di Nina Deutsch
Studiosa della società ultra-ortodossa, ex insegnante nelle scuole Bais Yaakov e ora candidata con Haredi Public, Yaffe vede un cambiamento già in corso: più istruzione, più accesso al lavoro e una crescente partecipazione alla vita pubblica, senza rinunciare alle tradizioni e all’identità religiosa.
«Tra quindici anni, la maggior parte degli ultra-ortodossi imparerà matematica e inglese per scelta». A dirlo è Nechumi Malovicki-Yaffe, cinquantenne ricercatrice di psicologia politica alla Tel Aviv University e studiosa della società haredi. Nata e cresciuta nella comunità chassidica di Slonim, a Gerusalemme, madre di tre figli, Yaffe conosce quella realtà dall’interno. E oggi si prepara a entrarvi anche dalla porta della politica: nel settembre 2026 è diventata la prima donna inserita nella lista di un partito ultra-ortodosso per la Knesset. Se eletta, non sarebbe la prima donna haredi a entrare nel Parlamento israeliano, ma la prima a rappresentare un partito propriamente ultra-ortodosso.
Le sue parole sembrano quasi una previsione azzardata, soprattutto dette da una donna che quel mondo lo conosce bene dall’interno. Per la studiosa, invece, è la conseguenza di un cambiamento già cominciato. Non sarà lo Stato a imporlo e non sarà necessario che gli ultra-ortodossi rinuncino alla loro identità religiosa. Saranno sempre più famiglie a capire che, per il futuro dei propri figli, conoscere matematica e inglese è utile, forse indispensabile.
È questo il punto da cui parte la sua storia: il cambiamento, dentro una comunità molto coesa e legata alla tradizione, può avvenire senza che nessuno debba necessariamente uscirne. Una prospettiva diversa sia da quella raccontata nelle serie tivù di grande successo come Shtisel, che ha mostrato al grande pubblico la quotidianità di una famiglia haredi di Gerusalemme, sia da Unorthodox, costruita invece attorno alla fuga di una giovane donna da una comunità chassidica di Brooklyn. Due storie diverse, che hanno contribuito a mostrare quanto sia vario e complesso il mondo ultra-ortodosso. Yaffe racconta una terza possibilità: restare e cambiare.
Lei stessa ne è la dimostrazione. Per più di dieci anni ha insegnato storia nelle scuole e nei seminari Bais Yaakov di Gerusalemme, occupandosi anche di formazione degli insegnanti, consulenza educativa, preparazione agli esami nazionali e testi scolastici per le ragazze haredi.
Poi è arrivata l’università. Alla Hebrew University, quando si iscrisse come studentessa, gli haredim erano così pochi che si potevano contare sulle dita di una mano. Quattro anni dopo erano circa duecento. Quel passaggio, apparentemente piccolo, racconta meglio di molte statistiche il modo in cui una possibilità può diventare prima accettabile e poi normale. Yaffe ha studiato proprio questo.
Dopo un master sull’integrazione degli haredim e un dottorato sulla povertà e l’identità nella società ultra-ortodossa, è arrivata la ricerca internazionale, con un post-dottorato a Princeton e attività accademiche ai prestigiosi atenei di Rutgers e Yale. Dal 2019 insegna alla Tel Aviv University e nel 2026-2027 è visiting scholar alla Harvard Business School.
Ma il suo interesse non è mai stato soltanto quello di descrivere la società da fuori. Ha cercato di capire come le norme sociali stabiliscano, spesso senza che ce ne accorgiamo, ciò che una persona considera possibile, rispettabile, persino reale.
Cambiamento non vuol dire rottura
Per questo il cambiamento, secondo lei, non comincia necessariamente con una grande rottura. Può cominciare con poche persone che fanno qualcosa che prima sembrava impensabile. Ciò che sembrava rischioso diventa tollerabile; e ciò che era tollerabile, con il tempo, può diventare normale. Yaffe ha studiato questo meccanismo anche nelle comunità di donne chassidiche. È un processo lento, quasi invisibile, ma proprio per questo può essere più profondo di una riforma imposta dall’esterno.
La scuola è uno dei luoghi in cui questo processo si vede meglio. Negli ultimi dieci-quindici anni i college haredi sono cresciuti e sempre più giovani cercano una formazione professionale che permetta loro di entrare nel mercato del lavoro. L’insegnamento dell’inglese è migliorato e alcune comunità chassidiche hanno introdotto matematica e inglese nei programmi.
«La domanda sta crescendo», osserva Yaffe. Ed è proprio questa domanda, più che una decisione calata dall’alto, a poter rendere duraturo il cambiamento: quando sono i genitori a chiederlo perché pensano al futuro dei figli, la scelta smette di sembrare una minaccia alla tradizione.
