Caso Pearl, l’assassino non deve essere liberato: Bernard-Henri Lévy scrive al Presidente Biden

di Marina Gersony
Dopo la reazione indignata di qualche giorno fa dell’amministrazione Usa per il rilascio da parte delle autorità pakistane dei quattro presunti assassini di Daniel Pearl – il giornalista americano e corrispondente di origini ebraiche del Wall Street Journalsequestrato e ucciso nel 2002 a Karachi da un gruppo di fondamentalisti islamici con l’accusa di essere un agente della CIA – il filosofo e saggista francese Bernard-Henri Lévy, ha scritto una lettera risoluta e accorata (in calce all’articolo, ndr) al presidente Usa Joe Biden. Una lettera in cui lo invita a intervenire immediatamente sulla decisione della Corte suprema pakistana, massimo organismo giuridico del Paese, di rilasciare Ahmed Omar Saeed Sheikh, il terrorista britannico di origini pakistane, considerato il principale sospettato di aver rapito e barbaramente ucciso il reporter americano. Saeed fu arrestato dalla polizia pakistana il 12 febbraio 2002 a Lahore e condannato a morte, condanna annullata nel 2020 da un tribunale dell’antiterrorismo pakistano.  Secondo Lévy, il criminale non deve essere assolutamente liberato.

Gli altri tre presunti assassini, inizialmente condannati all’ergastolo, sono stati poi assolti in appello (la famiglia di Pearl aveva fatto ricorso alla Corte suprema). Prima di decidere l’attuale rilascio dei quattro, il giudice Musher Alam ha dichiarato: «Se non ci sono altri casi contro gli accusati, dovrebbero essere rilasciati immediatamente».

Sotto choc la famiglia del reporter ucciso che ha definito la decisione della Corte una parodia della giustizia: «Una beffa totale – hanno scritto i familiari sui social – . Il rilascio di questi assassini mette in pericolo i giornalisti di tutto il mondo oltre al popolo pakistano. Chiediamo al governo pakistano e a quello americano di intervenire per correggere quest’infamia».

A sua volta l’amministrazione Biden, come ha dichiarato la portavoce Jen Psaki nei giorni scorsi, ha chiesto alla Corte di Islamabad di poter esaminare l’opzione di consentire agli Usa di perseguire gli accusati: parole che esprimono preoccupazione e buone intenzioni, ma che non bastano secondo Lévy: «l’annuncio dalla Corte Suprema pakistana del 28 gennaio che “nessun reato” può essere ritenuto contro Omar Sheikh e lui e i suoi complici devono essere “immediatamente rilasciati”, è un insulto alla memoria di Pearl; significa sputare in faccia alla sua famiglia, soprattutto a suo figlio, Adam, nato pochi mesi dopo la morte di suo padre. È inoltre chiaramente un’altra minaccia rivolta ai giornalisti coraggiosi che lavorano nei luoghi più inospitali della terra»). 

Il filosofo e saggista francese Bernard-Henri Lévy

Il testo integrale della lettera di Bernard-Henri Lévy al Presidente Joe Biden

Signor Presidente,

Sono tra coloro ancora in vita che ha indagato più a fondo sul rapimento e sulla decapitazione, nel febbraio 2002, del suo collega americano, il giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl.

Dopo l’omicidio, ho condotto ricerche e interviste a Islamabad, Karachi, Lahore e Peshawar, che hanno portato alla pubblicazione nel 2003 del mio libro Who Killed Daniel Pearl? (in italiano Chi ha ucciso Daniel Pearl, edito da Rizzoli, ndr)

Nel libro ho indicato il nome dell’uomo che ha impugnato il coltello, quattro anni prima della sua confessione in un tribunale speciale di Guantanamo: Khalid Sheikh Mohammed, che era l’uomo numero tre di al-Qaeda e il probabile artefice degli attacchi dell’11 Settembre.

Ma, soprattutto, ho ripercorso nei dettagli gli intrighi che hanno portato Pearl all’Akbar Hotel di Rawalpindi; che lo hanno attirato e ingannato attraverso una serie di email che gli promettevano un’intervista con Mubarak Ali Gilani, leader della Jamaat ul-Fuqra, uno degli ispiratori di al-Qaeda; tutto questo alla fine lo ha condotto nella zona più oscura del quartiere Gulzar-e-Hijri di Karachi, in una casa isolata in cui Fazal Karim, Naeem Bukhari e altri lo stavano aspettando per ammazzarlo.

Sono arrivato quindi alla ferma conclusione che il cervello dietro l’operazione, l’uomo che l’ha concepita con uno zelo quasi diabolico, colui che ha fatto da tramite tra le varie fazioni jihadiste che hanno collaborato per portarla a termine, sia stato Ahmed Omar Saeed Sheikh, un pakistano britannico che è stato immediatamente arrestato, condannato e imprigionato.

Inoltre, ho fornito la prova che quest’uomo, Omar Sheikh, non fosse un criminale comune, ma piuttosto un membro influente di una galassia di organizzazioni terroristiche che gravitavano attorno ad al-Qaeda. Formatosi alla London School of Economics, era stato il consulente finanziario di Osama bin Laden che lo chiamava il suo «figlio prediletto».

Infine aggiungo che, visto che la Storia spesso ci prende in giro anche nei suoi momenti più atroci, Sheikh ha reso omaggio al mio lavoro in modo tremendo e paradossale nella sua intervista rilasciata a Massoud Ansari nel 2005 dal carcere per la rivista pakistana Newsline: «Può trovare dettagli su di me in Who Killed Daniel Pearl? – disse ad Ansari -. Il libro ripercorre la mia intera esistenza. I riferimenti sono perlopiù negativi, ma Lévy ha svolto molte ricerche».

