di Cyril Aslanov
[Ebraica. Letteratura come vita]
Nel maggio del 1940 la poetessa ebrea berlinese Nelly Sachs salì con la sua vecchia madre su un aereo che la portò da Berlino a Stoccolma, dopo che era stata sul punto di essere mandata in un campo di concentramento. Soltanto un susseguirsi di eventi improbabili, tra cui l’intervento della scrittrice Selma Lagerlöf e del fratello del re di Svezia, riuscirono a cambiare il suo destino e a farle evitare il peggio. Durante gli anni della guerra e nell’immediato dopoguerra, la vita della poetessa in esilio in Svezia fu un vero incubo.
Nelly era un’ebrea berlinese di buona famiglia, cresciuta nel piacevole quartiere di Schöneberg che al momento della sua nascita nel 1891 era ancora un municipio autonomo. Nella sua gioventù era una perfetta rappresentante di quella generazione di ebrei tedeschi allontanati dalla tradizione ma interessati al patrimonio culturale degli ebrei dell’Europa orientale nell’ambito della Jüdische Kulturrenaissance (“Rinascimento culturale ebraico”) che era iniziato prima della Grande guerra e continuato durante gli anni della Repubblica di Weimar. Ed ecco che a 49 anni Nelly fu costretta a lavorare come lavandaia per provvedere alla sua sussistenza e a quella di sua madre, che l’aveva accompagnata in esilio. Eppure, non rinunciò alla sua vocazione poetica. Anzi la dedicò alla commemorazione del martirio del suo popolo dal quale era stata salvata proprio all’ultimo momento.
Perfettamente al corrente di ciò che succedeva sull’altra sponda del Mar Baltico, Sachs cominciò ad evocare l’atroce realtà della Shoah nel 1943 in una serie di poemi che poi vennero inclusi nella raccolta In den Wohnungen des Todes (“Nelle dimore della morte”).
Come la Cassandra mitologica, la poetessa si imbattè nell’indifferenza del pubblico. Tuttavia, mentre la figlia di Priamo profetizzava degli avvenimenti futuri, Sachs alludeva alle catastrofi già avvenute o in corso. Lei fu la prima a descrivere letterariamente il motivo dei camini di Auschwitz in un poema scritto poche settimane dopo la liberazione del campo (anche Paul Celan fa allusione a questo motivo nel suo poema Fuga di morte ma senza usare la parola ‘camino’). Citeremo questi versi nella loro integralità, in versione originale e in traduzione italiana, per dare la misura dell’acutezza con la quale la poetessa percepì il carattere implacabile dell’industria della morte:
O die Schornsteine/Auf den sinnreich erdachten Wohnungen des Todes, /Als Israels Leib zog aufgelöst in Rauch/Durch die Luft —/Als Essenkehrer ihn ein Stern empfing/Der schwarz wurde/Oder war es ein Sonnenstrahl?//O die Schornsteine!/Freiheitswege für Jeremias und Hiobs Staub —/Wer erdachte euch /und baute Stein auf Stein /Den Weg für Flüchtlinge aus Rauch?//
O die Wohnungen des Todes,/Einladend hergerichtet/Für den Wirt des Hauses, der sonst Gast war —/O ihr Finger,/Die Eingangsschwelle legend/Wie ein Messer zwischen Leben und Tod —//
O ihr Schornsteine,/O ihr Finger,/Und Israels Leib im Rauch durch die Luft!
“Oh, i camini/sulle ingegnose dimore della morte,/quando il corpo di Israele si disperse in fumo/per l’aria –/e lo avvolse, spazzacamino, una stella/che divenne nera/o era forse un raggio di sole? // Oh, i camini!/Vie di libertà per la polvere di Job e Geremia –/chi vi ha inventato e, pietra su pietra, ha costruito/la via per i fuggiaschi di fumo? // Oh, le dimore della morte,/invitanti per la padrona di casa/altrimenti ospite –/Oh, dita /che posate la soglia /come un coltello tra la vita e la morte – // Oh, camini,/oh, dita,/e il corpo d’Israele in fumo per l’aria!”
(traduzione di Ida Porena).
Nell’immediato dopoguerra, Sachs non riuscì a trovare nessuna casa editrice tedesca disposta a pubblicare la raccolta In den Wohnungen des Todes della quale fa parte il poema appena citato.
I tedeschi in fase di denazificazione non volevano affrontare il passato recente della loro patria e si tappavano le orecchie per non sentire parlare dei crimini commessi dai loro compatrioti o addirittura dai loro familiari. L’unico modo che Nelly Sachs ebbe per farsi pubblicare fu di rivolgersi a Johannes Becher, un comunista tedesco che occupava funzioni importanti nell’ambito della cultura durante il periodo tra 1945 e 1949, quando la futura Repubblica Democratica Tedesca era ancora la Zona di occupazione sovietica. Quindi fu nella casa editrice dal nome molto evocativo di Aufbau-Verlag (“edizioni della ricostruzione”) che la raccolta di Nelly Sachs venne pubblicata nel 1947.
Questo anno costituiva una finestra di opportunità strettissima poiché, poco dopo questa pubblicazione, si scatenò nel blocco orientale un’ondata di antisemitismo statale che si tradusse con il caso del Comitato ebraico antifascista nell’URSS (1948-1952), il processo Rajk in Ungheria (1949), il processo Slánský in Cecoslovacchia e il caso dei medici di nuovo nell’URSS (gennaio 1953).
Nel 1949 la seconda raccolta dei suoi versi, Sternverdunkelung (“Eclissi stellare”), venne pubblicata ad Amsterdam invece che in Germania. Solo alla fine degli anni ‘50 i lettori della Germania occidentale scoprirono l’opera poetica di Nelly Sachs.
Questo riconoscimento nella sua prima patria, unito alla notorietà che aveva acquisito nella sua seconda patria, le valse il premio Nobel per la Letteratura nel 1966, esattamente 60 anni fa. In quell’anno il premio venne condiviso fra lei, poetessa ebrea di lingua tedesca, e Shmuel Yosef Agnon, eminente rappresentante della letteratura ebraica in ebraico.
Foto in alto: Samuel Joseph Agnon e Nelly Sachs a Stoccolma ricevono il Nobel per la Letteratura (1966).



