel Aviv “quando tutto questo sarà finito”. È una frase che contiene insieme ottimismo, desiderio e sospensione. Perché “quando sarà finito” resta, oggi, un orizzonte più che una data.

La sua versione persiana di Harbu Darbu appartiene dunque a un presente ancora aperto, attraversato da guerre reali e guerre narrative. Non è un ponte pacificato, ma un ponte costruito sotto bombardamento simbolico. Un brano nato dalla rabbia israeliana diventa, nelle mani di un rapper iraniano in esilio, un manifesto contro un altro potere.

Forse è questo il dato più rivelatore: nel mondo globale, le canzoni non appartengono più del tutto a chi le scrive. Vengono prese, tradotte, capovolte, ricaricate di senso. E talvolta, nella traiettoria imprevista di un remix, mostrano ciò che la diplomazia fatica a dire: che sotto le mappe dei nemici ufficiali esistono comunità emotive, memorie ferite e desideri politici capaci di riconoscersi a distanza.