Affaire Sarah Halimi: perché i giornali italiani ne parlano solo dopo le manifestazioni in Francia?

Mondo

di Paolo Castellano
In questi giorni la tragica vicenda dell’ebrea parigina Sarah Halimi ha attirato l’interesse della stampa italiana.  Il merito è del gigantesco raduno di Parigi – avvenuto il 25 aprile – che ha manifestato contro il verdetto della Corte di Cassazione francese: i giudici hanno riconfermato l’impunità per l’assassino della donna massacrata di botte e gettata dalla finestra per moventi antisemiti. Di conseguenza, ci si domanda: perché i giornalisti italiani non hanno seguito con la stessa intensità di queste ore l’omicidio Halimi compiuto il 4 aprile 2017?

Navigando in Rete e spulciando gli archivi dei principali quotidiani italiani, si trovano soltanto una manciata di articoli prodotti nell’arco di 4 anni. Un atteggiamento in controtendenza rispetto alla copertura internazionale, che ha invece approfondito i meccanismi e i controsensi del processo Halimi. Per completezza, i canali d’informazione più virtuosi sono stati i portali d’informazione ebraica come il nostro sito Mosaico-CEM, Shalom, Progetto Dreyfus e pochi altri.

Dunque, per comprendere appieno le motivazioni dei sit-in di questa settimana, organizzati a Parigi, Milano, Roma, Tel Aviv e altre città sparse per il mondo, ripercorriamo le fasi del processo Halimi, che si è concluso con la sentenza del 14 aprile della Cassazione francese, confermando l’irresponsabilità dell’assassino Kobili Traoré per “grave delirio” da cannabis. Una sentenza che ha infiammato l’opinione pubblica francese, accendendo i riflettori sia sull’antisemitismo nel Paese, – che, ricordiamo, ha causato molti morti in soli 10 anni – e sulla difficoltà già avvenuta nel passato di riconoscere come tali degli episodi contro gli ebrei, che in generale sul sistema giudiziario francese.

L’omicidio

È il 4 aprile del 2017. In Rue Vaucoleurs 26 di Parigi i passanti raccontano di aver trovato un cadavere verso le 4:30 di mattina. Il corpo senza vita disteso sul marciapiede è di Sarah Halimi, una donna ebrea di 65 anni.

Il giorno dopo la polizia francese arresta l’assassino: è Kabili Traoré, un cittadino originario del Mali di 27 anni con numerosi precedenti penali per spaccio e detenzione di droghe.

Dagli interrogatori emerge che Traoré vive nello stesso condominio della Halimi, al secondo piano. Nella sua ricostruzione davanti agli inquirenti parigini, l’omicida racconta di aver perso la ragione dopo un furioso litigio famigliare, avvenuto poche ore prima del massacro, e di essersi introdotto nell’appartamento di un’altra famiglia, che aveva immediatamente allertato la polizia. Sentendosi minacciato, Traoré è fuggito dal balcone, entrando in un altro appartamento: la casa di Sarah Halimi.

A quel punto, l’uomo di origine africana ha individuato la donna, l’ha massacrata di pugni e calci, gridando “Allah Akbar” e recitando versi del Corano. Prima di gettare Sarah Halimi dalla finestra, Traoré ha urlato frasi antisemite come “Ho ucciso Sheitan (il diavolo)”.

Secondo le testimonianze del figlio della vittima, in altre occasioni Traoré aveva rivolto alla sua vicina e ai suoi famigliari insulti antisemiti, lo aveva riportato il sito bufale.net.

La vicenda giudiziaria

In base a tre perizie psichiatriche, i medici hanno assicurato che Traoré non avesse precedenti disturbi mentali. Tuttavia, al momento dell’omicidio l’assassino aveva assunto molta cannabis che gli aveva indotto un “grave delirio”.

Come riporta Daily Mail, l’uomo aveva inoltre ammesso di aver compiuto un crimine antisemita dopo aver notato in casa di Sarah Halimi “una Torah e un candelabro ebraico”.

Secondo quanto riportato nel 2019 da Le Parisien, Traoré fumava abitualmente 15 spinelli al giorno e anche durante il delitto la sua mente era alterata da sostanze stupefacenti, che secondo i giudici lo hanno reso incapace di intendere e volere. Tuttavia le perizie avevano negato qualsiasi disturbo mentale pregresso.

Come riporta il Times of Israel, nel 2019 il tribunale francese stabilì che l’assassino di Sarah Halimi non sarebbe stato processato per via del sua stato psicotico al momento dell’omicidio. Questa sentenza provocò il disappunto e le proteste della famiglia e della Comunità ebraica francese.

Nonostante la matrice antisemita dell’assassinio, la Corte d’Appello aveva ordinato il ricovero in un ospedale psichiatrico per il criminale. Inoltre erano state approvate delle misure di sicurezza che imponevano a Traoré di non poter contattare né i parenti della vittima né avvicinarsi al luogo dell’omicidio per 20 anni.

La sentenza della Corte di Cassazione

Altro schiaffo giudiziario alla famiglia Halimi si è concretizzato il 14 aprile scorso, quando la Corte di Cassazione francese ha accettato la sentenza della Corte d’Assise di Parigi, ribadendo che Traoré non sia punibile in base alle precedenti decisioni dei giudici.

Come riporta Linkiestal’ingiusto verdetto si basa sulla lettura dei magistrati più che formale del Codice Penale francese: “l’articolo 122-1, che definisce l’irresponsabilità penale, non distingue né definisce l’origine del «grave turbamento mentale che ha fatto perdere all’autore il discernimento dei propri atti» al momento della commissione del reato”.

Dopo le numerose proteste degli ebrei di Francia e di tutto il mondo contro il verdetto – è stato definito l’Affaire Dreyfus dei nostri giorni – il presidente francese Emmanuel Macron ha promesso che il Codice verrà modificato per evitare pericolosi precedenti, affinché chi commetta omicidi antisemiti non riceva dallo Stato francese “una licenza di uccidere”.

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