Il nodo più difficile: il servizio militare
La stessa logica aiuta a capire la questione controversa e divisiva del servizio militare. Nel pieno del conflitto israeliano sulla coscrizione degli haredim, Yaffe non nasconde quanto sia profonda la distanza. «La massa non si mobiliterà per il servizio militare di combattimento», dice, perché questo entra in conflitto con elementi fondamentali della cultura ultra-ortodossa. Il suo compito, però, non è difendere ogni posizione della comunità, quanto spiegare perché alcune trasformazioni sono possibili e altre molto più difficili. «Il DNA ultra-ortodosso è caratterizzato dal dare ampio spazio a D-o», dice. «Non sono dei parassiti; è semplicemente la loro visione del mondo». Per cambiare una società, sostiene in sostanza, bisogna prima capire come quella società vede sé stessa.
Come sottolinea The Times of Israel, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) soffrono di una cronica carenza di personale: circa 72.000 giovani haredi tra i 18 e i 24 anni sono idonei alla leva, ma non si sono arruolati. Shas e UTJ sostengono l’esenzione dalla coscrizione e hanno promosso una legge che congelava arresti e procedimenti contro i renitenti, bloccata in via provvisoria dall’Alta Corte perché ritenuta potenzialmente discriminatoria.
I volontari e la rete d’emergenza del 7 ottobre
Anche gli eventi del 7 ottobre 2023 hanno mostrato un volto della comunità che spesso rimane fuori dal racconto pubblico. Nel 2020 Yaffe era stata nominata consigliera speciale per gli affari haredi presso il Consiglio di sicurezza nazionale, con un incarico legato soprattutto alla povertà. Dopo l’attacco ha contribuito a creare e coordinare una rete di emergenza civile haredi che ha mobilitato circa 100.000 volontari per aiutare le famiglie colpite dalla guerra, compreso il sostegno alle comunità vicine al confine con Gaza devastate da emergenze e lutti. Nel 2024, la rete di volontariato ha ricevuto un riconoscimento dal Peres Center for Peace and Innovation. È un elemento che mostra come, nel rapporto tra la società haredi e lo Stato, esista anche una capacità di mobilitazione civile che nasce dall’interno e che, in una situazione di emergenza, può diventare enorme.
E adesso arriva la politica
Il 7 settembre 2026 il partito Haredi Public (HaTzibur HaCharedi), nato in luglio come alternativa ai tradizionali partiti haredi, ha annunciato la candidatura di Yaffe alla Knesset. Una decisione arrivata anche dopo le pressioni di alcune attiviste haredi, che chiedevano una presenza femminile nella lista.
Come riporta Israel National News, il leader Moti Leitner, vice sindaco di Beit Shemesh, ha accolto con favore l’ingresso di Yaffe, sottolineandone gli oltre trent’anni di attività educativa e accademica e il suo impegno per il progresso della società ultra-ortodossa: «Accolgo con favore l’ingresso della dottoressa Nechumi Yaffe nella lista del partito. Si è impegnata per promuovere i nostri fratelli e sorelle haredi. Insieme, onoreremo il nome di D-o. Questa volta, ci assumiamo la responsabilità», ha dichiarato Leitner.
Pnina Pfeuffer, fondatrice di The New Haredim, ha raccontato di essere rimasta sorpresa dal fatto che il nuovo partito fosse inizialmente privo di donne, soprattutto perché diverse attiviste avevano collaborato alla sua nascita. La pressione ha prodotto un risultato.
Non è detto che Yaffe entri alla Knesset: per un partito nuovo, superare la soglia elettorale resta un ostacolo concreto. Ma il significato della candidatura va oltre il numero dei seggi. Yaffe è una donna haredi che non ha lasciato quel mondo per poterlo criticare, né si presenta come una rappresentante esterna chiamata a modernizzarlo. È rimasta dentro, ha studiato il funzionamento della comunità e ora prova a portare quella conoscenza nella politica. Nel 2026 ha inoltre guidato le primarie per le donne haredi, un’iniziativa pensata per aumentare la partecipazione politica femminile.
La terza via
È forse qui che la sua vicenda diventa più interessante. Per molto tempo il dibattito sugli ultra-ortodossi è sembrato costretto fra due possibilità: mantenere una separazione quasi totale oppure uscire dalla comunità. Yaffe prova a mostrare che ne esiste una terza. Una ragazza può continuare a essere osservante e ricevere un’istruzione più ampia; un giovane può continuare a studiare Torah e insieme acquisire competenze professionali; una comunità può conservare la propria visione religiosa e, nello stesso tempo, aumentare la propria partecipazione alla vita civile. Non significa che tutte le contraddizioni possano essere risolte, né che ogni cambiamento sia compatibile con l’identità haredi. Significa riconoscere che un’identità può modificare alcuni dei propri confini senza per questo smettere di riconoscersi.
Forse, tra quindici anni, quando molti bambini haredi studieranno matematica e inglese perché le loro famiglie lo avranno scelto, la vera novità non sarà che la comunità avrà smesso di essere quella che è. Sarà scoprire fin dove può spingersi nel cambiamento senza smettere di riconoscersi.
FONTI:
The Jerusalem Post – https://www.jpost.com/israel-election-2026/article-907867
The Times of Israel – https://www.timesofisrael.com/in-first-for-israel-ultra-orthodox-party-picks-a-woman-to-run-on-its-knesset-slate/
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