Tutto questo per dire, Signor Presidente, che l’annuncio dalla Corte Suprema pakistana del 28 gennaio – «nessun reato» può essere ritenuto contro Omar Sheikh e lui e i suoi complici devono essere «immediatamente rilasciati» – è ovviamente un insulto alla memoria di Pearl; significa sputare in faccia alla sua famiglia, soprattutto a suo figlio, Adam, nato pochi mesi dopo la morte di suo padre. È inoltre chiaramente un’altra minaccia rivolta ai giornalisti coraggiosi che lavorano nei luoghi più inospitali della terra. Ma, soprattutto, è un’assurdità giudiziaria enorme, un grave insulto alle verità più consolidate e una netta contraddizione delle confessioni stesse del criminale e del buon senso, che va vista anche come una provocazione rivolta al suo Paese e a lei medesimo all’inizio del tuo mandato.

Certo, questa non è la prima volta che il regime pakistano ha agito in questo modo. Corrotto dai servizi di intelligence  a loro volta infiltrati da gruppi terroristici e ricadendo costantemente in una posizione di «alleato strategico» chiave, il regime passato si è rivelato maestro di un doppio gioco che presenta sempre una qualche versione della seguente affermazione: «Dobbiamo gettare un osso di tanto in tanto a una cittadinanza frenata dai principi dell’Islam politico; aiutaci a tenerli a bada prima che vengano dirottati verso azioni pericolose».

Secondo le mie fonti, questo è più o meno il messaggio che il regime stava inviando lo scorso aprile, quando, durante il mandato del suo predecessore, l’Alta Corte della provincia del Sindh ha commutato le condanne di Omar e dei suoi complici a sette anni (coperto dai diciott’anni anni di detenzione preventiva già scontati), senza che il Segretario di Stato americano, il procuratore generale, o lo stesso presidente Donald Trump esprimessero qualcosa di più della loro «profonda preoccupazione».

E ho abbastanza familiarità con i metodi di questo Stato gangsteristico da sapere che – quando accetta di discutere, riconsiderare e alla fine revocare una sentenza del tribunale o consegnare uno o un altro militante di al-Qaeda o ISIS che aveva trascorso giorni tranquilli in un Quartiere residenziale di Rawalpindi o in un villaggio delle aree tribali al confine con l’Afghanistan -, la decisione arriva sempre come parte di una trattativa che produce, come per caso, una consegna di F-16, un accordo commerciale bilaterale o un prestito.

Ora, la domanda, Signor Presidente, è se sarà complice dell’ultima puntata di questo ricatto o se deciderà, come ha fermamente annunciato il Segretario di Stato Antony Blinken, che gli assassini debbano essere assicurati alla giustizia nel paese di Pearl, qualunque sia il costo.

Naturalmente si obietterà che non esiste alcun trattato formale di estradizione tra gli Stati Uniti e il Paese dei Puri.

E certamente le verrà consigliato, come tutti i suoi predecessori, che gli Stati Uniti hanno grande bisogno del loro «alleato strategico» per facilitare i colloqui con i talebani a Doha, per rifornire gli ultimi contingenti delle sue forze speciali in Afghanistan o per prevenire lo scenario da incubo di proliferazione di materiale nucleare che il Pakistan possiede in così grande quantità.

La verità, Signor Presidente, è che il Pakistan, un Paese in bancarotta, ha bisogno del suo alleato tanto quanto il suo alleato ha bisogno del Pakistan.

Le democrazie non possono ritirarsi in eterno per paura che la loro resistenza possa portare conseguenze anche peggiori.

E, soprattutto, è mia convinzione che la posta in gioco qui sia forse il bene più prezioso degli Stati Uniti: i suoi valori e il rispetto che ispirano.

Un’amministrazione cinica – priva di scrupoli e principi che sembrava tenere i valori della nazione e di se stessa in bassa stima – ha passato gli ultimi quattro anni a dare l’impressione che fosse possibile calpestare il credo americano e i suoi più coraggiosi esponenti.

Come tutti coloro che sono preoccupati per la memoria di Daniel Pearl, spero e prego che invertirete questa situazione.

Spero e prego che chiederà la consegna di Omar Sheikh.

Questo è l’unico modo in cui i veri alleati dell’America, coloro che condividono lo stesso amore per la libertà, riguadagneranno la loro fede nella chiamata del Paese.

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VIDEO: Daniel Pearl Case, Ahmed Omar Saeed Sheikh as analysed by Bernard-Henri Lévy

https://www.youtube.com/watch?v=ZWS4nxafczY

Sul caso Pearl, Bernard-Henri Lévy aveva scritto il libro Qui a tué Daniel Pearl? (Grasset, 2003), edito in Italia da Rizzoli con il titolo Chi ha ucciso Daniel Pearl?. A sua volta la moglie di Pearl, Mariane, ha scritto l’autobiografia Un cuore grande, a cui si è ispirato il film prodotto da Michael Winterbottom, A Mighty Heart. Il ruolo della vedova Pearl, all’epoca dei fatti incinta di sei mesi, è stato interpretato da Angelina Jolie.  Infine, il compositore statunitense Steve Reich ha scritto nel 2006 le Daniel Variations in memoria del giornalista ucciso, commissionate dal padre di Daniel, Judea Pearl e dalla Daniel Pearl Foundation, insieme al Barbican Centre.

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