di Ilaria Myr
La lettera di congedo del giornalista, dal 1984 corrispondente da Bruxelles, affronta di petto la stortura della “nuova sinistra”, che “dal pogrom del 7 ottobre, ha trasformato l’ostilità verso il governo Netanyahu – che condivido pienamente – e il legittimo sostegno alla causa palestinese in un antisionismo virulento, maschera di un antisemitismo sfrenato”.
Il testo della lettera
«Addio Libé!
Cari amici di Libération,
Lo confesso, sono un libertario e, come ogni libertario, un provocatore. Né dio né padrone. È proprio per questo che nel 1984 ho scelto Libé. Un giornale libero, stravagante, dissidente, anticonformista, quello che Serge July aveva ricreato nel maggio 1981, Libé II. “All’inizio di Libération c’era il caos”, come ha giustamente scritto, un caos delle origini che ha segnato a lungo questo giornale. Lì convivevano persone improbabili e appassionate, persone che passavano il tempo a litigare in pubblico – cosa che sarebbe stata impossibile in altre testate compassate e istituzionali – per poi riconciliarsi davanti a un bicchiere o a un pasto. Non avevamo paura di nulla e soprattutto non di chi non la pensava come noi, con chi, al contrario, cercavamo il confronto. Non avremmo mai censurato nessuno né nulla (salvo qualche eccezione, bisogna ammetterlo). Era vietato vietare, un’eredità del Maggio 1968 di cui potevamo andare fieri, anche se a volte ci sono state delle derive che «Libé» ha avuto il coraggio di riconoscere, a differenza di molti altri giornali. Ed era del tutto accettato rompere i piatti e mettere i piedi sul tavolo.
Ma tutte le cose belle finiscono. Mi congedo.
Ringrazio le successive direzioni editoriali che mi hanno permesso a lungo di esercitare in piena indipendenza la mia professione all’interno del giornale, ma anche su altre piattaforme; la maggior parte dei miei colleghi, con i quali ho sempre intrattenuto rapporti cordiali nel corso degli anni; e i vari azionisti che ci hanno finanziato con grande generosità senza mai interferire con la redazione, come posso testimoniare personalmente.
Se me ne vado, non è a causa dell’Europa, il tema al quale ho dedicato con passione gran parte della mia attività professionale. Appartengo a quella sinistra socialdemocratica che combatte l’oscurantismo religioso in ogni sua forma, il razzismo, l’antisemitismo, le discriminazioni, l’odio verso i musulmani, il sessismo, l’omofobia, l’ingiustizia sociale, i regimi autoritari, ecc. Quella che considera sacre le libertà individuali e collettive, in particolare la libertà di espressione, quella che non scende a compromessi con lo Stato di diritto e la Repubblica.
Purtroppo non posso che constatare che essa è ormai minoritaria, se non addirittura in via di estinzione. Per paura di essere accusata di «islamofobia» o di neocolonialismo o, più cinicamente, per cercare di accaparrarsi il voto delle comunità, una parte della sinistra politica e mediatica tollera al suo interno discorsi omofobi, misogini, transfobici, contrari alla laicità, contrari alla libertà di espressione e al clericalismo con cui si allea. Dal pogrom del 7 ottobre, ha trasformato l’ostilità verso il governo Netanyahu – che condivido pienamente – e il legittimo sostegno alla causa palestinese in un antisionismo virulento, maschera di un antisemitismo sfrenato, come aveva ben compreso Vladimir Jankélévitch, che rappresenta la negazione dei valori non solo della sinistra, ma della Repubblica stessa.
Si manifesta davanti alle sinagoghe, si aggrediscono gli ebrei, si urla “Heil Hitler” durante le manifestazioni, si impedisce di parlare a intellettuali, artisti, scienziati e giornalisti perché sono ebrei e quindi sionisti e quindi “genocidi”. Si etichetta come fascista chiunque, ebreo o meno, non si allinei a questa linea, in nome di un antifascismo di nuova generazione che, per la sua violenza – talvolta letale – assomiglia come un gemello a ciò che pretende di combattere.
Come ai tempi d’oro dell’URSS e del Comintern, la polizia del pensiero impone un terrore ideologico a colpi di anatemi, denunce calunniose e cultura della cancellazione. Si nazificano gli ebrei, si accusano Israele e gli ebrei di tutto il mondo di essere autori di genocidio, così come un tempo venivano accusati di deicidio; si nega il diritto all’esistenza di Israele, cosa che non avviene per nessun altro paese; si ritiene che, in fondo, l’antisemitismo sia un’opinione come un’altra e non più un valore su cui non si transige… Sì, tutto questo è permesso. Ma denunciare l’antisemitismo e l’antisionismo, difendere il diritto di Israele ad esistere, mettere in discussione l’affermazione secondo cui questo paese commette un genocidio o provoca una carestia, sottolineare l’uso della popolazione civile come scudo umano da parte dei terroristi di Hamas, interrogarsi sulla strumentalizzazione dell’UNRWA o dell’ONU da parte degli islamisti, ah, questo no!
Eppure, ve lo dico io, che non sono ebreo: l’antisemitismo in tutte le sue forme, anche quelle più subdole, è il segno inconfutabile dell’odio verso la Repubblica, le libertà, lo Stato di diritto, l’uguaglianza, l’umanesimo. È foriero di totalitarismo.
Questa nuova sinistra, che si crogiola nell’antisemitismo, difende la libertà di esprimere… la stessa opinione che ha lei. Fa una distinzione tra vittime “giuste” e “sbagliate” invece di difendere l’umanità intera. Insulta e diffama chi non si mette sull’attenti davanti alla sua propaganda, alle sue menzogne e al suo odio. Pertanto, contrariamente a quanto hanno affermato dal 7 ottobre i sostenitori di questa sinistra che di sinistra ha solo il nome, non ho mai confuso i musulmani con l’islamismo, né i palestinesi con Hamas e i suoi sostenitori. Chi mi accusa di razzismo, di islamofobia – un’accusa che uccide solo chi ne è oggetto – e di fascismo è un idiota o un bastardo, o entrambe le cose.
Lascio certamente «Libération», ma non i suoi lettori, coloro che mi hanno letto, ascoltato e amato nel corso di questi anni, coloro per i quali la diversità di opinioni all’interno della sinistra è un tesoro prezioso. Come diceva Jean-Paul Sartre nel 1973 a proposito di *Libération*, di cui era cofondatore insieme a Serge July, è «un giornale che non è quello di un partito e in cui i giornalisti, tutti di sinistra, non hanno necessariamente la stessa opinione». A tutti questi lettori, vi do appuntamento su altre piattaforme dove continuerò a far sentire la mia voce e a difendere i valori e il giornalismo in cui credo.
Spero che la maggior parte di voi continui, come ho cercato di fare io negli ultimi anni, a difendere *Libération* da coloro che vorrebbero prenderlo in ostaggio in nome di un’ideologia contraria ai suoi valori. A coloro che si batteranno per «liberare Libération», per riprendere, ancora una volta, un’espressione di Serge July risalente al 1981, auguro buona fortuna, così come auguro buona fortuna a Sonia Delesalle-Stolper, la sua nuova direttrice editoriale. Non dimenticate che la libertà si riconosce dal rumore che fa quando se ne va.



